Raphael Zanotti, La Stampa 11/2/2007, 11 febbraio 2007
MAURIZIO MOLINARI
CORRISPONDENTE DA NEW YORK
Richiamandosi ad Abramo Lincoln con un discorso pronunciato di fronte all’Old State Capitol di Springfield in Illinois, Barack Obama si candida a presidente degli Stati Uniti promettendo di «trasformare la nazione» dando voce ad una «nuova generazione» di americani.
nell’Old State Capitol, sede del Parlamento, che Obama dieci anni fa entrò come deputato dell’Illinois ed è da questa piazza del Mid-West che lancia la corsa alla Casa Bianca per sottolineare i suoi valori. A cominciare dal richiamo a Lincoln, che da qui pronunciò nel 1858 il discorso sulla necessità di unire l’America divisa dalla schiavitù. sulla base di questo esempio che Obama chiede agli americani di ogni origine e colore della pelle di affrontare assieme le sfide: «La vita di un alto e magro avvocato di Springfield che si fece da sé ci dice che un futuro diverso è possibile, che le parole hanno forza, che nonostante tutte le differenze di razza, fede e provenienza siamo un unico popolo, che chi ha speranza ha forza».
Obama, 45 anni, non parla dell’infanzia alle Hawaii, del padre keniota, delle scuole in Indonesia né fa accenni al colore della propria pelle ma individua nell’arrivo in Illinois, venti anni fa, l’inizio dell’impegno pubblico «svolgendo per alcune Chiese un lavoro a favore delle comunità che rafforzò la mia fede cristiana». Per appena 13 mila dollari l’anno Obama era un «community organizer», girando i quartieri poveri di Chicago per portare sostegno sociale assieme alla parola di Dio. Ed è proprio questo spirito di riconciliazione che Obama propone all’America per «rispondere alla guerra con la pace ed alla disperazione con la speranza».
Alle centinaia di fan giunti ad acclamarlo a dispetto di una temperatura polare Obama parla come un pastore protestante, disegnando all’orizzonte la «ricostruzione dell’America» grazie all’emergere di una nuova generazione: «Prima contro l’impero che ci opprimeva, poi contro le secessione e la depressione ogni volta che è servito una generazione si è levata per fare ciò che era importante, ora è il turno della nostra a rispondere all’appello». Obama è un figlio degli anni del boom come Bill Clinton e George W. Bush ma - senza mai citarli - si propone di riuscire lì dove hanno fallito: unire la nazione.
nella seconda parte di un discorso a braccio durato circa venti minuti che Obama affronta i temi che terranno banco durante la campagna elettorale. Anticipa l’accusa di inesperienza affermando che «non conosco bene i modi di Washington ma bisogna cambiarli» e quindi espone un programma di conquiste sociali da New Deal del XXI secolo: assistenza sanitaria universale, «un esercito di maestri» per migliorare l’educazione, porre fine alla povertà durante il prossimo mandato presidenziale e consentire alla classe media di «risollevarsi» dalle difficoltà in cui versa.
Di politica estera parla solo alla fine e la scelta è di farlo ricordando di essere stato «sin dall’inizio contro la guerra in Iraq» mettendo così in risalto la differenza con la rivale Hillary Clinton che nel 2002 al Senato votò a favore dell’intervento. Da qui la richiesta di ritiro delle truppe, esplicita quanto attenta anche ai valori delle famiglie dei militari: «Le vite americane non possono risolvere un disaccordo politico che nasce dal cuore della guerra civile di qualcun altro, dobbiamo portare a casa le nostre truppe, ho un piano per farlo entro marzo del 2008 e quando le truppe torneranno le accoglieremo con tutti gli onori meritati con il loro valore». Ma ritirarsi da Baghdad non significa cessare di combattere il terrorismo: «Non dimenticheremo mai cosa è avvenuto l’11 settembre, dobbiamo affrontare i terroristi con ogni mezzo disponibile».
Finito il discorso, Obama è volato in Iowa dove da oggi inizia la lunga corsa verso la nomination democratica, ovvero per superare l’ostacolo-Hillary.