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 2007  febbraio 11 Domenica calendario

In una fredda giornata del gennaio 1947 Paolo Grassi sfondò a calci la porta del Palazzo del Carmagnola, che era stato un cinema di terza visione e poi la famigerata sede della Muti Giorgio Strehler entrò da solo e ci restò quattro ore, poi gli disse: "Se te la senti tu, io me la sento"

In una fredda giornata del gennaio 1947 Paolo Grassi sfondò a calci la porta del Palazzo del Carmagnola, che era stato un cinema di terza visione e poi la famigerata sede della Muti Giorgio Strehler entrò da solo e ci restò quattro ore, poi gli disse: "Se te la senti tu, io me la sento". Nella città sventrata dalla guerra ma fervida di speranze e progetti era nata un´impresa culturale che avrebbe contribuito a cambiare l´Italia L´idea di quei due giovani cocciuti e spiritati era che il teatro fosse il miglior strumento di elevazione e educazione In tanta fame e povertà quel palcoscenico doveva essere la via per costruire "una società più umana... il cuore della collettività" NATALIA ASPESI milano «caro Giorgio, ricevo il tuo espresso. Drammatico come sempre. Inutilmente drammatico. Inutilmente suicida. Dal 1939 ricevo lettere tue tragiche e annuncianti catastrofi e sofferenze estreme, dal 1939 il nostro carteggio porta da parte tua sempre tristezze senza pari, disperazioni, esasperazioni, sfiducie, dissolvimenti, manie di persecuzioni, ecc…». Paolo Grassi scrive una delle sue tante lunghe pacate e micidiali lettere a Giorgio Strehler, alle ore 22 del 14 settembre 1948, sedici mesi dopo l´inaugurazione trionfale del loro amatissimo Piccolo Teatro, immaginato da tutti e due ancora prima di conoscersi, e poi insieme voluto, preteso, ottenuto, sin dai primi mesi di pace. Pace per l´Europa, per Milano, ma non per loro: quel periodo è volato via tra i loro entusiasmi, capricci, litigi, progetti, delusioni politiche (alle elezioni del 18 aprile hanno trionfato la Dc e la madonna pellegrina), affanni amorosi (Grassi si è separato dalla prima moglie e sta per risposarsi, Strehler è sposato ma costantemente innamorato, adorato e melodrammaticamente conteso, e lo sarà per tutta la vita e persino al suo funerale). Dal ”39 si vogliono bene, si stimano, si detestano, discutono, si abbracciano, litigano, vengono alle mani, in continua interminabile fibrillazione, per anni estenuandosi, logorandosi, separandosi, riconciliandosi, sino a che la dissoluzione sarà irreparabile e bisognerà prendere, amaramente, strade diverse: ognuno unico geloso despota del proprio regno, Strehler al Piccolo, Grassi alla Scala e poi alla Rai. Ma la sera del 14 maggio 1947, quei due giovanotti spiritati e cocciuti, uno drammatico, l´altro razionale, sono una cosa sola: lottando insieme si sono scelti due ruoli diversi, Giorgio regista, Grassi organizzatore, e nella Milano in cui la vicina via Meravigli è ancora impraticabile per le macerie il loro teatro, il primo teatro pubblico dei milanesi ma anche degli italiani, alza il suo raffazzonato sipario. Con loro c´è una giovane donna, ex impiegata dell´Unità, che avrà l´immane compito di tenere i conti e di sedare i loro scontri: si chiama Nina Vinchi, diventerà anni dopo la terza moglie di Grassi, sarà la colonna tra i due spossanti e autodistruttivi geni, la si vede ancora qualche volta, novantenne appassionata, alle prime del Piccolo. Nell´aprile del ”67 Grassi le aveva scritto, ringraziandola per quello che «mi hai dato con infinita generosità come collaboratrice e soprattutto come donna. Una piccola cara adamantina creatura gorkiana». Tante iniziative, e sogni, e orgogli, e battaglie di quel farraginoso primo dopoguerra sono oggi scomparsi da anni, cancellati dall´indifferenza, dall´oblio, dal vuoto finanziario, dalla commercializzazione di tutto, anche delle idee: persino il Duomo è coperto dalla gigantesca pubblicità di biancheria. Ma il Piccolo Teatro di Strehler e Grassi resta ancora felicemente abbarbicato a una città che pure è irriconoscibile, incupita, involgarita, dispersa, più happy hour che prosa. E adesso festeggia i suoi sessant´anni di vita burrascosa con la massima grandiosità: Goldoni, Aristofane, Cervantes, Brecht, Broch, Eduardo De Filippo, Camilleri, compagnie straniere e l´ennesima rimessa in scena di quell´Arlecchino servo di due padroni, secondo la celebre regia di Strehler, che è considerato lo spettacolo più visto al mondo, nato anche lui nella prima stagione teatrale, quella del ”47, quindi oggi giovanilmente sessantenne. Sarà festeggiato grandiosamente il prossimo 14 maggio. Sergio Escobar, direttore del teatro, da nove anni resiste impavidamente alla navigazione perigliosa tra gli appetiti (in) culturali e certe pericolose sgomitate dei ras politici della città, e neppure singhiozza per l´eterno affanno finanziario che sa dominare con imperio. Scontro vecchissimo quello tra teatro e denaro, che poneva già il parsimonioso Grassi contro lo spendaccione Strehler. Scrive il primo al secondo nel ”48: «L´anno scorso si sono spesi 9 milioni e rotti, si è perduto più della sovvenzione, abbiamo in tutto circa 7 milioni di debiti (4 li ho trovati), questi milioni bisogna pagarli, non si può non pagarli, chi li paga se non il P.T.? Il problema è: il P.T. non può pagare tutto ciò che noi vorremmo. E questo perché noi l´anno addietro abbiamo speso più di quello che avevamo. chiaro? Quest´anno si era detto: spettacoli semplici. Pochi personaggi, niente complicazioni…». Il direttore di oggi, Escobar, avrà certo qualche discussione con il suo collaboratore artistico e regista principe, Luca Ronconi, per frenarne la visionarietà non certo a buon mercato: ma adesso conta più di tutto che il Teatro vada benissimo. Ne è orgoglioso e anche un po´ stupito: tra i tanti piagnistei nel rimpianto del buon tempo antico per l´attuale gregoracizzazione (o mammuccaramento) della un tempo chiamata cultura, il Piccolo scoppia di abbonamenti, le scuole di teatro sono prese d´assalto dai giovani, i quali costituiscono anche la maggioranza degli spettatori a sale, tre (Teatro Grassi, Teatro Strehler, Teatro Studio) sempre esaurite. In una giornata molto fredda del gennaio ”47, con i ragazzini milanesi ancora piagati dai geloni e i cappotti ricavati da scampoli di lanital diversi, un magnifico giovanotto di ventisei anni dai folti capelli ondulati e corvini (quando diventeranno d´argento, sarà una strage di innamorate) che pare un attore (lo è anche), e il robusto amico ventottenne dall´aria manageriale, taglienti baffetti neri, occhi neri ipnotizzanti, giravano la città, tra facciate di case sventrate e palazzi occupati dai senzatetto (però la Scala, che pure era stata colpita dalle bombe, velocemente restaurata, era già stata inaugurata da Toscanini nel maggio del ”46), alla ricerca di un luogo adatto per realizzare la loro idea fissa, il loro teatro, un teatro pubblico, per il popolo, parola allora magica ora scomparsa. Da via Dante entrarono nella stretta via Broletto, e lì c´era l´antico palazzo del Carmagnola che era stato prima della guerra un cinema di terza visione e poi si era caricato di orrore dopo il ”43 diventando la sede della Muti, la milizia repubblichina, dove si imprigionavano e si torturavano i sospetti sovversivi. Il portone era chiuso da un chiavistello, Grassi lo ruppe con un calcio poderoso, Strehler chiese di entrarci da solo: ci rimase quattro ore, nella platea devastata, sul palcoscenico angusto. Poi telefonò a Grassi: «Se te la senti tu, io me la sento». I due infaticabili litigiosi condividevano la stessa idea di teatro che Grassi, allora critico dell´Avanti!, aveva espresso in un suo articolo nell´aprile del ”46: «Il teatro è il miglior strumento di elevazione spirituale e di educazione culturale a disposizione della società. Noi vorremmo che autorità e giunte comunali, partiti e artisti si formassero questa precisa coscienza del teatro, considerandolo come una necessità collettiva, come un bisogno dei cittadini, come un pubblico servizio alla stregua della metropolitana e dei vigili del fuoco…». Un anno dopo, con la medesima passione e consapevolezza, sempre sull´Avanti!, Grassi rivendicava il dovere di sottrarre il teatro «all´esclusivo dominio della speculazione privata» spesso segnata dall´omertà e dall´incompetenza, e ricordava che un´autentica civiltà del teatro italiano non ci poteva essere «fin tanto che i mezzi di produzione dello spettacolo fossero rimasti nelle mani degli esercenti e degli industriali e dei capocomici a loro asserviti, all´impero del guadagno tutti i costi». In quel primo dopoguerra milanese, politica e cultura, giovinezza e futuro, erano strettamente legati. Grassi e Strehler erano stati antifascisti, erano socialisti, il sindaco di Milano, Antonio Greppi, era socialista, a capo di una giunta di socialisti, comunisti, democristiani, che velocemente approvò la nascita del Piccolo: anche abbacinati e ammutoliti dall´irrefrenabile oratoria del meduseo Strehler. Il loro teatro, il teatro della ricostruzione, dell´aprirsi alla cultura internazionale dopo il buio del fascismo, il dolore della guerra, i bombardamenti a tappeto, le migliaia di morti, lo sfollamento, la miseria, la povertà, la fame, la paura, la mancanza di case e il difficile ritorno a una normalità nuova e ancora sconosciuta, era «la strada per costruire una società più umana, più solidale: un teatro-mondo, un teatro-storia contro la solitudine dell´uomo, un teatro come cuore della vita consociativa e culturale della collettività». Milano non era la città sospettosa e distratta di oggi, la cultura era ancora considerata un bene immenso, non un ingombro fastidioso sostituibile con la pubblicità mercantile, l´alta borghesia che aveva i suoi peccati da scontare, trovò geniale, nell´incerta democrazia che bisognava costruire, l´idea di democratizzare anche il teatro. Oltre alle istituzioni, firmarono l´atto di costituzione, scritto a mano in bella calligrafia presso il notaio Pietro Maissen, centinaia di generosi milanesi: Giovanni Pirelli versò 200mila lire, Giovanni Falck 10mila, Renato Zevi 100mila, Orazio Costa 2mila, Anna Brusadelli 20mila, la Snia Viscosa addirittura 1.050mila. Si pensò di inaugurare il teatro di soli cinquecento posti, col soffitto tagliuzzato da Lucio Fontana e il palcoscenico di poco ingrandito, con La Mandragola di Machiavelli, un dotto classico italiano solo un po´ scollacciato. Ma cominciarono le intrusioni della politica moraleggiante, l´assessore democristiano Luigi Meda pose il veto perché, secondo lui e i suoi suggeritori, l´opera dissacrava la religione cattolica. Si scelse così un altro celebre testo che era programmato per fine stagione: il tetro, disperato, Albergo dei poveri di Gorki, che poteva apparire punitivo per una città che voleva giustamente dimenticare la sua passata disperazione e una povertà non ancora vinta. Il 14 maggio finalmente va in scena questo manifesto russo della sofferenza e del dolore (già rappresentato in Italia in epoca fascista dalla compagnia di Tatiana Pavlova), regia di Strehler, un cast eccezionale, con i più grandi attori del momento, tra cui Salvo Randone, Lilla Brignone, Gianni Santuccio, Lia Zoppelli, Elena Zareschi e lo stesso Strehler, apparizione come firma in stile Hitchcock. Sul Corriere della Sera del giorno dopo Renato Simoni elogia: inaugurazione «festosissima perché nella bella, nitida e lucente sala era adunato un pubblico denso attento vibrante e lieto e perché dal punto di vista dell´arte l´inizio non poteva essere più degno…». Orio Vergani sul Corriere d´Informazione: «Folla da grandissime occasioni. Immaginate una grande prima della Scala condensata come un dado da minestra. Pubblico succosissimo, fiero di questo teatro a 18 carati. Accoglienze addirittura trionfali…». Il Piccolo si apriva in un momento di grande vivacità di Milano, che voleva ricuperare il tempo perduto. Tutto era in movimento, nuovo, proteso al futuro, giovane, instancabile: in quel 1947 la Fiera inaugurò la Mostra internazionale dell´elettronica, presentando le prime immagini della televisione sperimentale; la Triennale progettava il raffinato quartiere popolare QT8; Lucio Fontana stilava il manifesto dello Spazialismo. Prima di quello economico, Milano stava vivendo un boom culturale irripetibile. A Roma De Gasperi formava il suo quarto governo escludendo la sinistra; a Palermo Lucky Luciano veniva assolto; a Milano si sfrattavano gli inquilini abusivi del tempo di guerra e si riassegnavano le case ai legittimi proprietari che rifiutavano la coabitazione. I teatri milanesi erano pieni: c´era Filumena Marturano con Eduardo De Filippo al Mediolanum; A che servono questi quattrini? con Peppino De Filippo all´Odeon; Mozart alla Scala; Satie e Stravinski alla Casa della cultura; all´Olimpia L´incrinatura di Ludovici con Tofano e la Torrieri; al Lirico Garinei e Giovannini furoreggiavano con Viarisio e la Osiris; al Nuovo, dopo lo spettacolo della compagnia del teatro ebraico, arrivava La casa di Bernarda Alba di Garcia Lorca. I cinema erano strapieni, erano tornati i film americani con i loro divi, tutti si innamoravano della Bergman e persino del Bogart di Casablanca, ma c´erano le code di appassionati nuovi cinefili anche per il Paisà di Rossellini.