Federico Rampini, la Repubblica 11/2/2007, 11 febbraio 2007
lunga 6.350 chilometri, dal mare al confine con la Corea alle sabbie della Via della Seta: la più grande costruzione nella storia dell´uomo
lunga 6.350 chilometri, dal mare al confine con la Corea alle sabbie della Via della Seta: la più grande costruzione nella storia dell´uomo. Ora una mostra a Pechino mette a confronto un reportage fotografico realizzato nel 1907 con le immagini del 2007. Per scoprire che progresso economico e turismo di massa la stanno smantellando "L´unica traccia umana visibile dalla luna": una leggenda smentita da due astronauti cinesi di moda affittare interi tratti della fortificazione per feste e party privati dei nuovi ricchi FEDERICO RAMPINI Pechino Il giovane contadino Fan Qi Liang venne deportato 2.200 anni fa, fu uno dei primi nell´esercito di schiavi impiegati a edificare la Grande Muraglia. Dopo anni di assenza sua moglie Meng Jiang Nu andò a cercarlo e le dissero che era morto, sepolto dentro le mura stesse che stava costruendo. Lei pianse finché il torrente delle sue lacrime aprì una breccia nella fortificazione, e il suo sangue si unì a quello del marito. L´antica favola di Fan e Meng che si racconta ai bambini ha almeno un nocciolo di verità: quando i cinesi iniziarono a costruire la Grande Muraglia arrampicandosi sulle vette delle montagne, la materia prima era preziosa. Mattoni e pietre servivano solo per innalzare le pareti esterne. Lo spazio interno ai muri si riempiva con materiali meno nobili, terriccio, rifiuti, forse anche cadaveri. Da lì nacque il mito terribile che si tramanda in Cina: per costruire nei secoli la lunghissima cinta difensiva morirono in così tanti, che vi sono più cinesi sepolti dentro le mura di quelli vivi oggi. La Grande Muraglia ha il potere di generare leggende improbabili quanto tenaci. Nel 1938 Richard Halliburton nel suo Secondo Libro delle Meraviglie s´inventò che la gigantesca barriera è l´unica costruzione umana visibile dalla luna. L´affermazione sembrava così verosimile che nessuno la mise in dubbio, finì sui manuali scolastici inglesi dell´epoca. Molte guide turistiche continuano a ripeterla. La forza di autosuggestione è tale che un astronauta americano, Jake Garn, sostenne di averla riconosciuta a occhio nudo mentre era in missione sullo Space Shuttle Discovery nel 1985 (i suoi colleghi in seguito lo hanno smentito, compresi due astronauti cinesi; in realtà la Grande Muraglia è visibile solo da un´orbita fra i 160 e i 320 km dalla terra ma a quella distanza lo sono anche altre grosse costruzioni). Sogni e fantasie sono le prove di un fascino intramontabile. Dopotutto la Grande Muraglia detiene un record sicuro e probabilmente eterno: è la più vasta opera mai realizzata dall´umanità, il più immenso oggetto che la nostra specie ha lasciato su questo pianeta. Il leader comunista Mao Zedong, vincendo il disamore per la storia antica del suo paese, nel 1935 disse: «Non sei un vero uomo se non l´hai scalata». Però la seduzione che la Grande Muraglia esercita sui cinesi è piena di ambiguità. la metafora di una lunga e grandiosa età dell´oro, di passate glorie imperiali. anche un ingombrante ricordo di impotenze e di errori. Iniziata a costruire a tratti intorno al 220 prima di Cristo per volontà dell´imperatore Shi Huangdi (dinastia Qin), il primo unificatore della Terra di Mezzo, la fortificazione dei confini sarà poi rilanciata e ingrandita lungo il suo tracciato moderno solo dalla dinastia Ming (1388-1644). In realtà come dispositivo bellico fu un fallimento clamoroso, una patetica linea Maginot all´ennesima potenza. Non impedì affatto le invasioni dei popoli nomadi che avrebbe dovuto contenere, né le incursioni degli unni né tantomeno l´occupazione e il lungo dominio dei mongoli. Rimase invece come il simbolo di una frontiera più culturale che geografica, una linea di demarcazione invisibile e resistente, quella fra la civiltà e i barbari. Un confine dello spirito oltre il quale i cinesi hanno sempre visto l´arretratezza e il caos, in contrapposizione all´ordine millenario dell´Impero Celeste. Tuttora, è al di là degli ultimi contrafforti della Grande Muraglia che per i cinesi comincia idealmente il loro Far West, le vaste zone semidesertiche della Mongolia, dello Xinjiang islamico e del Tibet da conquistare e colonizzare. Nell´ambivalenza cinese verso la fortificazione gioca anche il fatto che in tutta l´èra moderna, dal 1644 fino al 1911, essi furono governati da una dinastia di ceppo straniero, i Qing di etnìa mancese, cioè proprio uno di quei popoli barbari che il monumentale confine avrebbe dovuto arginare. Per gli occidentali il fascino della Grande Muraglia fin dalla sua scoperta fu irresistibile, condito di soggezione, incredulità, sconcerto. L´uomo bianco è rimasto stordito da un disegno così ambizioso e folle. La Cina, la più antica civiltà della storia, è l´unico caso di una nazione grande quanto un continente che ha voluto "murarsi", separarsi dal resto del mondo erigendo una barriera fisica lunga 6.350 chilometri. la distanza che separa Milano da New York. I cinesi l´hanno coperta di una colossale serpentina di pietra, che nasce nel mare vicino alla Corea e si estingue nelle sabbie desertiche della Via della Seta, si arrampica sulle creste delle montagne, segue tutte le tortuosità dei rilievi naturali per dominare sempre dall´alto, con le torri a distanza fissa, mai troppo lontane l´una dall´altra, perché i posti di guardia potessero comunicare fra loro attraverso i fuochi (nelle zone desertiche i depositi di fascine di legno per quei fuochi si sono fossilizzati nei secoli, dando origine a delle fantastiche sculture). Lo stupore e l´ammirazione occidentale traspare dal fatto che i resoconti dei primi visitatori attendibili furono immediatamente riversati sulle nostre carte: la prima è l´atlante di Abraham Ortelius stampato nel 1584 ad Anversa, Chinae, olim Sinarum regionis descriptio, dove i torrioni cinesi sono disegnati più alti delle catene montuose. La più bella è la carta di Martino Martini, il Novus Atlas Sinensis stampato ad Amsterdam nel 1655: lì la Grande Muraglia è una vistosa striscia rossa che si staglia su tutto il Nord della Cina. Dal Cinquecento in poi l´infatuazione occidentale non smetterà mai di crescere. Al punto che non è un cinese bensì un americano a realizzare la prima mappatura scientificamente precisa: il geologo Frederick Clapp, inviato a cercar petrolio in Manciuria, nel 1920 pubblica sulla rivista dell´American Geographical Society la ricostruzione integrale del tracciato della Grande Muraglia, su scala 1: 2.000.000. Trascinato dalla stessa passione cent´anni fa si inerpicava su queste rovine un personaggio singolare, William Edgar Geil, missionario americano venuto in Cina per diffondere la fede cristiana. Geil aveva una passione ancora più forte dell´evangelizzazione: la fotografia. Era anche un antesignano del trekking di montagna in condizioni estreme. Fu il primo uomo al mondo - cinesi inclusi - ad aver percorso la Grande Muraglia per tutta la sua lunghezza, dal 1907 al 1908. Strada facendo realizzò un reportage fotografico unico: un documentario sulla Cina di allora, e insieme una dettagliata testimonianza visiva dello stato in cui si trovava la fortificazione all´inizio del secolo scorso. Cent´anni dopo il fotoreporter inglese William Lindesay ha ripetuto l´impresa di Geil. Lindesay ha percorso più di 2.700 chilometri a piedi lungo la Grande Muraglia collezionando le immagini insieme alle disavventure (all´inizio della sua odissea, nel 1987, fu arrestato dalle autorità cinesi). La sua prima scoperta è stata drammatica: «Per metà del percorso la Grande Muraglia è invisibile, non riuscivo più a scoprirne neanche le tracce remote». Un maestoso torrione fotografato da Geil nel 1907, nella provincia dello Hebei a est di Pechino, è semplicemente scomparso. Malgrado l´indifferenza delle autorità e della popolazione locale, per vent´anni Lindesay si è battuto per promuovere la conservazione e il restauro del più grande reperto archeologico della storia. Oggi la Grande Muraglia è riconosciuta dall´Unesco come un patrimonio dell´umanità e la Repubblica popolare ha varato la prima legge per tutelarla e punire le devastazioni. Il nuovo Museo di Pechino Capitale ora rende omaggio a Lindesay ospitando un evento importante, The Great Wall Rivisited, from the Jade Gate to Old Dragon´s Head. la prima esposizione fotografica che mette a confronto la Grande Muraglia com´era cento anni fa, e quel che ne rimane dopo gli assalti di generazioni di nuovi barbari: ottanta foto in bianco e nero del missionario Geil, restaurate e ingrandite, si confrontano con ottanta foto di Lindesay scattate esattamente negli stessi punti, da angolature identiche. Il risultato è spettacolare e drammatico. Anzitutto per la bellezza e la varietà dei paesaggi che pochi turisti avranno la possibilità di visitare. La Grande Muraglia attraversa zone impervie e inaccessibili, dirupi scoscesi e burroni pericolosi, come le gole Qilian lungo il fiume Taolai. In qualche caso il lavorìo implacabile del tempo ha generato delle meraviglie. Nel deserto del Gobi l´erosione ha scolpito le mura che si mimetizzano come dei canyon spettrali. Nel Gansu le tempeste di sabbia hanno stravolto la fisionomia originaria delle fortezze al punto che alcune ora sembrano voler ricordare le "stupa" indo-tibetane, altre evocano forme di piramidi mesopotamiche. Sembra quasi che nei secoli la storia e l´ambiente abbiano congiurato insieme per imprimere nella cortina pietrificata dei Ming l´influenza delle civiltà confinanti. A Jiayuguan, dove finisce per sempre la Grande Muraglia e l´orizzonte appartiene solo alla magìa delle dune, l´ultimo castello di pietra prima del nulla sembra davvero la fortezza del Deserto dei Tartari di Dino Buzzati: si avverte lo stesso senso di desolazione surreale, la stessa atmosfera di attesa di un nemico sconosciuto che forse non verrà mai. La bellezza dell´esposizione è guastata dall´orrido. Le foto centenarie del missionario Geil restituiscono una Grande Muraglia spesso decrepita, abbandonata, o divorata da una vegetazione prepotente. Ma le immagini recenti scattate da Lindesay rivelano una decadenza più sinistra, aggressioni più micidiali. come se la Cina contemporanea si fosse vendicata di un monumento beffardo, che per secoli la ingannò con le sue promesse di invulnerabilità. La prima violenza è venuta dalla guerra moderna: i giapponesi, ma anche l´esercito nazionalista cinese e poi quello comunista non hanno esitato a sacrificare tratti interi della Grande Muraglia bombardandoli senza pietà (una di queste battaglie è immortalata al Museo di Pechino in una curiosa copertina della Domenica del Corriere, 15 gennaio 1933). Le Guardie rosse della Rivoluzione culturale la coinvolsero nella loro furia distruttrice di ogni cimelio storico. Lo sviluppo economico è il colpo finale. Lunghi tratti della fortificazione antica ormai sono affiancati dalle autostrade o sommersi tra i palazzi, nella morsa di cemento delle città che si allargano. Un identico tratto della muraglia nel Gansu che nel 1910 Geil fotografò intatto per dieci chilometri, oggi nelle immagini di Lindesay è attraversato da due linee ferroviarie, l´autostrada 312, una strada statale, quindici strade sterrate, diciassette tralicci dell´alta tensione, un gasdotto. L´ultimo affronto è il turismo di massa. Certe foto di cent´anni fa dove la Grande Muraglia è abbandonata a se stessa, diroccata, ricoperta di cespugli e di erbacce, sono meno tristi delle stesse riprese fatte oggi, dove i torrioni sono ricoperti da una fiumana di visitatori così sconfinata da nascondere lo stesso monumento. A Badaling, una delle sezioni della cinta più vicine a Pechino, in una giornata media passeggiano sui contrafforti centomila visitatori. Tutt´intorno, come una metastasi cancerosa continuano a spuntare hotel, ristoranti, megaparking per torpedoni, supermarket di ricordi. di moda affittare intere sezioni della fortezza per feste e party privati. Lasciano dietro di sé montagne di rifiuti, lattine di birra, escrementi umani, graffiti. I potentissimi riflettori dei concerti-rock sulla Grande Muraglia, quelli sì, devono vedersi anche dallo Space Shuttle.