Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  febbraio 11 Domenica calendario

Era il gennaio 532, l´ippodromo era diviso tra fazioni armate: gli Azzurri e i Verdi. Gli hooligan dell´antichità diedero l´assalto al palco imperiale Giustiniano si allontanò in fretta, protetto dalle truppe

Era il gennaio 532, l´ippodromo era diviso tra fazioni armate: gli Azzurri e i Verdi. Gli hooligan dell´antichità diedero l´assalto al palco imperiale Giustiniano si allontanò in fretta, protetto dalle truppe. Ma negli scontri e nella calca morirono trentamila dei centomila spettatori. Ecco come i cronisti di allora e gli storici di oggi raccontano quella strage da stadio Sono state ritrovate tavolette incise dai fan con scongiuri e maledizioni contro i cavalli e gli aurighi della parte avversa Nascosti sotto ai mantelli avevano pugnali a doppio taglio Appena imbruniva, si riunivano in bande e rapinavano la gente Le maniche delle loro tuniche erano strettissime ai polsi e ampie sulle spalle: davano la sensazione di corpi muscolosi I facinorosi avevano introdotto nuove mode: alcuni si facevano crescere barba e baffi, altri si rapavano fino alle tempie. l e violenze allo stadio, e attorno allo stadio, erano divenute intollerabili. Risse, scontri tra tifoserie rivali erano frequenti in quegli anni. Ma stavolta avevano oltrepassato il segno. A metà gennaio il pubblico si era scatenato sulle tribune, c´erano già stati tafferugli. I disordini si erano estesi alle strade circostanti. Intervenne la polizia. Ci scappò il morto. Fioccarono gli arresti, tra ultrà dell´una squadra e dell´altra. A quel punto successe qualcosa di imprevisto: i sobillatori dell´una e dell´altra tifoseria sospesero le ostilità tra di loro e si coalizzarono contro la polizia e il governo, chiedendo la liberazione degli arrestati. Le autorità a quel punto commisero un errore fatale: sottovalutarono la gravità della situazione, decisero il proseguimento delle attività sportive come se niente fosse successo. Forse volevano dimostrare che pochi facinorosi non avevano il potere di sconvolgere la città; forse speravano che la passione sportiva avrebbe avuto la meglio sulle esplosioni di rabbia. Gli spettatori diedero fuoco alle tribune, poi si riversarono in città dando fuoco alla sede della polizia, alla chiesa di Santa Sofia, all´intero quartiere circostante. Il 17 gennaio furono fatte intervenire le truppe tracie fedeli all´imperatore, ma negli angusti vicoli di Costantinopoli non poterono molto e furono costrette a battere in ritirata nelle caserme. Domenica 18 Giustiniano si ripresentò nuovamente all´ippodromo, dove le corse continuavano a restare in programma, con i vangeli sottobraccio in segno di disponibilità a perdonare i facinorosi e a non deludere i tifosi. Subissato da fischi e lanci di oggetti sia da parte degli Azzurri che dei Verdi, dovette allontanarsi in tutta fretta. Intervennero le truppe. Vittime del panico, calpestate dalla folla, soffocate davanti alle porte sbarrate, trucidate dai soldati, perirono trentamila persone, in uno stadio che poteva contenerne centomila: la più grande strage di tifosi della storia. Era il gennaio dell´anno 532. Nella "Nuova Roma" cristiana fondata da Costantino. Così ce la racconta Procopio di Cesarea. Ed è l´esordio di un libro dell´antichista Fik Meijer appena tradotto da Laterza: Il mondo di Ben Hur. Lo spettacolo delle corse nell´antica Roma (244 pagine, 18 euro). Per molti secoli (quasi un millennio) l´equivalente delle nostre partite di calcio erano state le corse all´ippodromo. Ma è a Costantinopoli-Bisanzio che la tifoseria estrema, la divisione dell´intera città in due fazioni principali, Azzurri e Verdi, aveva raggiunto il massimo, era divenuta un´abitudine, anzi addirittura un´istituzione. C´erano anche i Rossi, alleati ai Verdi, e i Bianchi, alleati alcuni agli Azzurri, altri ai Verdi. I Neri erano scomparsi. Dall´originario ambito sportivo e di entertainment, il fenomeno si era esteso alla politica e alla religione. L´organizzazione della tifoseria aveva assunto una dimensione indipendente dalla gestione tecnica delle scuderie. Il capo veniva reclutato tra i possessori delle maggiori fortune, gente che aveva forti interessi commerciali e sapeva maneggiare il denaro. Giravano molti soldi. Le cose si erano ulteriormente aggrovigliate quando l´imperatore Giustiniano si schierò apertamente con una delle due fazioni, gli Azzurri. Così facendo, «finì col creare un disordine e uno sconvolgimento generali», «benché comunque non tutti gli Azzurri approvassero le sue idee, ma solo gli estremisti», ci dice Procopio nelle Carte segrete (Anecdota). Gli ultrà avevano introdotto nuove mode. La prima si manifestò nelle capigliature: «Gli estremisti non si radevano barba e baffi, ma se li facevano crescere all´ingiù, secondo l´uso persiano». Altri «si facevano rapare sino alle tempie, dietro invece lasciavano penzolare capelli lunghissimi e incolti… perciò questa moda fu detta alla unna». Insomma, skin e capelloni. La seconda bizzarria era nel modo di abbigliarsi: «Portavano le maniche della tunica strettissime introno al polso ed esageratamente ampie verso la spalla. E quando nei teatri e all´ippodromo si sbracciavano, come si usa, per gridare e incitare, questa parte della tunica si gonfiava e svolazzava… e dava l´impressione agli sciocchi che avessero bisogno di abiti tanto ampi per coprire un corpo straordinariamente muscoloso… sceglievano mantelli, brache e soprattutto scarpe secondo la foggia unna». Procopio dipinge a tinte fosche il passaggio alla violenza sistematica. «Allora cominciarono a girare quasi tutti visibilmente armati, di giorno portavano lungo la coscia pugnaletti a doppio taglio, nascosti sotto il mantello; appena imbruniva si riunivano in bande e rapinavano la gente per bene…». «Questa associazione a delinquere attirava masse di giovani che prima non avevano mai provato desiderio per cose del genere, e ora venivano trascinati dalla prospettiva di una violenza esercitata senza rischi». «Perdurando l´allarmante situazione senza che l´autorità di polizia intervenisse contro i responsabili, l´impudenza di costoro cresceva di giorno in giorno». Al punto che «la gente non ne poteva più, compresi i meno scatenati degli Azzurri, che non venivano risparmiati neanche loro». Procopio non è un testimone imparziale. Ce l´ha visceralmente con Giustiniano e, soprattutto, con sua moglie Teodora. Ai due non gliene risparmia una. Arriva ad insinuare che fossero complici anche quando fingevano di litigare: «L´imperatore e la moglie generalmente fingevano di avere vedute differenti sulle questioni controverse: ovviamente prevaleva la decisione già concordata dai due in privato». Negli Anecdota tira fuori tutto il veleno che aveva tenuto nascosto nei libri precedenti, quando «era ancora in vita» l´autore dei misfatti che denuncia. Al padre del diritto occidentale rimprovera in particolare le leggi ad personam: se la giustizia creava difficoltà a qualcuno, «bastava allungare un altro po´ d´oro a Giustiniano e subito gli si confezionava su misura una legge…», se invece poi «a qualcuno faceva comodo la legge abolita, non ci metteva molto a riesumarla e rimetterla in vigore; insomma, nessuna norma era solidamente fissa, ma la bilancia della giustizia oscillava da una parte e dall´altra, e si abbassava il piatto dove più forte era il peso dell´oro». Non è chiaro cosa differenziasse Azzurri e Verdi, a parte il tifo per la rispettiva squadra. Neanche Procopio riesce a spiegarsi perché i tifosi «si accapigliano con gli avversari senza nemmeno sapere esattamente perché, tranne il fatto che, se ammazzano gli avversari, rischiano di finire in prigione». Non gli è chiaro il meccanismo per cui in questi uomini «cresce un´ostilità senza ragione nei confronti di altri esseri umani, e non cessa e non cede di fronte a legami di matrimonio e di amicizia, neppure tra fratelli e parenti… Non gli importa di nulla di umano e neanche di divino, se non dei colori della propria squadra». Gli fa senso che a fare il tifo ci si mettano «persino le donne». «Non saprei come definire tutto questo, se non psicopatologia (psyches nosema)», conclude Procopio (Storia delle guerre, I, XXIV). Le interpretazioni "marxiste" per cui gli Azzurri avrebbero rappresentato aristocrazia e classi più abbienti e i Verdi gli artigiani e i piccoli commercianti sono oggigiorno in disuso. Pare che entrambe le fazioni avessero ricchi e poveri, professionisti e uomini politici. Identici i metodi e anche gli slogan. Alan Cameron, autore di alcuni degli studi più approfonditi in materia (Circus Factions. Blues and Greens at Rome and Byzantium, e un saggio sul più celebre degli aurighi di Costantinopoli, Porfirio), riferisce cori tipo: «Brucia qua, brucia là / Non più Verdi alalà»; oppure: «Incendiamo incendiamo / Azzurri non vogliamo». Ai, ai, oloi oloi, il ritornello, come dire la ola di entrambi. Tra le cose più divertenti nel libro di Meijer, un paio di citazioni da defissioni (tavolette incise dai tifosi). Sfiorano l´arte sublime della jella. «Io t´invoco, o demone, chiunque tu sia, e ti chiedo di tormentare i cavalli dei Verdi e dei Bianchi e di ucciderli e di far morire in uno scontro gli aurighi Clarus, Felix, Romulus e Romanus, e che in loro non resti più un alito di vita», si legge in quella incisa da un tifoso degli Azzurri. Elenca uno per uno i nomi dei cavalli della squadra avversaria da azzoppare, e gli accidenti augurati, nominativamente, uno per uno, ai loro conducenti, un´altra tavoletta: «Lega loro le mani, sottrai loro la vittoria, non farli arrivare al traguardo, nega loro la vittoria, annebbiagli gli occhi, in modo che non possano vedere gli avversari, afferrali, sbalzali dai carri, sbattili a terra, così che cadano e siano trascinati per tutta la pista, specie lungo le colonne, e che si feriscano gravemente, sia loro che i cavalli», suona l´invocazione agli spiriti ritrovata a Cartagine. Con l´avvento del cristianesimo cambia solo qualche dettaglio. «Io vi invoco santi angeli e santi nomi, domani nell´arena legate Eucherio l´auriga, imbrigliatelo, fatelo cadere, feritelo, distruggetelo, uccidetelo e fatelo schiantare… impeditegli di sorpassare, fatelo cascare… che venga spappolato, che venga trascinato…. adesso adesso, subito subito», suona una delle tavolette ritrovate sulla via Appia. Curioso come molti intellettuali, già allora, faticassero a capacitarsi del fenomeno. Plinio il Giovane non riesce a spiegarsi come mai «tante migliaia di uomini, ridiventando a quel punto bambini, desiderino periodicamente contemplare dei cavalli in corsa e degli aurighi piantati su cocchi». Dice che «se il loro entusiasmo nascesse dalla velocità dei cavalli o dalla maestria degli aurighi, questa passione avrebbe ancora una qualche giustificazione». Ma gli risulta incomprensibile che «fanno il tifo per una maglia, spasimano per una maglia, e se, proprio nello svolgersi della corsa e nel cuore della competizione, questo colore passasse di là, e quello venisse di qui, si scambierebbero anche l´ardore e il tifo e abbandonerebbero di colpo i celebri guidatori, i celebri cavalli che sogliono riconoscere da lontano e di cui non si stancano di gridare i nomi. Tanto è il credito, tanto è il prestigio di cui gode una camicia da quattro soldi, non dico agli occhi del volgo, che vale ancor meno dei quattro soldi della camicia, ma agli occhi di certi signori di gran peso». Il cristiano Tertulliano l´avrebbe messa giù ancora più dura: «Questa è la prova della loro cecità: non vedono quello che è stato fatto cadere; credono si tratti di un drappo, ma in realtà è l´immagine del diavolo precipitato dall´alto. Così a partire da quell´istante si scatenano il delirio, le passioni, le liti… Quindi maledizioni, insulti senza vero motivo di odio, e persino entusiastici apprezzamenti senza vero motivo d´amore. Quale vantaggio ha intenzione di ricavare, che cosa sta a fare lì gente che non è più neppure sé stessa?... e allora, che cosa vi è di più triste dello stadio?». Ma Agostino, che di corse non era appassionato, ma di politica, emozioni umane e psicologia delle folle sì, era, come dire, più comprensivo in tema di fanatismo sportivo: in un sermone arrivò a indicare ai fedeli il tifo allo stadio, l´amore incrollabile e incondizionato, dimentico di qualsiasi altra cosa per l´auriga della propria squadra, come esempio di come ci si dovrebbe abbandonare al vero unico Dio.