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 2007  febbraio 11 Domenica calendario

MICHELE SMARGIASSI

BOLOGNA
il computer non c´è. Se è per questo, non c´è neppure un televisore. Di giornali, poi, nessuna traccia, neanche nel cestino. Il cardinale posticipa la lettura dei quotidiani alla sera, quando le notizie del giorno sono già un po´ frollate, meno indigeste. L´unico cordone ombelicale tra lo studio privato di sua eminenza Carlo Caffarra e il mondo è il filo di un telefono grigio scuro, ordinario. Non squilla quasi mai. Il filtro è severissimo. La quiete antica, da Studio di San Gerolamo, è devotamente protetta. Un modesto stereo è la sola ulteriore visibile irruzione della modernità, accanto all´opera omnia di Johann Sebastian Bach in cd. «A volte ascolto anche Mozart», ma niente come un canone per organo propizia la stesura d´una buona omelia. Meglio ancora, il silenzio. I rumori della strada non salgono fino al terzo piano di via Altabella, stradina medievale, pochi passi dalle Due Torri, da Piazza Maggiore, dalla città laicista, «disgregata», malata di «gaio nichilismo». Il cinquecentesco palazzo arcivescovile si para dietro l´abside di San Pietro, che è la vera cattedrale di Bologna ma nessuno lo sa, mentre la basilica di San Petronio, il patrono, per ironia o pasticcio della storia non è mai stata di proprietà della Chiesa.
a lla stanza del vescovo si ascende con un vecchio Sabiem, ascensore privato «vecchiotto ma robusto» istallato dal cardinal Lercaro; poi s´attraversa l´immensa loggia vetrata del Paleotti, che fece esclamare papa Wojtyla: «Manca solo Raffaello e siamo in Vaticano». Ma la pietanza non vale l´antipasto. Il cardinale accetta di accogliere la curiosità del suo ospite in uno studio da studioso, piccolo, oberato di libri. La scrivania in stile, poco appariscente. E dire che aveva a disposizione quella di un papa: la scrivania di Benedetto XV, ultimo pontefice bolognese. L´ha ceduta al cerimoniere, eccola lì in anticamera, un po´ civettuola con quelle gambette a torciglione. Forse era troppo piccola, o troppo carica di mistero. Il cardinale Della Chiesa, infatti, sorpreso nel 1914 dall´elezione in conclave, ordinò alla curia bolognese di impacchettargli e spedirgli in Vaticano quella scrivania, vietando tassativamente di aprirne i cassetti. Ricevutala, la svuotò e rimandò indietro il mobile. Cosa c´è di tanto segreto, nella scrivania di un vescovo? «Nella mia, ben poco. Matite spuntate. O lettere come questa», maneggia un foglio, «è di una ragazza, si definisce atea, ora è disperata: l´uomo con cui conviveva da nove anni l´ha lasciata da un giorno all´altro», sorriso amaro, «eccole, le coppie di fatto...».
Davanti alla scrivania non c´è sedia per gli ospiti. Il cardinale riceve al piano inferiore, sotto il ritratto corrucciato del cardinal Lambertini, in una sala più formale, oberata di stemmi e cornici dorate, dove i visitatori s´accostano con soggezione «e ci mettono qualche minuto a sciogliersi». Per lavorare, invece, sua eminenza viene qui, nella penombra dove l´unica nota di colore è lo zuccotto porpora del solitario inquilino. Pure l´abito di lavoro del cardinale è nero, al collo una croce moderna, smaltata. Un santino di papa Giovanni Paolo II è posato davanti al sottomano dello scrittoio, accanto alla foto incorniciata d´argento di una donna: «Mia madre». Quando il cardinale alza lo sguardo dalle carte, sul muro opposto, vede un´icona russa, dono di un pope della «Chiesa del silenzio».
Silenziosa, la Chiesa italiana non è di certo. Mai i suoi pastori hanno parlato a voce così sonora, quotidiana, ubiqua, come in queste settimane di mobilitazione generale a difesa della famiglia tradizionale. Chiamati uno per uno a far la propria parte, a erigere contro i Pacs in ogni diocesi, in ogni parrocchia, il muro del «non possumus». Dieci giorni fa in Vaticano, ricevendolo in visita ad limina, papa Ratzinger si è fatto trovare da Caffarra con la carta geografica della diocesi di Bologna squadernata sul tavolo, come per studiare un piano di battaglia. «Conto su di voi», gli aveva sussurrato quasi un anno fa, in piazza San Pietro, quando neo-pontefice lo aveva creato neo-cardinale. Conta in modo speciale su di lui, Caffarra, teologo morale, il fondatore dell´Istituto pontificio di studi sul matrimonio e la famiglia, il più strenuo e più integerrimo difensore dell´enciclica più disattesa della storia ecclesiale, la Humanae Vitae. Ma qui, a Bologna, al professor Caffarra, al pensatore Caffarra, tocca essere il pastore Caffarra. Missionario in partibus infidelium, guida di un gregge assediato dai lupi laicisti, pescatore d´anime in un mare infestato dalle sirene dell´edonismo. Da lui l´amico, quasi compaesano (uno di Reggio, uno di Parma) ed ex collega d´insegnamento Camillo Ruini non s´attende solo raffinate armi intellettuali: gli chiede di presidiare quotidianamente, concretamente, fattivamente il territorio impervio che gli è stato assegnato.
Ma dove sono i bottoni di comando, nella stanza dei bottoni del vescovo? «La nostra forza è la parola di Dio». Che però viaggia sulla bocca degli uomini. E gli uomini di Dio, ecco, proprio loro sono il punto debole. Caffarra non ama nascondere le verità scomode: «La crisi delle vocazioni sacerdotali è giunta a un punto drammatico». Quand´era vescovo a Ferrara si fece la fama di grande reclutatore presbiteriale: triplicò le iscrizioni al seminario. A Bologna il miracolo non s´è ripetuto. « un calo costante dal ”97», ammette. Proprio l´anno dell´ultima visita di un papa a Bologna. L´anno in cui l´allora arcivescovo Biffi proclamò la «nuova evangelizzazione» della città «sazia e disperata». Ma non c´è evangelizzazione senza evangelizzatori. E le parrocchie bolognesi hanno ormai l´affanno dell´età. Sacerdoti anziani, oberati di minute incombenze quotidiane. La settimana scorsa, in cattedrale, a un´assemblea di religiosi attempati e stanchi ha finito per dire: «Il mondo ha bisogno del vostro esserci ancor più che del vostro fare», una consolazione più che un incoraggiamento all´azione.
E la comunità cristiana? Il popolo di Dio non risponde alla mobilitazione? Ahimé, la Chiesa difende la famiglia, ma sempre meno famiglie difendono la Chiesa. Caffarra ne è consapevole: «L´educazione cristiana è l´altra grande emergenza che mi preoccupa». Poche settimane fa ha riunito le famiglie cattoliche in un cinema, il Manzoni. Dal podio le ha guardate in faccia, a lungo. Poi ha pronunciato una sola parola: «Coraggio!», ed è esploso un fragoroso applauso liberatorio.
Non è difficile trovare, nei dintorni della Curia, chi ha il coraggio di ammettere che l´iperattivismo mediatico e politico dei vescovi è specchio e supplenza della debolezza della comunità. l´assillo vero e profondo della Chiesa che si scopre minoritaria. Il gregge non fa più opinione: deve darsi da fare il pastore in prima persona. Esponendosi. Perfino sovresponendosi. La persona del vescovo, infatti, è ancora catalizzatrice. Nelle parrocchie i catechisti non riescono a trattenere i ragazzi dopo l´età del motorino. Ma se il vescovo in persona chiama, allora vengono. Così la catechesi, da capillare e decentrata, si fa evento di massa. L´ultima assemblea giovanile, su alla basilica di San Luca, capitò in contemporanea col concerto di Lucio Dalla in piazza Maggiore. «Sospendiamo?, mi chiesero i diaconi ansiosi. No, risposi, si abitueranno a fare una scelta. Alla fine erano seicento».
Inutile negarlo, è anche l´effetto tivù. «Me ne sono accorto. I fedeli mi riconoscono per strada senza avermi mai visto di persona. In una parrocchia di montagna, a Vergato, una vecchietta mi ha chiesto: " guarito il suo pollice? L´altra sera in tivù l´aveva fasciato"». Un vescovo mediatizzato è comunque meglio di un vescovo invisibile. «La Santa Sede è rimasta favorevolmente colpita dall´uso che facciamo a Bologna degli strumenti comunicativi». La diocesi di Petronio è tra le pochissime a possedere tutti e tre i pilastri della comunicazione sociale: una radio, una tivù, un giornale. tv, in realtà, ha una proprietà laica, ma con un minimo di azioni la Curia s´è garantita una trasmissione autogestita, Dodici Porte, e il diritto alla diretta degli eventi ecclesiali più importanti. E quasi tutte le dirette, naturalmente, hanno il vescovo come protagonista. Poi c´è Radio Nettuno. Poi c´è Bologna Sette, non un giornalino diocesano qualunque ma un inserto settimanale di Avvenire, otto pagine full color, privilegio che Bologna condivide solo con Milano e Roma. Poi c´è un quarto pilastro, il più recente, il più promettente. Caffarra è stato il primo vescovo a possedere un sito Internet personale, www. caffarra. it. Ottantamila contatti al mese, glielo gestisce il Ccccc, Centro Culturale Cattolico Carlo Caffarra, «ragazzi intraprendenti». Perplessità iniziali, «poi ho capito che anche con la Rete si può essere pescatori d´uomini. Però alla fine i pesci bisogna prenderli con le mani».
La chiamano «pastorale integrata», vocabolario da tecnicismo amministrativo per coprire l´affanno crescente della missione spirituale. Parrocchie e movimenti danno quel che possono; molti media fanno il resto, più una spolverata di creatività. Qualche mese fa ad esempio Caffarra ha inaugurato la pastorale cellulare. Conferenza sulla famiglia in diretta sul canale satellitare di tv, domande ricevute via sms, risposte in diretta eccetera. Il vescovo che non guarda la tivù ha accettato di buon grado, garantisce; proprio lui che non riesce a dialogare con un interlocutore senza toccarlo sulla spalla, prendergli la mano, scuotergli l´avambraccio. «Purché abbia sempre un po´ di pubblico vero davanti. Io resto affezionato al cor at cor, devo vedere le persone negli occhi». Nessuno riuscirebbe a fagli sospendere il giro di visite pastorali nelle parrocchie, finalmente iniziato la scorsa settimana. Ma tutti sanno che così si evangelizzano solo i già evangelizzati.
Eco dei nostri passi nei saloni deserti. «Venga», ammicca d´un tratto Caffarra, «le mostro i miei peccati di gioventù». Dietro una porta, in uno stanzino, quasi uno sgabuzzino, c´è una parte dei settemila volumi della sua biblioteca privata. Una parte particolare. Marx e marxisti, fior fiore di materialismo storico, vecchi volumi Feltrinelli e Editori Riuniti: sembra la biblioteca di un colto segretario di sezione del Pci. Del resto cos´è un vescovo quando viene mobilitato, come in questi giorni, in una battaglia pubblica contro una possibile legge dello Stato, se non il dirigente periferico del partito extraparlamentare della Chiesa cattolica italiana? Un anno fa fece scalpore una circolare di Caffarra ai parroci: vietato fare politica, niente volantini in canonica, vietato concedere sale parrocchiali ai partiti. Molti laici applaudirono l´imparzialità, il distacco. Ma quale distacco. Non era un veto alla politica, semmai al collateralismo, al fiancheggiamento, perfino nei confronti delle schegge dell´ex Dc. «Mi sono chiesto a lungo se abbiamo perso qualcosa con la fine del partito cattolico. Mi sono convinto che è meglio così, parlare senza mediazioni». Anche se questo significa che i vescovi agiscono direttamente ai piani alti della politica, facendo pressione sui poteri dei rappresentanti più che sulle coscienze dei rappresentati, come fa una lobby che non è più sicura di spostare grandi fette di opinione pubblica. «Io preferisco dire che desideriamo richiamare le coscienze dei responsabili delle scelte della comunità. giusto intervenire sulle leggi. Sono le leggi che plasmano l´ethos di un popolo. Lo diceva Aristotele, un laico».
Aristotele, infatti, sta nella biblioteca ufficiale del vescovo. Mentre nel piccolo enfer dello sgabuzzino riposa il monaco Lutero. Caffarra sorride: «Chi ama studiare non teme nessun libro». Ma il tempo per studiare ormai è andato. Tra rinunciare alle due ore al giorno di preghiera o alle due di lettura, il cardinale non aveva scelta. Governare una diocesi è un lavoro. Vorace, faticoso. Pieno di orari rigidi e scadenze, martedì mercoledì ricevimento sacerdoti, sabato i laici, consiglio episcopale primo e terzo lunedì del mese, vicari pastorali ogni primo giovedì, consiglio diocesano ogni due mesi... Qualche anno fa Caffarra si concesse il gusto di scrivere un trattatello sull´«Arte di presiedere», ovvero virtù e difetti del mestiere di vescovo. Due le insidie più pericolose: lo spiritualismo e il burocratismo. «In passato ho rischiato il primo. Ora temo molto più il secondo». In consiglio pastorale tempo fa è sbottato: «Con le commissioni e i comitati non salviamo neanche un´anima». Del resto, la Chiesa fa politica nella democrazia, ma non è una democrazia. «Il mandato», si congeda il vescovo ritirandosi nella stanza del silenzio, «non l´ho ricevuto dal basso, ma dall´Altissimo».