Corriere della Sera 11/2/2007 (Lettere), 11 febbraio 2007
Caro Romano, nella lettera dedicata a Garibaldi vi era un cenno sulle camicie rosse. Eccone la storia, perché sulle pubblicazioni italiane non l’ho mai letta
Caro Romano, nella lettera dedicata a Garibaldi vi era un cenno sulle camicie rosse. Eccone la storia, perché sulle pubblicazioni italiane non l’ho mai letta. Garibaldi, giunto a Montevideo dal Brasile e desideroso di una vita tranquilla, aveva sposato Anita. Quando il dittatore argentino Juan Manuel de Rozas aveva fatto assediare Montevideo dalle navi al comando dell’ammiraglio Guillermo Brawn, per difendere la città si erano formate anche diverse milizie: quella francese, quella inglese, la spagnola che in seguito tradì e, la più numerosa di tutte, quella italiana al comando di Garibaldi. Bisognava avere una divisa per distinguersi dagli altri e allora decisero di comperare camicie rosse da un fabbricante che le vendeva ai «saladeros» di Berisso, cittadina fondata da un ligure sul Río de la Plata, sulla costa argentina. Poiché a quell’epoca non c’era «l’industria del freddo» la carne da esportare veniva salata e i lavoratori usavano camicie rosse, perché sempre a contatto con il sangue. Vorrei ricordare anche il significato dell’espressione «combattere alla garibaldina». Il sistema di combattere sparpagliati e non inquadrati era stata copiata e perfezionata da Garibaldi, dal modo di combattere degli indios. D’altra parte, egli si era talmente immedesimato con la terra sudamericana, che in Italia portò per sè pure una serie di «ponchos». La sua fama è così grande che si può considerare il promotore dell’emigrazione italiana nel sud del Brasile e il «Río de la Plata». Giancarlo Migliavacca