Sergio Romano, Corriere della Sera 11/2/2007, 11 febbraio 2007
Nella sua risposta a Dario Castelli sul Patto di Londra dell’aprile 1915, si incorre in un luogo comune e cioè che Gabriele D’Annunzio fu l’artefice dell’Impresa di Ronchi
Nella sua risposta a Dario Castelli sul Patto di Londra dell’aprile 1915, si incorre in un luogo comune e cioè che Gabriele D’Annunzio fu l’artefice dell’Impresa di Ronchi. indiscusso, anche alla luce di recenti studi di Luigi Emilio Longo per conto dell’Ufficio Storico dello Stato maggiore dell’Esercito (vedi «L’esercito italiano e la questione fiumana 1918-1921», uscito dieci anni fa e scevro di tendenze politiche) che l’impresa è stata ideata e organizzata da sette granatieri (s.ten. Enrico Brichetti, s.ten. Lamberto Ciatti, ten. Riccardo Frassetto, s.ten. Attilio Adami, s.ten. Rodolfo Cionchetti, s.ten. Claudio Grandjacquet e s.ten. Vittorio Rusconi) che avevano constatato di persona i sentimenti italiani di Fiume prima di essere costretti ad abbandonare la città secondo quanto sancito dal Trattato di pace. I sette, riunitisi a Ronchi il 30 agosto 1919, coinvolsero il generale Saverio Grazioli, comandante del contingente italiano a Fiume, e solo dopo avere ricevuto i dinieghi del Duca d’Aosta, comandante della Terza Armata, e di Sem Benelli, si rivolsero a D’Annunzio, il quale attese il 6 settembre per dare il suo assenso e mettersi a capo dell’impresa. L’11 settembre il poeta raggiunse a Ronchi un battaglione dei Granatieri di Sardegna e il giorno successivo entrò a Fiume, accolto dal popolo festante. L’impresa non poteva essere avviata senza l’appoggio, anche se nascosto, degli alti comandi dell’esercito e in particolare dei generali Cecchini e Tamajo e del plurimutilato conte Elia Rossi Passivanti; a cui si aggiunse l’assenso di personalità come Guglielmo Marconi e Arturo Toscanini. Aldo Secco presidente sezione di Fiume Lega Navale Italiana Caro Secco, grazie per le sue interessanti informazioni. Ma nella mia risposta non ho attribuito a D’Annunzio la paternità dell’iniziativa. Ho scritto semplicemente che «un poeta, Gabriele D’Annunzio, divenuto in quei mesi il simbolo del nazionalismo frustrato, entrò nella città alla testa di 2500 uomini e ne fece una specie di signoria rinascimentale con qualche tocco socialista, se non addirittura sovietico». Nella realtà i sette congiurati di Ronchi furono la pattuglia avanzata di una trama molto più vasta. Secondo Marina Cattaruzza, autrice di un ottimo studio su «L’Italia e il confine orientale», uscito recentemente presso il Mulino, i complici, oltre alle persone da lei citate, furono a diverso titolo il generale Giardino, l’ammiraglio Cagni, Luigi Federzoni, Benito Mussolini e un «esagitato comitato nazionalista di Roma». Aggiunga poi che la spedizione ebbe anche un finanziatore nella persona di uno dei maggiori esponenti del «capitalismo di Stato». Si chiamava Oscar Sinigaglia, aveva lavorato durante la guerra nel Commissariato armi e munizioni, diverrà più tardi presidente dell’Ilva e, dopo il 1945, della Finsider. Quando arrivò a Ronchi, quindi, D’Annunzio si mise alla testa di un movimento che era ormai il segreto di Pulcinella della politica italiana. Ma fu lui che inventò i riti della spedizione fiumana e creò quella che uno studioso americano, Michael Ledeen, ha definito una «sacra rappresentazione politica». La sua personalità, la sua immaginazione e i dialoghi con la folla dal balcone del palazzo del governo attirarono a Fiume una variopinta folla di patrioti, pirati, poeti, briganti e corsari che fecero della città, per qualche mese, il più fantasioso e imprevedibile palcoscenico d’Europa. Di quel clima, creato dalla sua personalità, D’Annunzio finì per essere vittima. In un profilo del poeta, citato da Marina Cattaruzza, il generale Badoglio scrisse che quando era «lontano dalla massa degli esaltati ragionava con grande acume, con visione netta della realtà e soprattutto con cuore di grandissimo italiano. Ma ritornato tra i suoi e subitamente attorniato dagli intransigenti, che non rappresentavano certamente gli elementi migliori tra gli accorsi a Fiume, dimenticava ogni promessa, ogni dichiarazione fatta e, per giustificare la sua condotta oscillante ed incerta, accampava allora nuove pretese, dirette più a soddisfare la sua vanità o quella di qualche suo dipendente, che a proteggere i veri interessi di Fiume». Il dominio dannunziano durò un po’ più di un anno. Alla vigilia di Natale del 1920, il poeta trovò di fronte a sè, come presidente del Consiglio, un uomo che era, per molti aspetti, esattamente il suo opposto. Quando Giovanni Giolitti, dopo avere risolto il problema di Fiume con la Jugoslavia, dette ordine all’Esercito e alla Marina di sloggiare i legionari dalla città a colpi di cannone, D’Annunzio affidò la sua scelta (morire o partire) a un’antica moneta genovese che portava con sè. Gettata in aria, la moneta cadde dalla parte giusta, e il poeta partì.