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 2007  febbraio 11 Domenica calendario

ROMA – Forse è solo una coincidenza. Ma c’è un filo che unisce Berardino Libonati, il nuovo presidente chiamato a chiudere la storia dell’Alitalia come compagnia di bandiera e il presidente che ha segnato la pagina iniziale e più fortunata dell’Alitalia, il conte Nicolò Carandini

ROMA – Forse è solo una coincidenza. Ma c’è un filo che unisce Berardino Libonati, il nuovo presidente chiamato a chiudere la storia dell’Alitalia come compagnia di bandiera e il presidente che ha segnato la pagina iniziale e più fortunata dell’Alitalia, il conte Nicolò Carandini. Che, dopo l’iniziale presidenza dell’ambasciatore Giuseppe De Michelis (1946-48), resse la compagnia nel periodo d’oro, dal 1948 al 1968: 20 anni, una durata mai avvicinata, neppure lontanamente, dagli altri 10 presidenti dell’Alitalia. Carandini, che fu anche primo ambasciatore dell’Italia repubblicana a Londra, ebbe infatti anche un’intensa vita politica, prima come antifascista, poi come uno dei fondatori del ricostituito partito liberale e infine come protagonista della scissione che, nel ’55, diede vita al partito radicale. Un percorso che fece insieme, tra gli altri, con l’avvocato Francesco Libonati, papà di Berardino. Sembra insomma che per un curioso scherzo del destino siano due famiglie della tradizione liberale ad essere state chiamate ad aprire e a chiudere la storia dell’Alitalia. Marco Pannella, storico leader radicale, che con Carandini ha avuto un lungo e stretto rapporto di collaborazione, «tanto che lui faceva i comizi solo se prima parlavo io», ricorda sia il prestigio internazionale dell’uomo, ambasciatore a Londra «perché lo volle Churchill, che lo stimava moltissimo», sia la capacità di lavoro, «era in attività già alle 6», sia le doti di amministratore: «Aveva una piccola banca e aveva ereditato dal suocero, Luigi Albertini, già direttore del Corriere della Sera, la tenuta di Torre in Pietra». Prestigio e qualità che gli tornarono utili per l’Alitalia. Alfredo Biondi, padre nobile del partito liberale, ne ricorda la «figura british, che trasudava nobiltà da tutti i pori». Erano quelli, del resto, gli anni in cui il Papa, Paolo VI, riceveva «il distinto Presidente, il Conte Nicolò Carandini» e i dipendenti per ringraziarli con queste parole: «Il solo pronunciare il nome di codesta Compagnia porta al Nostro pensiero, più vivi e suggestivi, i ricordi dei voli compiuti con voi verso mete lontane di edificazione, di apostolato e di carità, a cui Ci ha portato, come con un balzo prodigioso e rapidissimo, la perfetta efficienza dei vostri servizi». Ed erano gli anni in cui lo stesso Carandini scrive (il 12 maggio del 1960) una lettera al ministro dei Lavori pubblici, Giuseppe Togni, per informarlo che «mentre i voli di addestramento del nuovo quadrireattore Dc-8 si stanno svolgendo a Fiumicino (...) il capo istruttore della Douglas, il quale ci assiste nell’addestramento dei nostri equipaggi, ha dichiarato che considera la pista di Fiumicino tra le migliori da lui sperimentate in America e in Europa». Di scioperi a raffica neppure l’ombra. Indossare la divisa da hostess era ancora un traguardo di prestigio. E Carandini, nei cinegiornali in bianco e nero dell’Istituto Luce, premiava con una targa un sorridente giapponese, duemilionesimo passeggero Alitalia. Immagini consegnate agli archivi della storia, appunto. Oggi, più che il fascino aristocratico del conte Carandini serve la perizia degli avvocati, che dovranno gestire la compagnia mentre lo Stato decide a chi venderla. Francesco Libonati, papà del nuovo presidente dell’Alitalia, faceva parte del gruppo di Carandini e, ricorda Pannella, era un avvocato meridionale, «cui andava la fiducia di tutto il variegatissimo mondo del Mondo », il settimanale di Mario Pannunzio culla della rinascita della cultura liberale. E fu lui, aggiunge Pannella, a preparare «in gran parte» quella proposta «riformista» poi passata alla storia come «legge truffa». L’illustre giurista Giuseppe Guarino ricorda che ai consigli di Francesco Libonati ricorreva anche uno come Guido Carli, che nella sua vita sarà tra l’altro governatore della Banca d’Italia e ministro del Tesoro. Oggi tocca al figlio, l’avvocato Berardino Libonati.