Luigi Grassia, La Stampa 10/2/2007, 10 febbraio 2007
L’acqua è rimasto uno dei rari beni che costano poco in Italia. comprensibile, allora, che i consumatori si preoccupino se si parla di liberalizzare il ramo «idro» nell’ambito del ddl Lanzillotta
L’acqua è rimasto uno dei rari beni che costano poco in Italia. comprensibile, allora, che i consumatori si preoccupino se si parla di liberalizzare il ramo «idro» nell’ambito del ddl Lanzillotta. Il settore sembra prossimo a una lotta politica ed economica che ne cambierà il volto, si spera in meglio dal punto di vista della gestione della risorsa ma con prezzi per le famiglie e le imprese che alla fine potrebbero risultare molto più alti degli attuali. Nel Belpaese il servizio idrico fattura ogni anno una cifra che fa gola a molti, 2,7 miliardi di euro, scontando ampie inefficienze - ad esempio perdite che lungo le tubature arrivano al 40% e superano persino il 60% in certe zone del Sud. Rete vecchia Gli analisti valutano addirittura in 50 miliardi di euro il fabbisogno di investimenti nel settore a livello nazionale, considerando non solo l’acqua potabile ma anche le fognature e la depurazione. Sono tanti soldi, che non si possono ammortizzare in tempi ragionevoli con un giro d’affari di 2,7 miliardi all’anno; ma secondo i calcoli di Federutility (l’associazione delle ex municipalizzate) ci sarebbe margine per ricavare di più dal business dell’acqua finanziando gli investimenti senza pesare oltremisura (per lo meno a giudizio delle imprese) sulle tasche degli utenti. I calcoli sono presto fatti: dei 40 miliardi di metri cubi d’acqua consumati ogni anno in Italia ce ne sono 9 destinati alle famiglie (il resto serve all’agricoltura, all’industria e a raffreddare le centrali termoelettriche); se quei 9 miliardi fossero remunerati con un euro al metro cubo - che è la tariffa media europea - anziché con circa 0,30 come ora in Italia, il fatturato del settore salirebbe a 9 miliardi di euro all’anno e così gli investimenti diventerebbero sostenibili. Ma per questo la tariffa media italiana dovrebbe triplicare. Il timore di pagare di più Spazziamo via ogni equivoco: qualunque tipo di liberalizzazione in questo settore non porterà a ridurre le tariffe ma ad aumentarle, migliorando in cambio (almeno si spera) il servizio. Ovviamente il problema è che spesso, in Italia, quando si liberalizza qualcosa i costi aumentano, e questo è tragicamente sicuro, però poi i servizi non migliorano, e basti pensare al caso scandaloso delle polizze Rc auto o a una cosa banale come il servizio telefonico 12, dove l’intervento dei privati non ha fatto altro che moltiplicare i costi per i clienti e i profitti per le compagnie. Quanto all’acqua, fino a una quindicina di anni fa erano attive nel settore solo le municipalizzate, poi con la legge Galli del 1994 gli enti locali hanno cominciato a creare società miste o a sviluppare forme giuridiche diverse; oggi c’è un rilevante numero di Spa. Fra le maggiori figurano la Smat di Torino (controllata dal Comune), la Mediterranea delle Acque (gruppo Iride, che fa capo ai Comuni di Torino e di Genova), la Società Acque Potabili (ex Italgas, ora parte di Smat e parte del Comune di Genova), l’Acea (51% del Comune di Roma) e l’Acquedotto pugliese (Regioni Puglia e Basilicata) senza contare l’Asm Brescia, la Hera di Bologna e molte altre ancora (i soggetti di Federutility sono addirittura 550). Complessivamente il settore impiega quasi 30.000 persone con impianti industriali, infrastrutture e reti che attraversano tutto il territorio. Il ddl Lanzillotta sulle liberalizzazioni nella sua versione originaria (ora si va verso uno scorporo del settore acqua e una moratoria delle gare, ma è inevitabile che il tema riaffiori) intendeva mettere le cose in movimento attirando capitali privati, così da gestire meglio e con tecnologie aggiornate le nostre risorse idriche sempre più scarse. Il governo, spinto dalle sue componenti più liberiste, ha deciso di provare a rendere più facile l’affidamento del servizio ai privati, tenendo ben distinta la proprietà dell’acqua come risorsa (che resta pubblica, lo dice il programma dell’Ulivo) dalla sua gestione, che può essere affidata ai privati (già adesso, ma con difficoltà). Però la distinzione è sottile e ha suscitato le proteste di Rifondazione, Comunisti italiani e Verdi; da qui il temporaneo stop. Del resto anche i Ds, bene insediati nelle municipalizzate, non sembrano entusiasti di cedere quote di potere e non si sono battuti allo stremo per liberalizzare. Invece il centrodestra (teoricamente) spinge per farlo, anche allo scopo di colpire alcune lobby locali che non gli sono amiche, ma il timore di trasferire ai privati qualcosa di fondamentale come l’acqua è diffuso (sotterraneamente) anche a destra e questo complica la partita di potere. Sul piano tecnico c’è chi obietta che è assurdo preoccuparsi che arrivi «troppo» privato nel settore, perché con l’acqua non si guadagna granché e quando nell’uno o nell’altro Comune si bandisce una gara questa va deserta per quanto riguarda i privati dell’idro e vede interessate concretamente solo le imprese a partecipazione pubblica; queste tirano avanti (e anche bene) senza aspettarsi grossi margini, tagliando i costi e realizzando economie di scala man mano che allargano la loro base territoriale. Ma allora quali sarebbero, in questo quadro, le ipotetiche prospettive di guadagno dei privati, cui toccherebbe partire da zero? Dovrebbero farsi avanti là dove viene bandita una gara e mettere sul piatto capitali e tecnologie per migliorare le reti e gli impianti, ottenendo in cambio tariffe più alte delle attuali. E chi è che dovrebbe riconoscere queste tariffe più alte? Non il mercato, che nell’acqua non esiste. Novanta piccoli Garanti A decidere sulle bollette di due terzi del territorio italiano è una novantina di Autorità di ambito, che sono altrettanti piccoli Garanti (un po’ come quello dell’energia a livello nazionale) costituiti in zone omogenee dal punto di vista idrografico ed economico; nel restante terzo d’Italia, dove non sono stati predisposti dei piani d’ambito, a fissare le tariffe continua a provvedere il Cipe, che le ha bloccate dal 2002 ed esercita una sorta di leadership morale anche sulle Autorità locali; questa circostanza per anni e anni ha tenuto fermi (o quasi) i prezzi dell’acqua in tutta Italia, bloccando di fatto le velleità dei privati. Come si fa allora a portare nel settore gli investimenti, le tecnologie, il know-how gestionale e la capacità manageriale che sono necessarie? Quali margini per cambiare Il presidente aggiunto di Federutility, Mauro D’Ascenzi, sostiene che «le ex municipalizzate sono già la perfetta sintesi tra pubblico e privato. Coniugano i criteri imprenditoriali con l’etica del servizio di pubblica utilità. Perché sforzarsi di creare soluzioni alternative quando, dove ci sono, le aziende locali gestiscono acqua da un secolo con piena soddisfazione dei cittadini?». Di tutt’altro avviso Confindustria: «Il nostro giudizio sul ddl Lanzillotta è sostanzialmente positivo, perché il ricorso al mercato nella gestione dei servizi pubblici locali viene assunto come ”la" forma ordinaria di affidamento, mentre nella disciplina generale attualmente vigente esso viene posto alla pari dell’affidamento diretto». Per gli utenti il presidente di Federconsumatori, Rosario Trefiletti, dice che «il vero problema non è la proprietà pubblica o privata ma che si riduca il numero dei soggetti che operano nel settore dell’acqua. Quando fu introdotta la legge Galli erano 9000, adesso sono meno, però sono ancora troppi. Ce ne vorrebbe soltanto una decina in tutta Italia, per abbattere i costi con le economie di scala, e se poi questo non bastasse ancora a finanziare gli investimenti e fosse necessario aumentare un po’ le tariffe, va bene, non sarebbe un problema». Però Trefiletti dice «aumentare un po’»; se invece l’ipotesi è triplicare i prezzi, questo non rientra nella vocazione di Federconsumatori.