Fulvio Milone, La Stampa 10/2/2007, 10 febbraio 2007
Non sono di quelli che odiano i poliziotti, e dico alla figlia di Filippo Raciti che mi spiace che abbia perso il padre: se fosse capitato a me avrei sofferto come lei e mi sarei sentito molto solo
Non sono di quelli che odiano i poliziotti, e dico alla figlia di Filippo Raciti che mi spiace che abbia perso il padre: se fosse capitato a me avrei sofferto come lei e mi sarei sentito molto solo. Però penso che chi l’ha ucciso non l’abbia fatto apposta». Chiuso nella cella della sezione minorile, il ragazzo indagato per l’omicidio dell’ispettore capo ucciso il 2 febbraio davanti allo stadio «Massimino» accetta di rispondere alle domande fatte arrivare in carcere. Dice la sua verità, ammette di aver partecipato alla guerriglia scatenata dai teppisti allo stadio, ma giura di essere assolutamente estraneo alla morte di Raciti: «Sì, ho partecipato agli scontri, ma non ho colpito nessuno. Quel pezzo di ferro (l’arma del delitto, ndr) l’ho trovato a terra e l’ho semplicemente lanciato in aria». Eppure la polizia sostiene di avere raccolto molti elementi sul suo conto. A cominciare da cinque foto di un ultrà scatenato, proprio lui, mentre si copre parzialmente il volto con il cappuccio della felpa per non farsi riconoscere, e soprattutto mentre regge fra le braccia l’armatura di ferro di un lavandino divelto da una parete dei bagni del «Massimino» per usarla come un ariete durante gli scontri con la polizia. A.F.S., maggiorenne fra soli tre mesi, un tipo corpulento che in carcere indossa una tuta grigia e le scarpe da ginnastica, divide la cella con un ragazzo di 14 anni: anche lui un ultrà, fermato per aver preso parte alla gueriglia davanti allo stadio. «Appena arrivati qui ci siamo messi a pulire la stanza, che era molto sporca», racconta. Appare a tratti addolorato e sconvolto, a tratti tranquillo e piuttosto sicuro di sè, nonostante sul suo capo penda un’accusa pesante come un macigno: quella di omicidio. Come hai trascorso la notte in cella? «Ho dormito perché sono tranquillo. Ho la coscienza a posto, io. Mi hanno confortato le parole dell’avvocato, mi ha detto che non ho niente da temere. Mi distraggo un po’ con i cruciverba che avevo chiesto e mi hanno subito dato. Con me ho anche i libri di scuola. Ora aspetto la tv. Mi hanno assicurato che la metteranno presto in cella: voglio sapere tutto quello che si dice di me, non voglio perdere un solo telegiornale. Questa mattina (ieri, ndr) ho anche partecipato alle lezioni, perché in carcere c’è la scuola. Studio da perito elettrotecnico: mi piace, da grande voglio fare lo stesso lavoro di mio padre». Davvero non hai nessun senso di colpa? «Non ho fatto niente. Io della morte di quel povero poliziotto non so assolutamente nulla». Che cosa hai provato quando ti hanno detto che eri indagato per omicidio e sei stato interrogato? «Per me è stato un colpo tremendo. Non capivo nulla, ero preso dal panico. Non ricordavo niente di quello che era successo allo stadio». Ora ricordi quello che hai fatto quella sera? «C’erano degli scontri, e c’ero anch’io. Ma non mi è mai passato per la testa di colpire un poliziotto. Ad un certo punto ho trovato a terra un pezzo di ferro: l’ho raccolto e l’ho lanciato per aria. Tutto qui. Ripeto. Non mi sarei mai sognato di scaraventare quell’oggetto contro un uomo in divisa». Che reazione hai avuto quando hai saputo che un agente era stato ucciso? «Quando ho saputo della morte dell’ispettore Raciti mi sono dispiaciuto molto, anche se non lo conoscevo. Non lo avevo mai visto prima, né avrei potuto riconoscerlo perché i poliziotti in divisa sono tutti uguali. Una cosa è certa: quando tutta questa storia sarà finita, giuro che non metterò mai più piede allo stadio. La lezione mi è servita». Perché dici che sei dispiaciuto? «Raciti era un padre di famiglia, un uomo che quando tornava a casa abbracciava la moglie e i figli. Anch’io ho un papà meraviglioso a cui sono molto legato». Quindi puoi immaginare che cosa stia provando sua figlia? «Vorrei dirle che sono addolorato. Ha perso il padre; se capitasse a me sarebbe terribile, mi sentirei solo, non so che cosa farei. Penso anche a chi lo ha ammazzato: non può averlo fatto apposta, perchè nessuno può davvero volere uccidere una persona in quel modo orribile». Che vita facevi fuori dal carcere? Come trascorrevi le tue giornate? «Al mattino a scuola. Pranzo sempre a casa con tutta la famiglia, poi me ne vado al bar a fare quattro chiacchiere con gli amici. Da qualche tempo, il pomeriggio, faccio il benzinaio: un lavoretto che mi ha trovato papà. Le serate le passo a studiare, spesso mi metto davanti al computer con un videogame. Ogni tanto gioco una partitella a calcio. Insomma, faccio una vita normale come quella di tutti i ragazzi della mia età. Fino a qualche tempo fa avevo anche la fidanzata, ma ci siamo lasciati». E il karate? «L’ho fatto per molti anni. E’ bello, è uno sport che mi appassiona. Ma poi ho dovuto smettere a causa di un incidente con il motorino: frattura di tibia e perone. Non potevo più fare sforzi di quel genere». Giochi anche al rugby? «Non più. Mi annoiavo perchè ci facevano fare troppi esercizi di preparazione mentre a me piace il gioco vero, quello sul campo. Così ho deciso di lasciare. L’unico hobby che mi è rimasto è la pesca: ci vado spesso con mio padre. Papà mi manca molto, siamo sempre stati legati, con lui ho un rapporto molto stretto. Mi manca tutta la mia famiglia. Qui dentro penso sempre a casa e mi viene la nostalgia. Ma l’avvocato mi dice che posso stare tranquillo, che uscirò presto visto che ho la coscienza a posto».