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 2007  febbraio 10 Sabato calendario

MARIO CALABRESI

NEW YORK - Erano ottant´anni che l´America non aveva una campagna elettorale così aperta, così poco prevedibile e soprattutto senza il presidente uscente o il suo vice in corsa alle primarie.
L´ultima volta che gli inquilini dalla Casa Bianca rimasero in panchina a guardare la partita fu nel 1928, da allora lo studio ovale è sempre stato il quartier generale dove si organizzavano le rielezioni o le successioni. Oggi George Bush è un presidente a fine mandato, con un vice come Dick Cheney dal cuore malandato e lambito dagli scandali, e da cui ogni candidato repubblicano prende le distanze. Nella West Wing, sottolinea il Washington Post, non si studiano sondaggi e focus group, non si assoldano manager per la campagna e non si organizzano raccolte di fondi.
L´ultima volta accadde quando Calvin Coolidge, repubblicano anche lui, in vacanza in South Dakota nell´agosto del 1927, allungò un biglietto ai cronisti che conteneva una sola laconica frase: «Ho deciso di non correre per la presidenza nel 1928». Ma poiché detestava il suo vice, Charles G. Dawes, gli fece terra bruciata nel partito, lasciando il campo aperto all´unico candidato forte, Herbert Hoover, che prima di passare alla storia come il presidente del crollo di Wall Street e della Grande depressione godeva di immensa stima e reputazione.
Poi ci fu il 1952, quella volta alla Casa Bianca ci provarono, almeno alle primarie, ma Harry Truman, il presidente del piano Marshall e della guerra di Corea, venne umiliato ai nastri di partenza in New Hampshire e si ritirò subito, lasciando spazio al suo vice, Aben Barkley. Ma neppure lui ce la fece, battuto da Adlai Stevenson, uno che lo studio ovale lo conosceva per i racconti del nonno che era stato vicepresidente di Grover Cleveland a fine Ottocento. Comunque non vinse neppure lui perché alla fine stravinse il generale Eisenhower.
Questa volta il campo è aperto e i candidati veri, quelli possibili e i probabili sono già una ventina, nei due campi. Anche se ne spiccano per ora non più di cinque. Hillary Clinton, Barack Obama, John Edwards, Rudolph Giuliani e John McCain. C´è persino chi si è già ritirato, come il senatore Evan Bayh dell´Indiana, la cui corsa è durata solo quindici giorni. Poi ci sono le variabili immaginifiche, dal ritorno di Al Gore sulle ali della battaglia ambientalista, che proprio ieri ha confermato di non volersi candidare ma ha aggiunto «non posso escludere completamente la possibilità», alla discesa in campo dell´amatissimo sindaco di New York Michael Bloomberg, fino all´ipotesi fantapolitica dell´apparire di Jeb Bush.
Anche senza di loro siamo comunque già ai record, potrebbe essere eletto il primo presidente italo-americano (Giuliani), la prima donna (Hillary), il primo nero (Obama), il primo mormone (Romney), o il primo ispanico (Richardson) e se vincesse McCain sarebbe il primo presidente nato non negli Stati Uniti ma in un suo territorio controllato (Coco Solo, nell´area del canale di Panama).
Così, per cercare di battere sul tempo tutti gli altri e di conquistare i fondi necessari ad arrivare fino in fondo tra venti mesi, si è partiti più presto che mai. Siamo di fronte ad un´unica campagna elettorale dal 2004, senza soluzioni di continuità: la corsa alla presidenza è partita mentre ancora si votava per le elezioni di midterm.
L´ultima volta il primo era stato Howard Dean, che era partito in anticipo, nell´estate del 2003, un anno e mezzo prima del voto, ora gli anni sono due, tanto che alle urne mancano 644 giorni e Bush resterà in carica ancora 23 mesi.
Ma la vera novità è che la sfida «avrà luogo con nuove regole». Lo sostiene Evan Cornog, storico delle campagne elettorali americane che insegna alla scuola di giornalismo di Columbia University.
«Niente sarà più come prima: fare un passo falso sarà facilissimo. Le nuove regole le dettano le videocamere nei telefonini, i blog, i cosiddetti citizen journalist. Oggi tutto è globale, nulla sfugge, ogni cosa può diventare una notizia in un tempo velocissimo: tutti ti vedono, ti filmano e ti fotografano. Questo cambia le dinamiche: in qualunque luogo una battuta, una gaffe, un errore, una frase infelice verranno riprese con un cellulare e il giorno dopo invaderanno la rete segnando la corsa di un candidato. Molte teste cadranno in fretta, c´è da scommetterlo».
Gli esempi ci sono già e sono eloquenti. Nell´agosto scorso George Allen, senatore repubblicano della Virginia dato come sicuro rieletto, si trova al confine con il Kentucky, nel paesino di Breaks, per un piccolo comizio. Caldo afoso, canottiere, agricoltori, maniche della camicie arrotolate e molti camioncini pick-up. Ad un certo punto arriva un ragazzo di origine indiana, Shekar Sidarth, che lavora per lo sfidante democratico Jim Webb e che appena può fa «l´ombra», ovvero segue Allen dappertutto e lo filma. Il senatore fa lo spiritoso e presenta Sidarth ai suoi sostenitori: «Vi presento l´amico che mi segue sempre, è quello con la maglietta gialla. Il macaca»». Usa l´epiteto coniato dai colonialisti francesi per dare delle scimmie agli abitanti dell´Africa centrale. Apriti cielo: il video è finito su youtube e da quel momento il Macacagate ha invaso la rete, la tv e i giornali. Nel Paese del politicamente corretto Allen ha passato il suo tempo a scusarsi e a spiegare di non essere razzista, ma non è servito a molto tanto che gli elettori a novembre lo hanno lasciato a casa e che la sua frase è stata indicata dal Global language monitor come la più politicamente scorretta del 2006.
Oggi per una frase infelice diventata immediatamente carburante per blog e dibattiti su internet, c´è chi si è bruciato la campagna ai nastri di partenza, come il democratico Joe Biden, presidente della commissione Esteri del Senato. Il 31 gennaio si era presentato con molta sicurezza: «Non è tanto una questione se io possa competere con i soldi di Hillary Clinton e Barack Obama, quanto se loro possono o meno competere con le mie idee e la mia esperienza». Ma proprio l´esperienza gli è mancata quando poche ore dopo si lasciava andare ad un ulteriore commento sul senatore nero dell´Illinois:
«Ecco che avete il primo afro-americano moderato, un uomo che si esprime bene, intelligente, pulito e di bell´aspetto». La frase è diventata «Obama nero pulito» e da settimane il dibattito e le polemiche sul linguaggio di Biden lo hanno travolto: « un nero che tutti i giorni fa la doccia?», gli ha chiesto Mary Katherine Ham su Townhall.com, secondo cui se lo avesse detto un republicano sarebbe stato linciato. Biden ha concluso la sua prima giornata da candidato cercando di spiegarsi, poi a scusarsi, ma la cosa era ormai decollata e gli era sfuggita di mano.
Anche per questo Hillary e Obama sono attentissimi. I front runner stanno declinando decine di inviti a dibattiti e tavole rotonde. Meno si appare meno si rischia e il web cercano di usarlo per fare annunci chiusi, dove non ci siano domande e tutto sia controllato. Obama poi gioca sul crinale, ha messo lui in piazza la cocaina all´università, le sigarette, la scuola islamica, in un disvelarsi che significa diluire il possibile impatto. Ma tutto può riemergere e la campagna sarà lunghissima.
Forse il vero rischio è dire la verità. Come disse Michael Kinsley, famoso editorialista di Washington Post, già direttore delle pagine degli editoriali del Los Angeles Times, direttore del New Republic e fondatore del giornale on line Slate, secondo cui spesso nelle campagne elettorali una gaffe mortale è semplicemente dire la verità in pubblico. Walter Mondale alla convention democratica del 1984 che lo incoronò sfidante di Ronald Reagan disse una cosa banale, ma terribile: per sanare il deficit di bilancio si devono alzare le tasse. E lì finirono le sue chance.