Antonio Castaldo - Grazia Maria Mottola 10/2/2007, 10 febbraio 2007
Massacro a Capo Verde. Una loro amica si salva MILANO – Violentate e uccise a colpi di pietra sulla spiaggia delle vacanze
Massacro a Capo Verde. Una loro amica si salva MILANO – Violentate e uccise a colpi di pietra sulla spiaggia delle vacanze. I cadaveri di due ragazze italiane sono stati trovati a pochi metri dal mare, nell’isola di Sal, una delle mete turistiche più famose dell’arcipelago di Capo Verde. Giorgia Busotto, 28 anni, veronese, e Dalia Saiani, 27 anni, di Ravenna, ex campionessa di windsurf, irriconoscibili per le percosse subite, erano state sepolte nella sabbia della spiaggia di Fontona. Ad ucciderle, secondo la drammatica testimonianza di una terza ragazza, 17 anni, che era con loro e che si è salvata, sono stati due amici con i quali le giovani erano uscite a cena giovedì sera. Tutti e due, una guida locale di nome Sandro e un nigeriano, sono stati fermati dalla polizia con le accuse di violenza e omicidio. La ricerca dei due cadaveri è scattata ieri mattina dopo che la terza ragazza, Maria (nome di fantasia), ha raggiunto l’hotel Djadz Sal, dove risiedono alcuni amici delle giovani. Maria è arrivata in albergo sanguinante e sotto choc, ma prima di essere trasportata in ospedale ha pregato che cercassero Dalia e Giorgia e ha dato le indicazioni necessarie per raggiungere il luogo dove erano. Ha anche raccontato cosa era successo, la violenza, i sassi, i nomi dei colpevoli. Subito gli amici delle ragazze, accompagnati dalla polizia locale, si sono recati sulla spiaggia di Fontona, un’oasi naturale, e hanno fatto la macabra scoperta: Giorgia e Dalia erano morte, i corpi sfigurati, uccise barbaramente. IL RITROVAMENTO – «Ci hanno detto che avevano il volto sfigurato – spiega il tour operator Natalino Tinè che ha organizzato il viaggio delle tre ragazze – e il cranio fracassato da colpi violentissimi. Hanno usato dei sassi, ce ne sono tanti su quella spiaggia. Poi hanno cercato di nascondere i corpi sotto la sabbia». L’ULTIMA NOTTE – Secondo quanto hanno ricostruito gli inquirenti, le ragazze erano uscite giovedì sera con due uomini che conoscevano molto bene. «Non ricordo i loro nomi – spiega Tinè – ma si tratta di un ragazzo di colore e di uno bianco, Sandro. Uno che fa la guida e che aveva avuto una storia con Dalia ». Ma quella storia era finita. Dalia aveva detto a Sandro che potevano restare amici, ma solo quello. «Lei lo aveva lasciato, ma lui non voleva rassegnarsi a questa decisione», dicono gli amici. LE DUE RAGAZZE – Dalia e Giorgia erano molto conosciute nell’isola di Sal. Giorgia Busotto era titolare di un’agenzia di viaggi a Verona, l’isola era una meta che consigliava ai suoi clienti, ma era anche un luogo del quale si era innamorata, tanto da averci acquistato due case. Tutti gli anni tornava su quelle spiagge e ormai sull’isola aveva tanti amici. Per Dalia Saiani, titolare di uno stabilimento balneare in provincia di Ravenna, ex campionessa di wind surf, Sal era un vero e proprio paradiso, come lo considerano tutti gli appassionati di questo sport. Soprattutto in inverno, quando i venti sono quelli «giusti» per volare sull’acqua. Anche lei, amica di Giorgia e Maria, andava almeno una volta all’anno nell’isola dove aveva tanti amici. Tra loro anche Sandro, la guida, con il quale aveva avuto una breve relazione. Finita. Senza drammi, in amicizia. Pensava la ragazza. E così pensavano anche le sue amiche che giovedì sera sono salite in auto per una serata tranquilla. A cena insieme, poi ognuno a casa propria. Invece le aspettava l’inferno. *** MILANO – Una mano. « spuntata dalla sabbia appena mi sono messo a scavare. A quel punto ho capito. Lì sotto c’erano i corpi delle nostre amiche». Le urla, i pianti sovrastano la sorpresa del gruppo di turisti italiani impegnati nella ricerca delle due ragazze. «Pensavamo, eravamo certi che fossero ancora vive. Infatti le chiamavamo a squarciagola, e aspettavamo da un momento all’altro che rispondessero ai nostri richiami. Che una di loro si facesse sentire». Libero Cozzolino, insegnante di wind surf e amico delle due vittime, ricostruisce la mattinata di ieri come una sequenza di flash che gli tornano alla memoria in maniera confusa. «Ho visto un cellulare in frantumi. E poi la sabbia mossa, quasi compattata in modo innaturale. Mi sono messo a scavare e poi ho visto quella mano. Mi ha paralizzato, non ce l’ho fatta ad andare avanti». A scoprire i cadaveri di Dalia Saiani e Giorgia Busotto sono stati gli amici avvisati dall’unica sopravvissuta all’aggressione di giovedì notte, una diciassettenne che era in compagnia delle due vittime. Il suo racconto confuso e impressionante ha però dato a Libero la possibilità di avviare subito le ricerche: «Parlava in modo strano. Sembrava tranquilla, ma le cose che diceva non avevano senso. E poi il sangue, la sabbia. Era chiaro che era successo qualcosa. Ci ha detto di cercare un posto con buche e palme. Non c’è voluto molto a capire che stava parlando di Fontona, una delle poche oasi dell’isola di Sal». Le due ragazze erano scomparse dalla sera precedente. Dovevano andare a cena fuori. Ma al ristorante non sono mai arrivate. «Erano uscite con Sandro, l’ex fidanzato di Dalia – aggiunge Cozzolino – e con un altro amico, un meccanico nigeriano che lavora lì vicino. Ma Dalia aveva chiuso con Sandro, si erano lasciati da tempo, non ricordo con precisione. Di certo so che per lei era stata la storia di una vacanza. Ma lui non si è mai rassegnato». Libero non lo dice. Ma sembra convinto di conoscere il nome del colpevole: «La chiamava in continuazione, appariva ovunque. Insomma, la tormentava. Dalia non ne poteva più. Aveva deciso di fargli capire una volta e per tutte che era finita. Ieri sera erano usciti proprio per questo. Gli avrebbe detto basta». Libero vive nell’arcipelago africano da sei anni. Ad ottobre chiude la scuola di surf in Sardegna e vola nelle isole dove conosce praticamente tutti. Ha moltissimi amici, una di questi era Dalia. Che lui conosceva da quand’era bambina. «Veniva da me per migliorare il suo stile – ricorda – poi è diventata una campionessa. Ha aperto uno stabilimento balneare in provincia di Ravenna e anche lei, come me, trascorreva buona parte dell’anno in giro per il mondo». La ragazza aveva perso sua madre a dicembre. E subito dopo era partita. «Voleva dimenticare», dice Libero. Gli italiani che vivono stabilmente, o quasi, nell’arcipelago africano tra di loro si chiamano per nome. «I cognomi qui non servono». Condividono abitudini, amicizie e giornate scandite dal sole e dal mare cristallino dei tropici. Una comunità che fino a ieri viveva nell’illusione di aver dimenticato ansie e paure. «Una cosa così, qui non era mai successa. Per noi è la fine di un sogno» (CdS 10/2/2007). *** MILANO – «Mi hanno tirato un sasso sulla testa, poi mi hanno lasciata nel bosco». L’hanno creduta morta. Per questo è ancora qui. La voce è tremante. Le parole scandite lentamente. Forse dal terrore che non passerà mai. sola Maria (nome di fantasia), unica sopravvissuta al massacro di Capo Verde, sola in un letto d’ospedale. Con la testa fasciata, il volto livido. E gli occhi, con la voglia di chiuderli e poi riaprirli, nella speranza di ritrovarsi in Italia (e non essere mai partita). Difficile vivere ora. Senza più quel sogno, da mesi vissuto come un rifugio, di una lingua di sabbia, bianca e sottile come la cipria, sulla quale sdraiarsi, lasciandosi dietro ogni pensiero. E, l’angoscia più grande, senza le sue carissime amiche, violentate e ammazzate a pietrate in un luogo di paradiso. Doveva essere una vacanza da sogno. A Capo Verde. Ora c’è solo spazio per gli incubi. «Ci avevano proposto una serata tranquilla, dovevamo andare a cena tutti insieme – racconta al telefono a Skytg24 la ragazza, che ha 17 anni ”. Così ci eravamo messi in auto, noi tre, Sandro e un altro ragazzo». Si ferma. Difficile tornare indietro nel tempo. Ricordare l’inizio, i momenti gioiosi. E la voglia di divertirsi. Ci aveva pensato Maria. Perché non uscire con un ex fidanzato (di Dalia) e l’amico simpatico? Che c’è di male nel mettersi in auto e correre verso ore felici? Ma al posto della cena in un luogo tranquillo, il gruppo parcheggia in un palmeto. Teatro dell’incubo. Gli amici cambiano umore. Le risate diventano grida. L’amicizia, odio infernale. Al ristorante le tre ragazze non sono mai arrivate, l’auto ha preso un’altra direzione. «Sandro ci ha portato in un bosco – continua Maria – io non so, non ho capito, hanno cominciato a picchiarci». Il boschetto, parte di un’oasi che si allunga fino al mare, è isolato. La notte allontana anche quei pochi che lo frequentano. Sandro ha scelto bene. D’altra parte nell’isola fa la guida e l’isola la conosce bene. Qui le urla non servono. Maria, Giorgia e Dalia scendono dall’auto. Le parole non bastano per descrivere l’orrore. Più efficace il rumore dei colpi, innumerevoli, come una pioggia di sassi. Alla testa, sul corpo. Per non lasciare scampo, per abbattere ogni speranza di vita. Maria ricorda: «Sandro ha fatto quello che ha fatto – una pausa le serve per riprendere fiato ”. Poi mi è arrivato un colpo alla testa». Maria perde i sensi. E mentre giace nel boschetto, come se fosse morta, Sandro e il suo complice portano le amiche nell’ultimo lembo dell’oasi, seppellendole sotto la sabbia. All’alba il risveglio, solo per Maria: «Non so come sono riuscita a riprendermi. Ho camminato, senza fermarmi, fino al villaggio». Poi l’allarme. E la macabra scoperta. Grazia Maria Mottola (CdS 10/2/07)