Libero 08/02/2007, Alessandro Gnocchi, 8 febbraio 2007
Ritorna Mister Amore il trionfo del privato. Libero 8 febbraio 2007. L’incipit di "Scusa ma ti chiamo amore" (Rizzoli, pp
Ritorna Mister Amore il trionfo del privato. Libero 8 febbraio 2007. L’incipit di "Scusa ma ti chiamo amore" (Rizzoli, pp. 668, euro 18) , il nuovo romanzo di Federico Moccia, gioca la carta della poesia ma a dire il vero non è irresistibile: «Notte. Notte incantata. Notte dolorosa. Notte folle, magica e pazza. Notte che sembra non passare mai. Notte che invece a volte passa troppo in fretta». Anche le appassionate scene d’amore sono zeppe di luoghi comuni: «Niki si leva le spalline del vestito e lo lascia cadere giù, per terra. Poi lo scavalca con le sue scarpe nere Adidas, alte, da pugile, e rimane così, in mutandine e reggiseno e niente più. Appoggiata con la schiena ai gelsomini, immersa tra tutti quei piccoli fiori, persa in quel profumo, come una rosa delicata sbocciata per caso in quel cespuglio». Una mappa della capitale. La storia, ridotta all’osso, è questa: il pubblicitario Alex si innamora di Niki, liceale di vent’anni più giovane. Alex e Niki sono costretti a mettere in discussione tutta la loro vita: lavoro, amori passati, amicizie e famiglia. Il mondo degli adolescenti e lo scontro generazionale con gli adulti sono il piatto forte. Almeno in superficie non manca nulla: dall’Ipod alla mania degli Sms passando per i cantanti di culto (i rapper, Robbie Williams, Radiohead, Damien Rice), c’è tutto quello che un genitore può osservare nei propri figli. E viceversa, perché Moccia ritrae anche i genitori in tilt di fronte alle rivendicazioni dei figli, cresciuti sorprendentemente in fretta. Niente lolitismo però, perché come Moccia spiega al pubblico nel corso della presentazione del libro a Milano, «i tempi sono cambiati e le diciasettenni di oggi sono già donne; mentre molti quarantenni al confronto sono immaturi». Puntigliosa anche la descrizione di Roma, al punto che il romanzo può essere consultato quasi come se fosse una mappa di locali e ritrovi "in" della capitale. la città già vista nei libri precedenti: Ponte Milvio, Corso Francia, via Cortina d’Ampezzo. Alex la attraversa in lungo e in largo con la sua Mercedes da 60 mila euro, magari ascoltando i Dire Straits o Lucio Battisti, perché anche i quarantenni lanciati nel mondo del lavoro hanno i loro idoli e i loro status symbol. E Moccia li registra con rigore assoluto. Garantito, non è pura fiction. Del resto, il lancio del nuovo romanzo insiste molto sul fatto che non si tratta di pura fiction: Niki esiste davvero, Moccia l’ha notata per caso in Via del Corso mentre «faceva le "vasche" con le sue amiche»; addirittura «i ristoranti dove vanno a mangiare i protagonisti sono veri» e «sono stati provati dall’autore»; anche il faro dell’isola del Giglio, dove si conclude la vicenda, è stato scelto fra i 25 visitati dallo scrittore. La "formula Moccia" è precisa. Nonostante qualche nuovo ingrediente, rischia però di diventare un po’ ripetitiva. Senz’altro non è un problema per i lettori e le lettrici che hanno partecipato con entusiasmo all’incontro milanese di ieri. I numeri di Mister Amore (come Moccia si è auto-definito) del resto parlano chiaro. "Tre metri sopra il cielo" ha venduto un milione e 300 mila copie; il sequel "Ho voglia di te" è vicino al milione. Il primo è anche stato un film di successo. Quello tratto dal secondo uscirà nelle sale il prossimo 9 marzo. A questo aggiungiamo uno spettacolo teatrale in arrivo, e un pienone ovunque Moccia si presenti. Senza contare che anche "Scusa ma ti chiamo amore" è destinato a finire sulla pellicola. E pensare che l’esordio era stato pubblicato in 2500 copie da un piccolo editore, perché i grandi lo avevano rifiutato. Oggi Moccia è conteso, e Rizzoli lo ha "strappato" a Feltrinelli. Con contorno di dietrologia politica perché Mister Amore è di destra, Feltrinelli sta a sinistra. Lui nelle interviste ha tagliato corto: «Mi hanno proposto un’ottima strategia comunicativa. E io sono un ribelle, un anarchico». Il tour promozionale dello scrittore era iniziato nel pomeriggio con «un romantico giro su un pullman a due piani» (così si legge sul sito della Rizzoli) per le strade di Milano in compagnia di trenta ammiratrici, vincitrici del concorso legato all’uscita del romanzo (prossimi appuntamenti a Bologna, Verona, Napoli, Roma). La gita finisce in Piazza della Scala, a due passi dalla libreria già piena di gente. Moccia e fans scendono, tutti quanti con un cappellino pubblicitario in testa. Chi si aspetta un pubblico di adolescenti è servito: ci sono molte signore la cui età si direbbe più vicina ai cin- quanta che ai quattordici. E ci sono anche molti uomini, particolare che lo scrittore sottolinea: «Il mio pubblico è romantico, sognatore, ironico. Ed è sempre più trasversale». Moccia, simpatico e disponibile, parla soprattutto di amore, quello vero, quello irrazionale «che fa sparire il mondo intorno a sé. Se una coppia ha timore di baciarsi in pubblico, vuol dire che in quell’amore c’è qualcosa che non va». Si parla solamente del proprio privato. Tra una citazione cinematografica e l’altra, Moccia racconta anche delle sue letture: «Da giovane leggevo Harold Robbins. Poi ho molto amato Hemingway e Fitzgerald. Soprattutto quest’ultimo mi ha convinto a prendere la penna in mano». Sul comodino in questi giorni ha tenuto "Gomorra", l’inchiesta sulla camorra di Roberto Saviano, «perché tutti ne parlano bene. Però l’ho letto con qualche difficoltà. Non è il mio genere». In effetti, non c’è scrittore più lontano da Moccia di Saviano. In Moccia, come in gran parte della letteratura e del cinema italiano, il privato (meglio se autobiografico) è protagonista assoluto. Questo è il motivo del successo di libri come "Scusa ma ti chiamo amore" o film come "Manuale d’amore". anche il loro limite più evi dente: sembra che in Italia non ci sia più niente da raccontare, se non i sentimenti. Per carità, non è il caso di rimpiangere o invocare l’ "impegno" troppo spesso politicizzato e ideologico di altre generazioni. una semplice constatazione. Nei nostri autori manca l’ambizione di spalancare la porta di casa e scrivere una storia che ci faccia davvero capire qualcosa del mondo in cui viviamo. Alessandro Gnocchi