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 2007  febbraio 07 Mercoledì calendario

Ma il copyright può tutelare ancora il mercato? Il Sole 24 Ore 7 febbraio 2007. Per la Corte di cassazione scaricare da internet files protetti da copyright non è reato se non c’è scopo di lucro

Ma il copyright può tutelare ancora il mercato? Il Sole 24 Ore 7 febbraio 2007. Per la Corte di cassazione scaricare da internet files protetti da copyright non è reato se non c’è scopo di lucro. Benché si riferisca in realtà a fatti coperti dalla normativa precedente alla legge Urbani, questa sentenza è un’utile occasione per discutere di proprietà intellettuale (copyright e brevetti) in un’economia moderna. Sulla carta, la legge Urbani (che peraltro non verrà mai applicata) è tra le più severe d’Europa. Ma ha ancora senso la proprietà intellettuale? Lo dico come provocazione personale. So per esempio che il direttore del Sole-24 Ore, anche perché ha fatto l’editore, la pensa in maniera opposta. Ma parliamone... Partiamo dal caso più semplice, il copyright artistico, cioè la proibizione di copiare, rivendere o utilizzare in pubblico un cd o un dvd, che di fatto attribuisce al produttore un diritto di monopolio. L’argomento usuale della Siae e della sua controparte americana, la Riaa, è che questo monopolio permette agli autori di recuperare i costi fissi per produrre una canzone. In sua assenza, molte opere d’arte non verrebbero prodotte, e il mondo sarebbe più povero culturalmente. Ma questo è falso. Lo sostengono Michele Boldrin e David Levine (due economisti della Washington University di St. Louis) in un bellissimo libro disponibile su internet, su cui gran parte di questo articolo è basato. Bach, Mozart e Beethoven scrissero la loro musica quando il copyright non esisteva e gli spartiti (i cd del XVIII secolo) venivano copiati liberamente. E certamente Picasso avrebbe dipinto Guernica anche senza royalties su ogni poster che riproduce il quadro. Abolire il copyright non significa che un artista non possa vivere del proprio lavoro. Se un cd di Madonna potesse essere copiato e rivenduto liberamente, la prima copia costerebbe molto più del prezzo attuale, perché porta con sé il diritto di rivendere il contenuto a qualsiasi prezzo il mercato accetti. Le copie successive scenderebbero progressivamente di prezzo, esattamente come oggi molti spendono 10 euro per guardare un film il weekend dell’uscita mentre potrebbero vederlo a 3 euro dopo due mesi al cineforum. I profitti degli autori sarebbero in ogni caso sufficienti per coprire i costi iniziali e offrire una remunerazione aggiuntiva; verrebbero però grandemente ridotte le enormi remunerazioni dei cantanti e attori di punta. Si dice spesso che questi guadagni sono determinati dal gradimento del pubblico, e quindi dal mercato. Vero, ma sta a noi decidere se vogliamo che il mercato sia monopolistico o concorrenziale. Per chi crede nel mercato, ma non riesce a riconciliarsi con l’idea che un’artista possa guadagnare milioni per cantare mentre si fa crocifiggere su una struttura di vetro pensando di fare chi sa quale operazione culturale, oppure per fare monologhi più o meno incoerenti alla televisione, la soluzione non è la censura (che non funziona mai), ma l’abolizione del copyright. Né il mondo sarebbe culturalmente più povero senza copyright, anzi. Scomparirebbero le case discografiche, che oggi si accaparrano enormi rendite e di fatto consentono l’accesso a pochi artisti. Molti più di questi ultimi avrebbero quindi accesso al mercato, non essendovi più bisogno della Siae che, di fatto, tiene alti i prezzi e i costi proteggendo il monopolio di quei pochi che vengono distribuiti. Dobbiamo però temere che gli artisti esteri diserteranno il mercato italiano perché non protetto dal copyright? No, perché il prezzo che potranno ottenere è sempre maggiore di zero. Lo stesso discorso vale per gli altri casi di copyright artistico, cioè per libri e film, e in genere per la proprietà intellettuale, inclusi quindi i brevetti scientifici. Quasi tutte le industrie nuove non avevano copyright nella fase iniziale e più innovativa. In decine di settori tra i più innovativi (moda, banche d’investimento, open source software) i costi fissi sono alti eppure non ci sono brevetti. Si dice spesso che il brevetto consente la ricerca in farmaci con alti costi di sviluppo e domanda limitata, e quindi beneficia tutto il mondo. Ma i costi fissi sopportati dall’industria farmaceutica sono più limitati di quanto si creda, e la domanda è elastica. Fino al 1978 in Italia i brevetti farmaceutici erano proibiti, eppure la nostra industria farmaceutica era composta di decine di aziende con una reputazione mondiale di innovazione; sappiamo tutti cosa è successo negli ultimi 30 anni. Questi sono argomenti delicati, che richiedono un dibattito serio e rigoroso. Per ora potremmo accontentarci di un passo più modesto ma significativo. Se il ministro Bersani cerca già idee per la prossima lenzuolata, eccone una: ministro, abolisca la Siae. Roberto Perotti ******** Diritto d’autore, una forma di civiltà. Il Sole 24 Ore 8 febbraio 2007. Ha ragione Roberto Perotti nel chiedere l’abolizione della proprietà intellettuale, quindi dell’industria culturale e della Siae (si veda «Il Sole-24 Ore» di ieri). Ma il copyright in un’economia di mercato, se va abolito, va eliminato a cominciare dal copyright (con relativo prezzo) dei giornali. Infatti senza copyright si svilupperebbe maggiormente la lettura, vi sarebbe più diffusione della cultura e il ministro Bersani avrebbe l’occasione di eliminare, oltre alla Siae, le corporazioni della Fieg e della Fnsi. Naturalmente gli editori (coi giornali a prezzo zero) e i giornalisti cambierebbero mestiere. Un’ottima idea sarebbe poi quella di azzerare gli stipendi dei professori (equiparabili giuridicamente al diritto d’autore che è un diritto del lavoro) per promuovere maggiormente la cultura e la conoscenza. Applicando la teoria del professor Perotti propongo, infine, che la prima copia del primo libro del professore costi, per esempio, 200 euro, la seconda 100 e dalla terza in poi tutte le copie siano gratis. Così il professore non avrebbe più il monopolio sulla sua opera. Breve appunto storico: il diritto d’autore nasce con la Rivoluzione francese, come diritto della persona ed è alla base dell’autonomia morale ed economica dell’autore. Prima il re o il signore elargivano graziosamente un obolo a Mozart o a Beethoven. Kant, invece guarda caso, sentiva già l’esigenza di un diritto d’autore nei confronti del proprio editore. Fra lo spartito e il cd ci sono due differenze fondamentali: il primo presuppone l’esecuzione dal vivo, il secondo è l’esecuzione tecnicamente riprodotta. Fra i due c’è appunto l’epoca della riproducibilità tecnica, ma Perotti, nel paragone, non sembra tenerne conto. Ritenere poi, indiscutibile il dominio della tecnica anche su quel massimo di soggettività e identità che è l’opera d’arte, non mi pare condivisibile; dico solo che oggi il diritto d’autore è anche il suggello economico dell’autonomia della creazione artistica. P.S. Il ministro Bersani abolisca pure la Siae, poi si metta d’accordo con i circa 200 Paesi che hanno società omologhe: sarebbe strano infatti che gli autori italiani fossero pagati in tutto il mondo e gli autori stranieri non prendessero un euro da noi. Giorgio Assumma (Presidente Siae)