Il Sole 24 Ore 08/02/2007, pag.10 Stefano Folli, 8 febbraio 2007
Ciò che irrita gli americani: il doppio binario su Kabul. Il Sole 24 Ore 8 febbraio 2007. facile prevedere che l’incontro fra il ministro degli Esteri D’Alema e l’ambasciatore degli Stati Uniti a Roma, Spogli, servirà a ricordare che fra i due Paesi esistono storici rapporti d’amicizia
Ciò che irrita gli americani: il doppio binario su Kabul. Il Sole 24 Ore 8 febbraio 2007. facile prevedere che l’incontro fra il ministro degli Esteri D’Alema e l’ambasciatore degli Stati Uniti a Roma, Spogli, servirà a ricordare che fra i due Paesi esistono storici rapporti d’amicizia. Formula che va bene per negare clamorose fratture o insanabili disaccordi, ma non è così convincente se l’obiettivo consiste nel diradare la nebbia delle ultime settimane. Per questo, ci vuol altro che una stretta di mano e un comunicato in linguaggio diplomatico. Del resto, sullo sfondo di questo incontro c’è la lettera irrituale (parole di D’Alema) dei sei ambasciatori all’Italia perché si impegni in Afghanistan. Ci sono la risposta irritata della Farnesina e la replica altrettanto dura del governo americano. Soprattutto c’è la diffidenza dell’amministrazione Bush nei riguardi del centro-sinistra prodiano e di una politica estera che appare a Washington ondivaga e condizionata dai militanti idelogizzati dell’estrema sinistra. Da parte italiana si risponde con un pizzico di sufficienza. Qualche anno fa sarebbe stata impensabile. E non perché allora era al governo Silvio Berlusconi, con il suo atlantismo di ferro, ma per la buona ragione che Bush era nel pieno del suo mandato. Mentre oggi il presidente ha assunto i tratti un po’ malinconici del cavallo a fine corsa, per di più sconfitto nelle ultime elezioni di "mid term". Così il governo italiano trova conveniente far mostra di autonomia in politica estera. Vuole essere una lezione data all’amministrazione Bush, nel momento in cui quest’ultima non fa più paura. Con l’idea, anzi, di entrare in sintonia con il 70% circa degli americani che hanno votato indirettamente contro l’attuale presidente lo scorso novembre. La questione, s’intende, è più complessa. Da un lato, l’America non è così debole come si pretende in certi ambienti della sinistra italiana. Bush è, sì, un presidente azzoppato. Ma esistono linee strategiche, specie in materia di lotta al terrorismo, che vanno molto al di là di un ricambio alla Casa Bianca. Peraltro, ciò che disturba gli americani è una certa doppiezza degli interlocutori italiani. A parte il caso della base di Vicenza, dove scenderanno in piazza a protestare autorevoli membri della coalizione di governo, resta il fatto che D’Alema, pochi mesi fa a New York, aveva definito l’Afghanistan il teatro privilegiato della guerra al terrorismo. Espressione, va da sé, che era piaciuta molto a Washington e aveva contribuito a fare del ministro degli Esteri l’interlocutore preferito a Roma. Da allora le cose sono cambiate e non in meglio. Il governo di Roma ha risposto picche alla richiesta reiterata dalla Nato di spostare i soldati italiani in Afghanistan verso Sud, in zona di combattimenti. C’è stata a questo proposito una generale freddezza della coalizione, accompagnata da un esplicito veto di Rifondazione. Quindi, ecco la contraddizione: da un lato il ministro degli Esteri che parla di lotta al terrorismo e mostra di condividere gli obiettivi strategici dell’alleanza in Afghanistan. Dall’altro i veti della sinistra radicale proprio sull’impegno afgano. Veti accolti senza batter ciglio da Prodi e D’Alema. L’Italia ama rappresentarsi come costruttrice di una via alternativa per la pace a Kabul (la dalemiana conferenza internazionale, molto futuribile). In realtà le sue sono scelte dettate da astuzia, allo scopo di mantenere l’unità della coalizione. Ma gli Stati Uniti si muovono su un’altra scala e alla fine si arriva alla mini-Sigonella. Subito ricucita come la vera Sigonella, ma altrettanto foriera di successivi e inquietanti sviluppi. Stefano Folli