Piccolo dossier preparato da Daria Egidi per un articolo da consegnare a Vanity Fair, 8 febbraio 2007
Il 16 febbraio esce al cinema L’ultimo re di Scozia (protagonista, il nero Forest Whitaker) che racconta la storia di Idi Amin Dada, dittatore al potere in Uganda tra il 1971 e il 1979
Il 16 febbraio esce al cinema L’ultimo re di Scozia (protagonista, il nero Forest Whitaker) che racconta la storia di Idi Amin Dada, dittatore al potere in Uganda tra il 1971 e il 1979. Amin Dada, che amava farsi chiamare ”Big Daddy” e che si diede il titolo di ”Signore di tutti gli animali della terra e dei pesci del mare, e Conquistatore dell’Impero Britannico”, fu responsabile di uno dei regimi più sanguinari dell’Africa, uccidendo non meno di 300.000 persone. Idi Amin Dada Oumee Amin nacque tra il 1923 e il 1925 («Solo Dio conosce la mia età», amava ripetere), a Kokobo, nord-est dell’Uganda, nella tribù Kakwa. Il Paese era un protettorato inglese dal 1894, suo padre era un agricoltore cristiano convertito all’islam, sua madre, della tribù dei Lugbara, una guaritrice. I genitori si separarono presto e Amin si trasferì nella capitale Kampala insieme alla madre. Crebbe tra pochi libri e tanto sport. Alto quasi due metri, il fisico imponente che pareva fatto apposta per la boxe, nel 1951 diventò campione nella categoria pesi massimi e mantenne il titolo fino al 1960. Giovanotto, entrò come assistente cuoco nell’esercito della King’s African Rifles, battaglione dell’esercito coloniale inglese. La sua carriera militare fu brillante tanto che nel 1959 meritò la nomina di effendi (sergente-maggiore), il grado più elevato per un militare nero nelle forze coloniali di Sua Maestà. Nel frattempo si era distinto, anche per ferocia, durante la rivolta Mau Mau in Kenya (1952-1956). Nel 1962 seppe fare di meglio. Le truppe da lui comandate furono responsabili del cosiddetto ”Massacro di Turkana”: dovevano impedire le incursioni di ladri di bestiame che si infiltravano in Uganda dalla vicina regione di Turkana, Kenya. Si scoprì che non solo i ladri erano stati catturati, ma anche torturati, alcuni picchiati fino alla morte, altri bruciati vivi. Amin non fu chiamato davanti alla corte marziale solo per ragioni di diplomazia: l’indipendenza dell’Uganda, ottenuta nel segno della pace, era vicina (9 ottobre 1962) e non sarebbe stato opportuno processare uno dei pochi uomini neri di potere. L’Uganda dunque ebbe presto un suo presidente, sir Edward Mutesa, un primo ministro, Milton Obote, una costituzione. Amin era il braccio destro di Obote, diventò colonnello dell’esercito e comandante delle forze aeree (in quel periodo stette per un certo tempo in Israele, dove seguì un corso di addestramento per paracadutisti). Presto il potere di Obote e Amin crebbe di pari passo allo scontento nei confronti del presidente Mutesa. Che nel 1966 fu obbligato all’esilio. Obote, sostenuto e aiutato da Amin, sospese la costituzione, arrestò metà del governo e si nominò presidente a vita. Presto i due amici iniziarono a detestarsi: forse Amin organizzò un attentato a Obote, che si salvò per miracolo (il generale che si occupava delle indagini morì con la moglie prima di poter fare i nomi dei responsabili), da parte sua Obote allontanò Amin dall’esercito. Voleva farlo arrestare con l’accusa di essersi appropriato di fondi pubblici, ma i fatti precipitarono: il 25 gennaio 1971, mentre il presidente si trovava a Singapore per una conferenza del Commonwealth, Amin organizzò un colpo di Stato, accusò Obote di corruzione, si dichiarò presidente e capo delle forze armate. Nella sua azione fu appoggiato dal popolo, anche perché aveva promesso di abolire la polizia segreta di Obote, liberare i prigionieri politici e introdurre riforme economiche. E invece cominciarono le esecuzioni di massa: i primi furono gli ufficiali e i soldati considerati troppo ”amici” di Obote. Nel primo anno di governo fece uccidere i due terzi dell’esercito, allora composto da 9.000 uomini. La seconda mossa fu quella di cacciare dall’Uganda tutti gli asiatici: indiani e pachistani, discendenti di terza generazione dai lavoratori trasferiti lì dai coloni inglesi, ebbero 90 giorni per lasciare il Paese portandosi via solo ciò che potevano trasportare. Ciò che furono costretti a lasciare, Amin lo distribuì fra amici e soldati che dilapidarono tutto in pochissimo tempo. L’economia subì un grave colpo perché gli asiatici gestivano di fatto il commercio del Paese. Ma ”Big Daddy” spiegò che Dio gli era apparso in sogno e gli aveva chiesto di fare quel che aveva fatto. Per render solido il regime lanciò una campagna di persecuzione contro le tribù rivali e i seguaci di Obote: comuni cittadini, ministri del precedente governo, giudici, diplomatici, accademici, insegnanti, pastori cattolici e anglicani, burocrati, medici, banchieri, capi tribù, giornalisti, uomini d’affari, stranieri. Si dice che nel Nilo furono gettati così tanti corpi da render necessario l’intervento di persone addette a ripescare i cadaveri, che altrimenti avrebbero intasato i condotti della diga che sorgeva vicino alla capitale. Furono quelli gli anni delle follie: quando il Kenya (nei cui confronti aveva insensate pretese territoriali) decretò l’embargo petrolifero, lui prese a girare in bicicletta. Un’altra volta si fece riprendere dalle telecamere portato in trionfo sul trono da una schiera di cittadini bianchi (i pochi rimasti prima della definitiva espulsione), che infine si inginocchiavano davanti a lui per recitare un giuramento di lealtà. Si dichiarò re della Scozia (nel 1975 si presentò a un funerale reale in Arabia indossando un kilt). Si insignì della Victoria Cross (massimo riconoscimento inglese per il valore dimostrato contro il nemico), si offrì di visitare l’Irlanda del Nord come mediatore di pace e disse che avrebbe dovuto essere a capo del Commonwealth, al posto della regina. Qualcuno lo chiamò ”buffone”, ma ciò che stava accadendo nel suo Paese non faceva ridere, come non facevano ridere le terribili storie che giravano sul suo conto. Per esempio quella che fosse un cannibale: il primo a dirlo fu Henry Kyemba, suo segretario particolare e ministro della Sanità, costretto all’esilio. Secondo alcuni aveva celle frigorifere in cui conservava delle teste umane, che talvolta tirava fuori per parlarci. Pare che ammirasse Hitler, tanto da aver progettato di dedicargli una grande statua al centro di Kampala. In molti sono convinti che la maggior parte delle sue stranezze fu conseguenza della sifilide, che gli aveva danneggiato il cervello. Chiusa nel mistero la vita privata. Ebbe un numero imprecisato di amanti e circa 32 figli. Divorziò dalle prime tre mogli, la quarta sparì. Uno dei ministri di Amin disse di aver visto all’obitorio il corpo di lei che era stato tagliato a pezzi e poi ricucito alla meglio. Poi ci furono altre due mogli: l’ultima, Sarah, era una cantante di nightclub che lo sposò all’età di 19 anni quando lui ne aveva 50. Nel 1978 l’economia dell’Uganda era ormai allo stremo e Amin, per distogliere l’attenzione, lanciò un attacco alla Tanzania alla fine di ottobre. L’esercito tanzanese, con il sostegno degli esuli ugandesi, non solo respinse l’invasione, ma arrivò fino alla capitale. Amin con le sue quattro mogli scappò prima in Libia, da Gheddafi, poi in Iraq, da Saddam Hussein, infine fu accolto in Arabia Saudita, in nome della solidarietà tra ”fratelli musulmani”. Aveva lasciato all’Uganda un’inflazione del 200 per cento e un debito nazionale di 320 milioni di dollari. Dopo la sua fuga tornò al potere Obote, che purtroppo non fu meno sanguinario di lui. Amin, tranne un tentativo nel 1985 di tornare in Uganda reclamando il potere, finì i suoi giorni a Jeddah. Morì per insufficienza renale il 16 agosto 2003 al King Faisal Specialist Hospital. Il giornalista Riccardo Orizio, all’inizio del nuovo millennio, volle andare a parlarci. Amin trascorreva il tempo suonando la fisarmonica, pescando, nuotando, recitando il Corano e leggendo. Orizio gli chiese se provasse rimorso. E quello rispose: «Nostalgia. Di quando ero un sottufficiale che combatteva contro i Mau-Mau in Kenya. Ero un bravo soldato dell’esercito britannico. Ero il terrore dei Mau-Mau. I miei ufficiali, tutti scozzesi, mi amavano».