Varie, 8 febbraio 2007
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Pinna Giovanni
• Battista Sassari 10 agosto 1969. Imprenditore. Titolare di un’azienda nelle campagne di Bonorva, il 19 settembre 2006 fu sequestrato mentre rientrava a casa (liberato il 28 maggio 2007) • «Doveva essere un sequestro lampo, ma l’immediato blocco dei beni della famiglia ha complicato le cose perché dopo una richiesta di riscatto, i rapitori sono scomparsi nel nulla. Nel corso del tempo molti sono stati i pubblici appelli al rilascio di Pinna, da Papa Benedetto XVI, ai vertici delle istituzioni italiane, fino al calciatore sardo Gianfranco Zola. Uno zio di Pinna, che aveva il suo stesso nome, negli anni Ottanta era stato sequestrato e non è più tornato a casa. Nel settembre del 1977 anche il padre era stato bloccato dai banditi: si trovava in campagna in compagnia di un altro fratello, Billia, che era riuscito a fuggire e a dare l’allarme. La banda, braccata aveva abbandonato l’ostaggio» (’La Stampa” 8/2/2007) • « vivo. Dopo sette mesi di ”silenzio”, di pessimismo dilagante tra le forze di polizia, addirittura di rapporti del Sisde [...] che lo davano per morto, gli inquirenti ritengono che Giovanni Battista Pinna, Titti per gli amici, imprenditore di Bonorva, un piccolo centro in provincia di Sassari, sia ancora vivo. [...] Ma che di sequestro si tratti è ancora tutto da dimostrare. In paese, a Bonorva, ”vox populi” sussurra che in realtà Titti abbia preso il largo, si sia allontanato volontariamente, forse per fuggire dalla ”cappa familiare opprimente”. Le voci e i tam tam di paese trovano sia pure parziali conferme tra gli inquirenti che, ormai, sembrano escludere l’ipotesi di un rapimento finito con la morte della vittima, anche se di prove dirette che l’imprenditore sia ancora in vita alla famiglia non ne sono arrivate. ”Preparate 300.000 euro, altrimenti mi ammazzano”. Alle sei del pomeriggio del 19 settembre 2006, Titti Pinna si fa vivo con la sorella. Meno di tre ore prima, l’imprenditore aveva lasciato casa diretto al podere, in località Monte Frusciu. Le cronache raccontano che fu bloccato all’interno della sua azienda dopo che aveva aperto il lucchetto del cancello, e costretto a montare nel bagagliaio della sua Punto blu. L’ultima traccia lasciata da Titti Pinna è stata la telefonata con il suo cellulare alla sorella, fatta nel raggio di una ventina di chilometri dal luogo del sequestro tra Bonorva e Foresta Burgos, dove poi è stata ritrovata abbandonata anche l’auto. Strana e anomala telefonata quella. Del diretto interessato, insomma. Chi di Anonima se ne intende sostiene che i sequestratori potevano anche utilizzare il cellulare della vittima ma, appunto, utilizzare e non consentire allo stesso ostaggio di comunicare con i familiari. Da allora, da quel 19 settembre [...] non se ne è saputo più nulla. Almeno ufficialmente. Nei primi giorni dopo la scomparsa vi furono altre telefonate, nessuna però ritenuta ”autentica” dagli investigatori e dagli inquirenti. Neppure quella partita da una cabina telefonica di Nuoro la sera stessa del sequestro, con la quale i presunti rapitori alzarono la posta: ”Preparate un milione di euro o lo rivedrete a pezzi...”. Neppure la lettera minatoria con proiettile spedita alla stazione dei carabinieri di Bolotana o la telefonata al parroco. Ma a un certo punto [...] vi è stato un qualcosa che ha dato se non la certezza assoluta comunque un ”forte indizio” che Titti è ancora vivo. Mistero, buio fitto. Racconta il sindaco di Bonorva, Mimmia Deriu: ”Si era partiti con la definizione di sequestro ”anomalo’, intanto per la cifra irrisoria che avevano chiesto i rapitori, soltanto 300.000 euro. Sembrava che volessero chiudere la partita in poche ore e invece hanno trovato la famiglia Pinna molto determinata, che ha subito denunciato il sequestro alle forze dell’ordine. Anomalo anche perché si pensava che dopo nove anni dal sequestro di Silvia Melis, in Sardegna fossero venuti a mancare i presupposti che avevano creato la situazione che conosciamo”. La famiglia Pinna ha pagato in passato un altissimo contributo all’Anonima Sarda: uno zio di Titti non è mai tornato a casa, un altro, liberandosi dai rapitori, è stato ucciso da un calcio di cavallo, lo stesso padre di Titti è stato vittima di un tentativo di sequestro. [...] La famiglia Pinna è benestante. Terreni e allevamenti di bovini e soprattutto di cavalli. ”Cavalli importanti - sussurrano a Bonorva - che potrebbero far gola, potrebbe essere merce di scambio”. Racconta un inquirente: ”La famiglia Pinna sembra uscita da un romanzo di Grazia Deledda. Gente benestante, è vero, ma non come potremmo intenderla noi. Sono grandi lavoratori”. [...]» (Guido Ruotolo, ”La Stampa” 19/4/2007).