Giovanni De Luna, La Stampa 8/2/2007, 8 febbraio 2007
Con il suo stile inconfondibile, avaro di «rivelazioni» ma fitto di aneddoti, annotazioni sulle «curiosità» e le inclinazioni dei tanti personaggi che ha incontrato nella sua lunga carriera politica, Giulio Andreotti ci offre una nuova puntata delle sue memorie, affidate a una serie ormai davvero impressionante di volumi
Con il suo stile inconfondibile, avaro di «rivelazioni» ma fitto di aneddoti, annotazioni sulle «curiosità» e le inclinazioni dei tanti personaggi che ha incontrato nella sua lunga carriera politica, Giulio Andreotti ci offre una nuova puntata delle sue memorie, affidate a una serie ormai davvero impressionante di volumi. In 1953, fu legge truffa?, che esce oggi da Rizzoli, il suo diario si confronta con un episodio cruciale nella storia politica del dopoguerra: la «legge truffa», come allora la chiamarono le sinistre, è un provvedimento la cui approvazione fece nascere le più clamorose zuffe parlamentari che si ricordino nell’intera storia dell’Italia repubblicana. Oggi sarebbe stata una delle tante leggi elettorali varate nei convulsi anni della lunga transizione alla Seconda Repubblica. Ma è vero che si era nel 1953 e che è passato più di mezzo secolo. La legge truffa fu presentata alla Camera il 21 ottobre 1952. Si trattava di una legge elettorale fondata sul sistema degli apparentamenti e del premio di maggioranza; in previsione delle elezioni politiche del 1953 la norma assegnava al blocco elettorale che avrebbe ottenuto la metà più uno dei voti validi i 2/3 dei seggi parlamentari (385 deputati, pari al 66%). De Gasperi, la Dc e i partiti alleati (Psdi, Pri e Pli) giustificarono il provvedimento con la necessità di preservare la stabilità dell’esecutivo e garantire la governabilità del paese; per i comunisti e i socialisti si trattava invece di una legge liberticida, progettata per strangolare le opposizioni. un fatto che la Dc, in quella fase, non sembrava più in grado di ripetere lo straordinario successo del 18 aprile 1948 e di riconquistare la maggioranza assoluta. Alcuni cedimenti elettorali in consultazioni locali svoltesi tra il 1951 e il 1952 erano stati interpretati come pericolosi campanelli di allarme soprattutto dalle gerarchie ecclesiastiche, il cui prudente riserbo accentuava i timori democristiani circa l’eventualità di un loro disimpegno. L’affermazione dei neofascisti e dei monarchici al Sud era seguita con molta attenzione dalla Chiesa, sollecita a intercettare i segnali provenienti da quel mondo cattolico che, nel segno di un anticomunismo radicale, sembrava orientarsi decisamente verso l’estrema destra. Alle elezioni amministrative del 25 maggio 1952 la coalizione dei partiti di governo aveva registrato un forte calo, passando dai 4.628.000 voti del 18 aprile a 2.956.000; di contro il Msi e i partiti di destra avevano fatto registrare uno spettacolare incremento, balzando da 669.000 a 1.502.000 voti. I monarchici del Pnm, in particolare, tentavano di cavalcare da destra la «grande paura» del comunismo che aveva dato alla Dc la vittoria del 18 aprile, proponendosi esplicitamente come possibili partner di un nuovo governo di centro-destra, senza più i repubblicani e i socialdemocratici. In occasione delle elezioni amministrative del maggio 1952 a Roma, ambienti vaticani e il presidente generale dell’Azione Cattolica, Luigi Gedda, avanzarono la proposta di realizzare - con la mediazione di Luigi Sturzo - una lista civica anticomunista in cui far confluire tutti i «partiti d’ordine», dalla Dc alla destra neofascista. De Gasperi si adoperò molto, riuscendovi, per far fallire quella che allora venne definita l’«operazione Sturzo». Nella stessa ottica, attenta a preservare la centralità della Dc nel sistema politico italiano, decise quindi di rilanciare anche sul piano elettorale la coalizione centrista che lo aveva assistito nei cinque anni di governo, affidando alla nuova legge elettorale maggioritaria il tentativo di assorbire tutte le spinte centrifughe dell’elettorato, svuotando di significato le eventuali alternative, soprattutto quelle di destra. Nel clima esasperato della guerra fredda, però, furono soprattutto le sinistre a opporsi al provvedimento; c’entravano le ragioni di politica internazionale, ma c’entrava anche quel rapporto strettissimo tra il sistema elettorale proporzionale e l’antifascismo che era stato assunto tra i principi ispiratori della nostra Costituzione. Ogni concessione al maggioritario sembrava un vulnus per le garanzie delle opposizioni, un pericoloso cedimento alle pulsioni plebiscitarie ereditate da un ventennio di totalitarismo. Con queste premesse il dibattito parlamentare fu inevitabilmente durissimo. La legge fu approvata soltanto il 21 gennaio 1953 dalla Camera e il 29 marzo dal Senato; furono mesi di scontri accesi, di risse fisiche e verbali, di voti di fiducia contrapposti all’ostruzionismo comunista, di significative defezioni anche all’interno del blocco centrista. Poi, finalmente, si andò al voto. Il 7 giugno i monarchici confermarono i pronostici arrivando al 6,9% (nel 1948 si erano fermati al 2,8%). La Dc e i suoi alleati raggiunsero il 49,8%, sfiorando per un soffio la vittoria, ma crollando rispetto al 1948 quando avevano ottenuto il 60%. Per una manciata di voti la legge non era quindi scattata, De Gasperi si dimise, la stagione del centrismo finì, mentre l’Italia si abbandonava all’ebbrezza di un miracolo economico tanto inaspettato quanto vertiginoso.