Aldo Cazzullo, Corriere della Sera 8/2/2007, 8 febbraio 2007
ROMA – «Mio padre è un uomo di novantadue anni. Sarebbe stato giusto risparmiarlo. Tenerlo fuori da questa storia
ROMA – «Mio padre è un uomo di novantadue anni. Sarebbe stato giusto risparmiarlo. Tenerlo fuori da questa storia. Io mi sono comportato così. Avevo deciso di dedicargli il libro, ma ho rinunciato, proprio per non coinvolgerlo, per non nascondermi dietro il prestigio del suo nome. Per lo stesso motivo ho evitato di parlargli del libro, di farglielo leggere prima della pubblicazione. Ora invece è accaduto il contrario: mio padre viene usato contro di me. Il suo nome viene strumentalizzato per lanciare un interdetto contro il mio libro. Anche un tempo i rabbini erano soliti bruciare i libri proibiti. Prima però li leggevano». Ariel Toaff è un uomo turbato. Vive in Israele, insegna storia del Medioevo e del Rinascimento presso la Bar-Ilan University fin dal 1971. Ora è in Italia, a Roma, chiuso in albergo. «Sto cercando di mettermi in contatto con mio padre, ma invano. Non mi ci fanno parlare. Né posso andare a casa sua: il quartiere ebraico in questo momento non sarebbe sicuro per me. Preferisco non parlare delle minacce che ho ricevuto. Ho chiesto aiuto ai miei fratelli, Gadi, che vive a Salonicco, Daniel, che fa il giornalista alla Rai, e Miriam, che vive in Israele con suo marito, il professor Della Pergola. Spero di aver modo presto di parlare con mio padre, di potermi spiegare con lui. vero, ho infranto un tabù. Ma non ho detto falsità contro la famiglia cui appartengo, contro gli ebrei». Il padre di Ariel, Daniel, Gadi e Miriam è Elio Toaff. La massima autorità morale dell’ebraismo italiano, una delle coscienze della nazione: amico d’infanzia di Carlo Azeglio Ciampi, storico rabbino capo di Roma. Anche Elio Toaff si è associato alla dura condanna del libro di suo figlio («Non sono affatto d’accordo con lui, anzi sono assolutamente contrario»), pronunciata in un comunicato dal presidente dell’Assemblea dei rabbini d’Italia, Giuseppe Laras, dal presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, Renzo Gattegna, e da tutti i rabbini capi (compreso il successore di Toaff a Roma, Riccardo Di Segni). Il libro di Ariel Toaff, Pasque di sangue, pubblicato in questi giorni dal Mulino, è stato recensito martedì scorso sul Corriere da Sergio Luzzatto, che l’ha definito «un gesto di inaudito coraggio intellettuale»: il mito dell’infanticidio e dei sacrifici umani non sarebbe solo una menzogna antisemita; in particolare viene riaperto il caso dell’atroce morte di Simonino, un bambino di Trento venerato fino al 1965 dalla Chiesa cattolica come beato. La famiglia protegge la riservatezza di Elio Toaff: l’anziano rabbino aspetta di leggere il libro del figlio, di conoscere le carte; certo novità così rivoluzionarie, che neppure – è il ragionamento affidato alle conversazioni private – negli anni più bui delle persecuzioni novecentesche sono state avvalorate dagli storici antisemiti, gli appaiono improbabili. Ma Toaff padre bada a sfuggire alla contrapposizione familiare, per lui particolarmente dolorosa; né intende condannare un libro prima di averlo letto con attenzione. Semplicemente, di fronte alla domanda di un giornalista, non ha potuto trattenersi dal ricordare che né la Torah, né la millenaria tradizione ebraica considerano lecito cibarsi del sangue degli animali, a maggior ragione di altre creature viventi. Anche Ariel Toaff vuole uscire dallo schema della contrapposizione in famiglia. Vuole anzi incontrare il padre per chiarirsi con lui in privato. «Non provo alcuna acrimonia nei suoi confronti; non potrei mai. troppo grande il rispetto e l’amore che mi lega a lui. Ci separa una distanza fisica ma non di sentimenti, ogni volta che passo da Roma vado a trovarlo, abbiamo anche scritto un libro insieme. Questa volta non l’ho coinvolto nelle mie ricerche proprio per non creargli problemi: sarebbe stato considerato corresponsabile. E se anche gliene avessi parlato, oggi lo negherei, per lo stesso motivo. Per questo mi indigna che mio padre sia tirato in ballo e schierato strumentalmente contro di me e il mio lavoro. Non è la prima volta che su di lui vengono esercitate pressioni. Ad esempio quando ha espresso le sue perplessità, che condivido, circa la legge sul carcere per i negazionisti, è stato poi indotto a ritrattare». «Ora i rabbini hanno lanciato un interdetto non contro il mio libro, che non possono aver letto, ma contro la recensione di Luzzatto. Che peraltro era fedele. Contro di me usano argomenti falsi. So anch’io che non bastano le confessioni estorte sotto tortura per confermare un fatto. Proprio per questo sono andato alla ricerca di fonti documentali, le quali talora avvalorano quelle confessioni; che in casi come la morte di Simonino non rappresentano soltanto la proiezione dei desideri dell’inquisitore. Del resto, applicando lo stesso ragionamento alla storia dell’Inquisizione, neppure gli eretici e i marrani sarebbero mai esistiti. Non è così. So bene anche che la Torah e l’etica ebraica non consentono di sacrificare esseri umani o di cibarsi di sangue; ma questo non significa che questi crimini non siano mai stati commessi. Il mio saggio non avvalora affatto lo stereotipo diffuso nei secoli dalla propaganda cattolica; semplicemente non ha paura dei fatti. Purtroppo il comunicato dei rabbini dimostra che infrangere i tabù è pericoloso. E gli studi sugli infanticidi e l’uso rituale del sangue sono ancora un tabù, per gli ebrei. La bibliografia sull’argomento è sterminata; ma tutti i testi, sia quelli accusatori sia quelli apologetici, sono scritti da cristiani, antisemiti o filosemiti che siano. Mai un ebreo aveva finora affrontato l’argomento». « Pasque di sangue non è un libro scritto in un mese e mezzo. Sono 400 pagine, costituite per un terzo da documenti in nota, costate sette anni di lavoro. I rabbini l’hanno stroncato con un giro di telefonate. Ero e sono consapevole della delicatezza dell’argomento: per questo ho tenuto fermo il libro due anni. Ho chiesto l’aiuto di studiosi, che hanno potuto consultare il mio archivio in Italia. Mi sono rivolto a colleghi e allievi in Israele. Ho mandato capitoli interi da rileggere a esperti stranieri e italiani. Ho preferito non riferire nel libro alcuni casi, in cui non era perfettamente certo che le confessioni trovassero conferma nei documenti. Ma le reazioni prescindono dalle carte, dalla ricerca, dalla verità. Da anni dirigo una rivista di cultura ebraica; i finanziatori mi hanno appena telefonato per dirmi che o mi dimetto o la rivista chiude. Sto pagando un prezzo molto alto per aver violato un tabù. Sarebbe troppo se, per colpa di altri, a questo prezzo si aggiungessero la stima e l’affetto di mio padre».