Il Sole 24 Ore 04/02/2007, Francesco Paolo Casavola, 4 febbraio 2007
Famiglia alla romana. Il Sole 24 Ore 4 febbraio 2007. L’editore Giunti di Firenze riproduce l’edizione Barbera dei Fontes iuris romani anteiustiniani, nei tre volumetti curati rispettivamente da Salvatore Riccobono, Giovanni Baviera, Contardo Ferrini, Giovanni Furlani, Vincenzo Arangio-Ruiz, che hanno accompagnato studenti e studiosi di diritto romano, fin dall’inizio degli anni Quaranta dello scorso secolo, e non solo in Italia
Famiglia alla romana. Il Sole 24 Ore 4 febbraio 2007. L’editore Giunti di Firenze riproduce l’edizione Barbera dei Fontes iuris romani anteiustiniani, nei tre volumetti curati rispettivamente da Salvatore Riccobono, Giovanni Baviera, Contardo Ferrini, Giovanni Furlani, Vincenzo Arangio-Ruiz, che hanno accompagnato studenti e studiosi di diritto romano, fin dall’inizio degli anni Quaranta dello scorso secolo, e non solo in Italia. Quanto preziosa sia la nuova disponibilità di queste fonti, introvabili ormai le edizioni del 1941 e del 1968, è intuibile, dato che sempre nuove leve di giovani si dedicano alle ricerche romanistiche. Ma l’evento editoriale e la constatazione della fioritura dei corrispondenti studi accademici richiamano un’osservazione recente di Luigi Lombardi Vallauri, romanista nei primi anni giovanili e ora tra i maestri della filosofia del diritto e della bioetica, che «occorrerebbe, e manca ancora largamente, una storia del diritto romano per adulti: cioè per non romanisti, per fruitori colti ai quali il diritto romano non importa più di tanto e che sanno valutare il pregio umano-generale, non specialistico, delle cose». Il giudizio è generalizzabile, perché i dotti di ogni disciplina studiano e scrivono per i giovani studenti e per i propri pari, non per quegli adulti che diventano società, istituzioni, classe dirigente, massmedia. In questi giorni la famiglia sembra sia proprietà privata o brevetto d’invenzione della Chiesa cattolica, perché l’unica voce a sua difesa viene da questo soggetto collettivo, più vecchio di ogni altro, essendo al mondo da duemila anni. Le ragioni di questo vegliardo sono altruistiche, invocano il nostro bene non il suo, la famiglia sta nella costituzione della Repubblica laica, il matrimonio è per tutti un istituto del diritto civile, e solo per i credenti un sacramento. Ma tant’è. Non avendo letto un libro di diritto romano per adulti, quale adulto sa che il Cristianesimo sopraggiunse quando da dieci secoli il diritto romano aveva strutturato quella cellula sociale che chiamiamo famiglia? Se ne ricordò qualcuno dei Padri costituenti quando nella prima sottocommissione della Commissione dei 75, e poi in Assemblea si discusse della definizione della famiglia per il testo dell’articolo 29. La formula «società naturale» andava incontro a obiezioni. La originarietà assoluta, sincronica rispetto all’apparizione della specie umana, era smentita dalle diverse fasi dell’incivilimento. Il comunista, ministro della Giustizia, Fausto Gullo, richiamando la famiglia romana come antecedente immediata della nostra, citò Pietro Bonfante, il romanista che aveva teorizzato la natura politica della famiglia romana, quasi «uno Stato embrionale, onde si spiegherebbe, per esempio, quel jus vitae et necis, diritto di vita e di morte, che altrimenti parrebbe ingiustificabile, e che costituirebbe, non un diritto del pater familias, ma una potestà sovrana del Capo dello Stato sui componenti di questo Stato embrionale». Nello stesso pomeriggio del 18 aprile 1947, il democratico del lavoro Enrico Molè tornava a citare Bonfante e il suo modello di famiglia «piccolo Stato». La definizione della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio ebbe partita vinta, ma quell’evocazione della natura oscillava tra antropologia e diritto naturale, tra originarietà prestatale e garanzia dello Stato. Nel clima storico della Costituente agiva l’esperienza dello Stato totalitario, che riduceva anche la famiglia a funzione dello Stato, sottraendole precocemente i figli per l’istruzione paramilitare e politica, imponendole la campagna demografica, spingendo i celibi al matrimonio per ragioni di carriera. Era però anche incombente lo scenario della devastazione della guerra nelle famiglie private per anni di padri, mariti, figli andati a combattere. I reduci trovarono realtà domestiche alterate e talora non ripristinabili. E tuttavia nelle fratture indotte da una guerra che non era stata soltanto nazionale e militare, ma anche ideologica e di parte, la famiglia si rivelava l’unica risorsa di solidarietà umana e sociale, da cui ripartire per la ricostruzione morale del Paese. Ecco la ragione vera per accogliere la famiglia nella Costituzione. La tradizione del costituzionalismo europeo fino al secondo conflitto mondiale non conosceva l’ingresso della famiglia nel documento costituzionale. La famiglia apriva i codici civili, non abitava le Costituzioni. superfluo insistere sulla corrispondenza di un tale ingresso della famiglia in Costituzione con una fase più avanzata della civiltà occidentale nella tutela della persona umana? Certamente no, se si intravede la tela che dalla Dichiarazione universale dei diritti del l’uomo del 1948 al Trattato che stabilisce una Costituzione per l’Europa del 2004 fa da fondale alle Costituzioni nazionali e alle giurisprudenze delle relative Corti costituzionali. Società naturale fondata sul matrimonio è dunque un oggetto che lo Stato si impegna a proteggere, come è scritto nella relazione della costituente Nilde Jotti. Se si vuole affiancare a questa società naturale un diverso organismo, forse se ne dovrà misurare la compatibilità con la Costituzione, o procedere a una revisione della Costituzione. Se, invece, si intendono tutelare i diritti individuali nascenti da diverse forme di convivenza, l’articolo 2 della Costituzione li prevede e il legislatore ha tutto lo spazio per regolare le loro articolazioni. Se un Paese democratico, quale il nostro, fosse ispirato dalla persuasione che democrazia è, come insegnava Guido Calogero, colloquio, e non lotta, non staremmo a litigare tra conservatori e riformatori, tra illiberali e libertari, tra laici e cattolici. Lavoreremmo, nell’opinione pubblica e nella rappresentanza parlamentare, per cercare e trovare una sintesi tra i bisogni e le istanze in gioco, per il migliore possibile bene comune della persona e della società. Che il mondo umano evolva e che non si fermi o regredisca è desiderio, oltre che interesse, di ogni uomo ragionevole e dabbene. Ma i veri avanzamenti non hanno necessità di lacerazioni o rivoluzioni. Lo insegnano i romani, che non conoscendo l’indissolubilità del matrimonio, per quattrocento anni non registrarono un ripudio; che ai padri che potevano mettere a morte i figli fecero comprendere che solo l’amore per i figli è giustificazione del loro potere; che giunsero in età imperiale a concedere la cittadinanza a stranieri benemeriti negando la patria potestà se risultasse non giovare agli interessi dei figli; che quel piccolo Stato ch’era stata alle origini la famiglia poteva diventare e diventò la comunità domestica, nata dal matrimonio definito consortium omnis vitae; che la subalternità della donna, con il matrimonio cum manu caduta nella potestà del marito o del suocero e allineata al rango di sorella dei figli da lei generati, poteva dissolversi nel ruolo di domina della casa. Il Cristianesimo proseguì questo corso di intimizzazione e spiritualizzazione della famiglia romana, fino a condurla alla modernità europea. Arricchire la tradizione è bene, spezzare il filo, che a lei ci unisce e da cui deriva il nostro grado di civiltà e umanità, è un errore, che potrebbe anche compiacere le generazioni presenti, ma generare dolore in quelle venture. Se scrivessimo libri per adulti, forse, anche accadendo quel che deve accadere, non avremmo rimorsi. Per la nostra inutilità. Francesco Paolo Casavola