Libero 03/02/2007, Francesco Zucchini, 3 febbraio 2007
La rivoluzione in campo finita sulle barricate. Libero 3 febbraio 2007. L’8 dicembre 1956 San Siro ospitò l’Honved di Puskas per un’amichevole con il Milan che stava dominando e avrebbe poi vinto il campionato, insomma la più forte squadra italiana del momento, che infatti se la cavò con un’onorevole sconfitta (2-1) firmata dalla doppietta dell’infallibile "colonnello" ungherese; fu una partita indimenticabile, nel senso, specialmente, che fu giocata ad un mese dalla rivoluzione di Budapest soffocata nel sangue dai carri armati sovietici, e dunque in un clima di grande commozione
La rivoluzione in campo finita sulle barricate. Libero 3 febbraio 2007. L’8 dicembre 1956 San Siro ospitò l’Honved di Puskas per un’amichevole con il Milan che stava dominando e avrebbe poi vinto il campionato, insomma la più forte squadra italiana del momento, che infatti se la cavò con un’onorevole sconfitta (2-1) firmata dalla doppietta dell’infallibile "colonnello" ungherese; fu una partita indimenticabile, nel senso, specialmente, che fu giocata ad un mese dalla rivoluzione di Budapest soffocata nel sangue dai carri armati sovietici, e dunque in un clima di grande commozione. La formazione magiara, leggendaria miscela di campionissimi e accolta con mazzi di fiori e ovazioni, giocò con il lutto al braccio ma soprattutto giocò quella partita, come molte altre nello stesso periodo, per racimolare soldi da inviare alle famiglie in patria. Honved (squadra dell’Esercito) e Mtk (squadra dell’Avh, la temibile polizia segreta) erano state raggiunte dalle tragiche notizie mentre erano in viaggio, in trasferta; pochi calciatori tornarono a casa, e gli altri furono bollati come "traditori", ripudiati a cominciare da Puskas che era stato per anni simbolo del Paese, del Socialismo, del Riscatto di un popolo uscito a pezzi da una guerra perduta. Napolitano, l’Unità e i "teppisti". Anche per questo gli spalti di San Siro quel giorno erano in parte vuoti; il Partito Comunista invitò "le masse" a disertare la partita dei "traditori"; del resto L’Unità aveva appena descritto come "teppisti" gli operai e gli studenti ungheresi insorti; e un giovane funzionario del Pci, compagno Giorgio Napolitano, s’era scagliato contro chi in Italia condannava l’intervento militare sovietico, «l’Urss ha contribuito a salvare la pace nel mondo, impedendo che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione». Un contributo di 25mila morti ammazzati. Solo molti ma molti - anni dopo si è ammirata la retromarcia di Napolitano oggi diventato presidente della Repubblica. La rivolta ungherese contro il regime stalinista (23 ottobre-11 novembre 1956) diventa ancora scenario, e contesto, di un libro che la racconta, titolo "La squadra spezzata" (Limina), e in cui il giornalista/scrittore Luigi Bolognini descrive le storie parallele di un Paese oppresso da un regime grigio e sanguinario, e della Honved, anzi della nazionale d’Ungheria (l"Aranycsapats", "Squadra d’Oro"), la quale altro non era che una Honved con l’aggiunta di Hidegkuti, e più in generale era un formidabile strumento di propaganda per i governanti, e il solo sogno di riscatto per tutto un popolo; finchè quello squadrone capace soltanto di vincere - restò imbattuto 4 anni di fila perse l’unica partita, ma la più importante, la finale Mondiale ’54 con la Germania, e si sfaldò; e con lei anche un Paese cui era avvinta da un legame indissolubile. L’autore ci regala un’opera coraggiosa - non è facile lavorare su una materia dove molto è stato scritto, trattato, dibattuto, dai montanelliani sogni che muoiono all’alba in poi - dove ben convivono ricostruzione storica, poesia, un pizzico di Molnar e, forse, chissà, una sceneggiatura già bella e pronta per la televisione, esibitasi di recente sul Grande Torino, ovvero l’altro mito tragico del pallone. Lo squallore sotto il regime. Lo scenario è una seconda guerra mondiale finita da poco; l’Ungheria, come Austria e Cecoslovacchia, risente enormemente dei disastri lasciati in eredità dal conflitto; il paese obbligato dai trattati internazionali a risarcimenti onerosi. Il presente è grigio, i raccolti scarsi, gli stipendi da fame (ma i negozi sono vuoti), Budapest vive sotto il controllo del Partito, spiata dall’occhio del Regime (la polizia segreta con le sue Pobeda nere), all’ombra delle immense statue del tiranno di turno, Stalin; l’unico raggio di sole, l’unico modello per un popolo muto e disperato è la nazionale di calcio, le cui prodezze sono decantate alla radio, dal giornale "Nepsport", dagli spezzono di "Filmhirado", cui si aggrappano Gabor e Sandor, gli adolescenti del libro di Bolognini, per sfuggire a una vita regolata dalle decisioni del Regime, da accettare senza farsi domande. Nel 1949 il Partito operaio vince le elezioni, inizia la fase statalista della politica ungherese dominata dal segretario del partito comunista Matyas Rakosi. Le società di calcio da libere associazioni vengono legate con enti pubblici, industrie e corpi militari. sempre il Partito a creare la Honved dalle ceneri del Kispest, squadra dell’omonimo, proletario quartiere; e a farne il suo simbolo assorbendo tutti i migliori giocatori con poche eccezioni, compreso Kocsis "costretto" a traslocare dal Ferencvaros, squadra borghese e fascista, e alla quale segnerà poi alcuni gol piangendo. Gustav Sebes, diventa il responsabile tecnico della nazionale; politico esperto di pallone e ministro dello Sport, ne diventa una sorta di padre-padrone, varando un piano quinquennale il cui traguardo dovrà essere la vittoria nel Mondiale 1954. Nasce una squadra che non perde mai e anzi vince quasi sempre, nei grandi appuntamenti come le Olimpiadi di Helsinki - 2 a 0 alla Jugoslavia in una finale preceduta dalla minacciosa telefonata di Rakosi a Sebes: «Una sconfitta non sarà tollerata» -, o come la storica vittoria a Wembley sull’Inghilterra; ma anche nelle amichevoli tra cui quella del ’53 a Roma, inaugurazione stadio Olimpico, con un’Italia da lavori in corso dopo la tragedia di Superga: facile 3-0 per i magiari. Il colonnello e la squadra d’oro. L’Ungheria-Honved ripudia il libero, schiera tre difensori in linea davanti al portiere, due autentici mediani, un centravanti arretrato e quattro attaccanti. Inventa il calcio totale vent’anni prima dell’Olanda-Ajax di Crujiff: ruoli intercambiabili; finto centravanti. La difesa ha nel portiere Gyula Grosics l’uomo di maggior classe; davanti a lui una retroguardia composta da Buzanszky, Lantos, Lorant e Zakarjas; il quadrilatero di centrocampo è un poker irresistibile: Jozsef Bozsik, meraviglioso mediano-regista, a destra Zoltan Czibor, gran dribbling e gran tiro, a sinistra Toth elemento di raccordo, e poi Nandor Hidegkuti famoso centravanti arretrato (confondeva gli stopper portandoli a spasso lontano dall’area di rigore) che creava spazi per gli inserimenti dei due attaccanti, veri protagonisti della squadra, Ferenc Puskas e Sandor Kocsis. Puskas, colonnello dell’esercito ungherese, una carriera leggendaria con 1.328 gol,perfetto in tutto, stop-tirodribbling-lancio ma soprattutto un sinistro da leggenda, macchina da guerra dentro un fisico insospettabile, tozzo e con precoce pancetta; "testina d’oro" Kocsis, il finalizzatore, alto, forte, uno dei più grandi specialisti nel gioco aereo di tutti i tempi. Con loro, la "W" a tridente si trasformava in una "M" a due punte. La fama della "Aranycsa pat" raggiunge il massimo il 25 novembre ’53 quando travolge 6-3 i "maestri" dell’Inghilterra nel tempio imbattuto di Wembley; candidandosi come grande favorita per il Mondiale imminente. Ma sarà proprio ai Mondiali in Svizzera che quella meravigliosa e irripetibile squadra si sciolse nella finale contro la Germania di Walter e Rahn, vinta dai tedeschi 3-2 con una storica, clamorosa, chiacchierata rimonta, che provocò gravi disordini a Budapest, il seme della rivolta del ’56, e la fine di una gloriosa storia di pallone. Non di tutti, però: se Hidegkuti venne ad allenare in Italia (Fiorentina e Mantova), e se Kocsis e Czibor si ritrovarono fianco a fianco nel Barcellona assieme al fuggitivo della prima ora, l’altro ungherese Kubala che la Pro Patria tentò inutilmente di tesserare durante la sua non breve permanenza a Busto Arsizio, Puskas continuò a predicare il suo calcio magico una decina di stagioni nel Real Madrid, trascinandolo a cinque scudetti e tre Coppe dei Campioni, l’ultima nel 1966 a quasi quarant’anni. Il sigillo di un mito di cui oggi sopravvivono solo due testimoni, il terzino Buzanszky e il portiere Grosics. LA STORIA La squadra. Il Budapest Honvéd FC è noto a livello internazionale semplicemente come Honvéd ed è tuttora una delle principali società calcistiche ungheresi Le origini. Il nome originario della squadra era Kispest, ripreso da quello dell’omonimo sobborgo che fino al 1950 si collocava alla prima periferia di Budapest. Dopo il ’50, Kispest è stato inglobato dalla città e fa parte del Distretto XIX di Budapest Il nome. "Honvéd" significa "difensore della patria" e fu scelto nei primi anni Cinquanta, quando il club era diretto dal ministero della difesa ungherese, che faceva competere i membri dell’esercito I Campioni. Negli anni ’40 e ’50 giocavano nella Honvéd i migliori calciatori ungheresi Ferenc Puskás, Sandor Kocsis e Laszlo Kubala Francesco Zucchini