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 2007  febbraio 07 Mercoledì calendario

ANDREA GRECO

ROBERTO RHO
MILANO - «Vi chiedo scusa, ma in questa intervista parlerò in francese. Stavo imparando l´italiano quando, nel ´99, sono stato allontanato dalle Generali – che durante la mia presidenza avevano triplicato la capitalizzazione – semplicemente perché Gerardo Braggiotti aveva deciso di trasferirsi da Mediobanca alla Lazard. Ero così indignato che non ho avuto più il coraggio di parlare la vostra lingua, anche quando, nel 2002, sono tornato al vertice della compagnia». Antoine Benheim è in gran forma, nonostante gli 82 anni e la lunga serata di festeggiamenti per il 175esimo anniversario delle Generali. Scherza e sorride, ma quell´affronto di otto anni orsono, perpetrato da Enrico Cuccia e Vincenzo Maranghi, non lo ha ancora digerito. «Quando sono tornato, la situazione era difficile. Le azioni Generali, che avevo lasciato oltre 40 euro, erano precipitate a 14». Oggi, dopo cinque anni di presidenza, le quotazioni del Leone sono vicine ai valori di allora. E il finanziere francese si appresta a una probabile riconferma alla presidenza, se il "listone" unico per il nuovo consiglio, in preparazione da qui a fine aprile, esprimerà quell´accordo tra i grandi soci che sembra vicino.
Allora, presidente, è pronto per un altro triennio al vertice?
«Lo saprò solo ad aprile. Ci sarà un consiglio nuovo o modificato, eletto dall´assemblea, e all´interno del consiglio sarà nominato il presidente. Certo, per molto tempo ho letto sui giornali il mio nome accostato alla mia età... Ora capita più di rado. La compagnia va bene, i risultati sono positivi, ma le sfide per i prossimi anni sono difficili».
Mettiamola così: se dovesse fare "campagna elettorale" e indicare un obiettivo, cosa direbbe?
«Che le Generali devono diventare una compagnia più forte e restare indipendenti, autonome e italiane».
Vuole dire che non siete abbastanza grandi?
«Abbiamo una capitalizzazione tra 42 e 44 miliardi, Axa e Allianz intorno ai 65 miliardi. Dobbiamo cercare di avvicinarci alle loro dimensioni. In Italia ci sono troppe piccole e medie imprese e invece, in tutti i settori, si dovrebbero concentrare le attività per formare gruppi più forti e competitivi».
Come pensa di raggiungere questo obiettivo?
«Dobbiamo fare acquisizioni, è ovvio. Ma in Italia c´è un´Authority Antitrust che ritiene necessario sviluppare la concorrenza e privilegiare esclusivamente gli interessi dei consumatori, senza riconoscere i contributi che le aziende di successo possono dare al mercato. Ogni volta che c´è l´opportunità di crescere ci si scontra con l´Antitrust. Ma perché una società italiana sia forte all´estero, è indispensabile che prima di tutto sia forte in Italia».
Se si riferisce ai casi Toro e Intesa-Sanpaolo, la questione era la costituzione, o il rafforzamento, di una posizione dominante nei Danni e nella bancassurance. Non è normale che un´autorità Antitrust intervenga?
«Abbiamo deciso di acquistare Toro perché la nostra quota nel ramo Danni era insufficiente rispetto a quella che già abbiamo nel Vita. E perché volevamo impedire che finisse nelle mani di qualche concorrente, non solo straniero. Per quanto riguarda Intesa-Sanpaolo, come azionisti abbiamo appoggiato la fusione, perché riteniamo che sia nell´interesse del paese. Ma i risultati non sono stati per noi soddisfacenti: avevamo un accordo di esclusiva con Intesa per distribuire polizze in 2.600 sportelli, ne abbiamo persi circa un terzo. Aggiungo che il Banco di Napoli, controllato dal Sanpaolo, quasi mille sportelli, può trattare con tutti tranne che con Generali. Queste sono decisioni del tutto incomprensibili. E poi c´è il decreto Bersani...»
Sì, il decreto che trasforma l´agente in esclusiva in broker assicurativo che può vendere le polizze di tutte le compagnie. A vantaggio dei consumatori, che possono scegliere la più conveniente.
«Lei crede davvero che andrà così? Per quello che so del mercato assicurativo finirà invece che i broker venderanno ai clienti non le polizze più convenienti, ma quelle delle compagnie che assicurano loro le commissioni più alte. Nessun vantaggio per i consumatori, dunque. Non solo, il decreto Bersani danneggia pesantemente le Generali: per noi la rete di agenti è lo zoccolo duro dell´attività, è una parte importantissima del patrimonio della compagnia. Trasformare gli agenti in broker significa distruggere parte della nostra ricchezza».
Non vorrà dire che Antitrust e governo hanno un intento punitivo nei confronti delle Generali.
«Io non avrei osato parlare di intenzioni punitive, ma visto che l´ha fatto lei... Sì, quello che è accaduto somiglia molto a una punizione. Certamente i verdetti dell´Antitrust e il provvedimento del governo sono un freno alla nostra crescita. Questo è contro gli interessi delle Generali, ma è anche contro gli interessi del paese».
Se non potrete crescere ancora in Italia, come avvicinerete le dimensioni di Axa e Allianz? Acquisizioni piccole e medie o c´è alle viste la grande fusione transnazionale?
«Dipenderà tutto dalle opportunità che si presenteranno. Certo è che bisogna evitare appetiti eccessivi. Perseguiremo operazioni che ci consentano di conservare il controllo, mai operazioni che ci mettano in minoranza. Guardi, per me le Generali sono importantissime. Ho grandi ambizioni, la compagnia deve diventare portabandiera dell´Italia nel mondo. Non so se sarò io a guidarla, né se avrò il tempo per realizzare questo obiettivo, ma spero almeno che chi verrà dopo di me ne condivida l´importanza».
Tornando all´Antitrust, in due recenti sentenze l´Authority sostiene che le Generali sono di fatto gestite da Mediobanca.
«Questo lo giudico falso e offensivo. Forse conoscete la mia storia: pensate che io possa fare il dipendente di Mediobanca? La compagnia è diretta dal cda e dal suo management. Mediobanca è un importante azionista e noi siamo felici che lo sia. E noi contribuiamo in misura significativa agli utili di Mediobanca. Ma loro fanno i loro interessi, noi i nostri. Quello dell´Antitrust è un attacco frontale, senza prove, offensivo per me e per i manager delle Generali».
L´Antitrust denuncia anche gli intrecci perversi tra Generali e Fonsai.
«Fonsai è un concorrente accanito e un investitore finanziario, e per noi è normale che sia azionista delle Generali. Punto».
Sì, ma il presidente di Fonsai ha ripetutamente chiesto di entrare nel cda delle Generali.
«E noi gli abbiamo risposto che questo è impossibile, perché darebbe luogo a un conflitto di interesse».
Zaleski e De Agostini entreranno nel nuovo consiglio?
«Sono azionisti importanti, ne avrebbero il diritto. Per quanto riguarda Zaleski, da trent´anni mio amico personale, sarebbe forse meglio aspettare che le acque si siano un po´ calmate, considerando che è uno dei soci più importanti di Intesa Sanpaolo e che la sua presenza in consiglio potrebbe sollevare nuove obiezioni dell´Antitrust. Il comitato nomine di Mediobanca farà le sue proposte, ma saranno i maggiori azionisti delle Generali a indicare il nuovo cda, che dovrà esprimere il consenso dei soci ed evitare i conflitti d´interesse».
Le Generali resteranno azioniste di Intesa Sanpaolo, nonostante il risultato della fusione che lei e Perissinotto avete definito «non soddisfacente»?
«Nella mia visione non è contemplata l´idea di cedere la quota in Intesa-Sanpaolo. Noi abbiamo bisogno di importanti azionisti italiani per restare italiani, e per Intesa Sanpaolo vale lo stesso. E poi abbiamo con Intesa un accordo di bancassurance cui teniamo molto. Certo, speriamo che le difficoltà antitrust possano attenuarsi».
E la presenza nel patto di consultazione vi interessa?
«Finora non ci è stato chiesto di entrare, vedremo. A me sembrerebbe del tutto normale farne parte, come nel vecchio patto di Intesa. Comunque io non chiedo niente».
Vede anche lei, come molti osservatori, due blocchi contrapposti tra gli azionisti delle Generali? L´uno raccolto intorno a Mediobanca, l´altro intorno a Intesa-Zaleski?
«Le Generali sono e devono restare indipendenti. Abbiamo relazioni ottime sia con Mediobanca che con Intesa, ma la gestione della compagnia è autonoma. Le Generali non fanno politica e non devono appartenere a nessuno schieramento, solo all´Italia».
Il modello di governance duale, adottato da Intesa Sanpaolo, è criticato da Draghi e Profumo. Cosa ne pensa?
«Per me il duale è una novità. Non ho ancora partecipato al Consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo, e mi sento umiliato dalla disposizione che impone che io mi alzi ed esca quando si affrontano temi assicurativi. Ma nell´interesse supremo delle Generali bisognerà che mi abitui. Spero che quel modello di governance funzioni. La fusione Intesa Sanpaolo non è stata facile, si sono dovute far coesistere strutture e personalità di grande calibro. Evidentemente è stato necessario fare concessioni per arrivare al risultato».