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 2007  febbraio 07 Mercoledì calendario

DAL NOSTRO INVIATO

MUMBAI (India) – Ratan Tata è l’uomo del momento sui mercati internazionali: ha appena conquistato Corus, un gruppo anglo- olandese dell’acciaio, con un’operazione da più di 11 miliardi di dollari, la più grande mai realizzata da un’impresa indiana. Ed è una figura chiave anche per l’Italia, alla vigilia del viaggio del governo e della Confindustria - guidato da Romano Prodi e Luca di Montezemolo - nel subcontinente (inizierà il 10 febbraio): è alleato della Fiat e per molti versi la relazione tra Mumbai (la ex Bombay) e Torino è un banco di prova per le ambizioni indiane della nostra industria.
Tata - 69 anni, erede di una famiglia parsi (una comunità zoroastriana) di origine iraniana che ha costruito in India una conglomerata che va dalle auto all’acciaio, dal tè agli alberghi, dalla consulenza hi-tech alla telefonia mobile - in questa intervista parla del passato e del futuro della partnership con la Fiat, dice che può diventare strategica, racconta perché l’ha fatta. E spiega il suo approccio illuminato, quasi spirituale agli affari.
L’acquisizione di Corus cambierà le caratteristiche del gruppo Tata?
«Qualcosa cambierà. L’anno scorso abbiamo fatturato 23 miliardi di dollari, con Corus supereremo i 40. Saremo più internazionali, con una forte presenza in Europa. Ma per due o tre anni Corus e le società dell’acciaio che già avevamo rimarranno separate, intanto lavorerà un comitato di integrazione».
La conseguenza sarà un vostro minore impegno nell’auto?
«Non credo proprio. L’auto avrà una sua crescita. Tradizionalmente, nel nostro gruppo ha avuto un peso simile a quello dell’acciaio e penso che la dinamica del suo tasso di crescita la riporterà in parità, nel tempo. In più, l’acciaio è una materia prima, l’auto invece ci dà il brand, il riconoscimento pubblico».
A proposito di auto, com’è nato l’accordo con Fiat?
«E’ nato una volta che Luca (il presidente Fiat Montezemolo, ndr) era in India con una delegazione del governo e degli industriali italiani. Mi chiese, assieme a John Elkann (il vicepresidente, ndr), se potevo aiutarli a fare recuperare alla Fiat posizioni in India. Una richiesta di aiuto sulle vendite e sulla distribuzione. Una cosa strana tra due concorrenti, alla quale di solito si risponde di no: lo stesso prodotto nello stesso segmento di mercato».
Perché allora disse sì?
«Per due o tre ragioni. Prima di tutto, Jrd Tata (suo zio, uno dei costruttori dell’ impero, cosmopolita e bon vivant, fondatore tra l’altro di quella che diventerà poi Air India, ndr) era un grande amico di Gianni Agnelli. Un’amicizia di famiglia che era bello onorare. Poi ho pensato che la Fiat era responsabile della nascita dell’industria automobilistica in Paesi in via di sviluppo come l’India e l’Egitto, o almeno aveva spinto molto. Mi pareva giusto aiutarla».
Detto così, un rischio: in quei giorni Fiat stava rompendo con la General Motors ed era in crisi.
«Per noi era una questione emotiva e Tata è un gruppo che è sempre andato ad aiutare un concorrente quando è in difficoltà. Inoltre, sapevo anche che la Fiat aveva dei punti di forza e non li aveva persi. Il mercato dell’automobile è un po’ come quello della moda: certi modelli piacciono a tutti, altri non piacciono a nessuno. La Fiat aveva avuto una serie di auto che non erano andate bene ma sapevo che era forte sul piano tecnologico. E anche radicata nei mercati. L’ha dimostrato».
Da allora cos’è successo?
«Da allora abbiamo sviluppato una cornice più ampia. Come ci si può aiutare a vicenda? Si possono fare piattaforme comuni? Si può avere accesso reciproco alle tecnologie? Possiamo nel tempo sviluppare mercati assieme? Poi, per quel che riguarda l’India, la Fiat aveva piani per un nuovo impianto e abbiamo deciso di svilupparlo assieme: una fabbrica che costruirà la Grande Punto, la Linea, alcuni modelli della nostra Indica e motori. Abbiamo già iniziato a costruirlo, la Punto dovrebbe entrare in produzione a metà 2008, i motori sei mesi prima».
Fiat potrebbe partecipare anche al progetto di auto per le masse, la famosa One Lakh Car, l’utilitaria da duemila euro?
«Sergio (l’amministratore delegato Marchionne,
ndr) è molto interessato. Pensa che la Fiat potrebbe vendere la piccola auto in America Latina. Il progetto, però, è già in fase avanzata, i primi veicoli li venderemo nel 2008. Comunque, abbiamo invitato la Fiat a vedere quello che stiamo facendo: se possiamo avere opportunità insieme, bene. Ci sono mercati che forse potremmo sviluppare in collaborazione, non solo con l’automobile piccola».
Definirebbe quella con la Fiat una partnership strategica?
«Sì, forse oggi non lo sembra ma lo può essere. Via via che ci conosciamo meglio».
Quale filosofia c’è dietro la decisione di fare un’auto da duemila euro?
«Il nostro è un Paese di oltre un miliardo di persone. Il 40% ha meno di vent’anni. C’è una classe media di 250 milioni di individui e forse 3-400 milioni di indiani vivono sotto la linea di povertà. Tanta gente vuole e ha bisogno di trasporti e ora questo bisogno è soddisfatto dalle due ruote. A me è venuta in mente l’idea della piccola auto un giorno che ho visto un padre in moto con il bambino sul serbatoio e dietro la moglie che teneva in braccio un altro bambino. Perché non dare loro un mezzo di trasporto più sicuro, su quattro ruote? Abbiamo esplorato le possibilità per un paio d’anni: uno scooter a quattro ruote? Usare parti di scooter? Poi abbiamo deciso di fare un progetto partendo da zero, tutto nuovo».
Come la produrrete?
«Per il 50% la produrremo noi, in un nostro stabilimento nuovo nel West Bengala (dove ci sono alcuni problemi politici che Tata però minimizza, ndr). Per l’altro 50% incoraggeremo lo sviluppo di piccole imprese, per avere linee di assemblaggio a basso costo. In tutta l’India. E’ il nostro contributo allo sviluppo dell’imprenditorialità tra i giovani».
Il gruppo Tata, come molti altri in India, è una conglomerata. Una forma d’impresa che in Occidente è fuori moda. Pensa sia sostenibile?
«Credo che una certa ristrutturazione ci sarà: occorre ridurre la diversificazione perché in mercati concorrenziali bisogna essere focalizzati. Ma credo che per l’India sia ancora lontano il tempo in cui si dovrà essere solo in uno o due settori. Le nostre società, tra l’altro, sono spesso quotate in Borsa e si muovono autonomamente, sono più associate che conglomerate».
Il vostro gruppo è famoso per essere quello dove i lavoratori sono trattati meglio: i figli dei dipendenti avevano la scuola gratuita già nel 1917. E per fare molta filantropia. Come mai?
«Nella nostra famiglia abbiamo sempre creduto che la ricchezza prodotta andasse restituita al popolo. E’ uno dei nostri cardini di comportamento nei secoli. Il 65% di Tata Sons (la partnership che controlla il gruppo,
ndr) è posseduto da fondi filantropici: quindi, anche il 65% dei dividendi va in favore di progetti di educazione, medici, di miglioramento delle condizioni di vita, in donazioni. 45 milioni di dollari, l’anno scorso. Più, 85 milioni spesi direttamente dalle società».
Non ha mai avuto proteste dagli azionisti indiani per queste ultime spese?
«Dagli indiani mai».
Dall’estero?
«Dall’estero sì, dicono che il denaro è degli azionisti. Rispondo che in questo modo c’è anche minore pressione sociale sulle aziende. E meno scioperi. C’è insomma anche un plus nell’agire così».
Perché siete così attenti al lato sociale del business? Motivi religiosi?
«No, non so se siamo così religiosi. Ci sembra giusto».
Nel 2012, a 75 anni lei si ritirerà. Cosa succederà?
«Arriverà qualcun altro».
«Ci sto pensando».