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 2007  febbraio 05 Lunedì calendario

Due cuori e un monastero. Panorama 5 febbraio 2007. In principio fu Beniamino Andreatta. Fu il geniale politico dalla leggendaria distrazione quotidiana (sigari accesi nelle tasche, moglie dimenticata in autostrada) ma dall’intelligenza lucidissima a tessere il filo rosso che lega Giovanni Bazoli e Romano Prodi

Due cuori e un monastero. Panorama 5 febbraio 2007. In principio fu Beniamino Andreatta. Fu il geniale politico dalla leggendaria distrazione quotidiana (sigari accesi nelle tasche, moglie dimenticata in autostrada) ma dall’intelligenza lucidissima a tessere il filo rosso che lega Giovanni Bazoli e Romano Prodi. Due uomini dall’indole profondamente diversa, prodotti purissimi di due terre agli antipodi. La Brescia austera, riservata e montiniana di Bazoli, la Reggio ruiniana, dove cattolicesimo e goliardia, comunismo e imprenditoria, il lambrusco e Il Mulino si mischiano senza guardare poi troppo per il sottile. Di una vanità sana ed emiliana Prodi, di un understatement che rasenta la mortificazione, l’altro. Ma insieme, come aveva previsto Andreatta (in coma profondo da anni), una formidabile centrale di potere. Prodi viene notato nel ’72 a un convegno dc sull’economia. Il futuro premier parla della spina dorsale del Paese, suo cavallo di battaglia: le piccole e medie imprese. L’argomento e il tipico tono prodiano tra l’ispirato e il mistico attraggono l’attenzione di Andreatta. Con Bazoli, invece, l’incontro avviene all’Arel, il think tank di economisti e democristiani messo su da Umberto Agnelli. Anche in quest’occasione Andreatta fiuta l’outsider dietro l’aspetto dimesso di giurista di provincia. Ha i quattro quarti di nobiltà dc (il nonno, tra i fondatori del Partito popolare di don Sturzo; il padre partecipa alla Costituente, lui fa parte della sinistra di Mino Martinazzoli e di Franco Salvi) e di aristocrazia imprenditoriale (la madre una Folonari, la moglie una delle sorelle Wührer, quelle della birra). E nell’82, da ministro del Tesoro, lo mette alla prova e gli affida la patata più bollente del momento: il rilancio del Banco ambrosiano, dopo il crac. La lunga marcia di Prodi e Bazoli comincia così. L’insieme delle reciproche diversità elettive è la loro forza. Tra i due è il banchiere che impersona lo sponsor dell’altro. Bazoli, che ha rimesso a posto l’Ambrosiano, si è appropriato della Banca commerciale e ha aumentato a dismisura il potenziale affidatogli da Andreatta, diventa il grande tessitore delle rivincite più importanti della vita di Prodi. lui a bussare alla sua porta, dopo l’umiliante cacciata di Romano dalla presidenza dell’Iri, per proporgli, convincendolo, di scendere in campo e trasformarsi nel contraltare politico di Silvio Berlusconi. Nel 2005, è sempre lui a fare il giro della nomenklatura progressista per garantire che solo con il Professore si può vincere. Ridando a Prodi l’occasione per rimarginare la ferita del ”98 quando perse il governo per un complotto di palazzo. Un rapporto strettissimo il loro. Fatto più di complicità che di amicizia, non le vacanze insieme, ognuno a sciare per conto proprio, ma lunghi incontri per parlare, prevedere, costruire scenari nella quiete del convento di Camaldoli. Un sodalizio dove l’uno interpreta il pensiero dell’altro. Dove l’uno può, addirittura, sostituirsi all’altro. Succede nel 2000, quando Prodi è alla presidenza della Commissione europea e serve un nuovo candidato per il 2001. Per un momento sembra essere Bazoli, l’alter ego di Prodi. Lui rinuncia e al suo posto viene designato Francesco Rutelli. Si dice Nanni e si intende Romano. Bazoli ad anticipare la designazione del futuro sottosegretario a Palazzo Chigi. Succede nel marzo 2006, prima delle elezioni, in uno degli incontri mensili nella foresteria della Banca Intesa del gruppo associazione Cultura etica finanza, presieduto dal presidente dello Ior Angelo Caloia. Davanti a un pubblico scelto e all’ospite di turno Enrico Letta, Bazoli prende la parola. «Abbiamo avuto finora un Letta a Palazzo Chigi» dice. «Siamo sicuri che presto ce ne sarà un altro».  sempre lui, circostanza analoga, ospiti Letizia Moratti e il cardinale Dionigi Tettamanzi, a rivolgersi così all’alto prelato: «Perché la Cei parla solo di vita e famiglia e non di altri argomenti?». La risposta al durissimo attacco di Avvenire al governo e alla battaglia sui pacs. Nelle grandi occasioni, dove c’è l’uno, c’è l’altro. Alla prima della Scala, alla cena per pochissimi, dopo la laurea honoris causa ricevuta dal premier dall’Università Cattolica. Ma anche il 1º maggio 2006 nei giardini del Quirinale quando un gruppetto intorno a Prodi riflette sulla prospettiva poco entusiasmante di un Massimo D’Alema insediato al Colle. C’è Bazoli, c’è Tommaso Padoa-Schioppa, c’è Arturo Parisi, il terzo uomo. Perché non bisogna dimenticare che al di là della coppia c’è spesso un triangolo. con Parisi che Bazoli si lascia andare: tutti e due più giacobini di Romano, inflessibili e intransigenti, mai si farebbero fotografare inguainati in fuseaux da ciclisti della domenica. In una delle rare interviste, Bazoli vaticinò: «La grande politica non è quella che divide, ma quella che unisce. Nella storia d’Italia la grande politica è quella che ha creato convergenze». La parabola del bazolismo e del prodismo, del cammino a fianco a fianco di Giovanni e Romano. Denise Pardo