L’Espresso 08/02/2007, Quirino Conti, 8 febbraio 2007
Rompete le righe. L’Espresso 8 febbraio 2007. Ma quale sarà mai la malia, l’incanto - o forse il maleficio - di un abito gessato che, apparentemente solo per un pugno di righe verticali equidistanti, sembra da qualche tempo voler tutti ingabbiare dietro la gloria delle sue sbarre e dentro il suo tetro recinto? In "una livrea uniforme di desolazione", come nel 1846 concludeva Baudelaire a proposito di un’identica mareggiata di conformismo restaurativo in grigio e nero
Rompete le righe. L’Espresso 8 febbraio 2007. Ma quale sarà mai la malia, l’incanto - o forse il maleficio - di un abito gessato che, apparentemente solo per un pugno di righe verticali equidistanti, sembra da qualche tempo voler tutti ingabbiare dietro la gloria delle sue sbarre e dentro il suo tetro recinto? In "una livrea uniforme di desolazione", come nel 1846 concludeva Baudelaire a proposito di un’identica mareggiata di conformismo restaurativo in grigio e nero. Allora portata nell’abbigliamento maschile dalla Monarchia di Luglio. E ora giunta persino a solleticare l’adesione - assai mal consigliata - di Piero Fassino e, con minor convinzione, quella ancor più disarmante del presidente Romano Prodi. Passi per Lapo Elkann nella corrente fase, in una nuova versione - anche questa pessimamente consigliata - di triste, pasticciatissimo clown stilistico, e a suo tempo per l’illustre nonno; passi per il sagace Gabriele Muccino, per Carlo Giovanardi e Pier Ferdinando Casini, per il Quartetto Italiano (Montezemolo, Della Valle, Rossella, Mentana), per Marco Tronchetti Provera, per confindustriali veri e presunti, per Valentino e per quanti, correndo, vanno tutti a infilarsi dentro quella staccionata metaforica sentendosi, solo allora e così, finalmente solidi, eretti, rassicuranti e autorevoli. Ma Fassino e Prodi? Qualcuno (sapendolo!) dovrebbe pur informarli di quale scellerata reputazione abbia ereditato, da circa due secoli, quell’atro abito reazionario. Per non parlare degli ascendenti. Ma questo è il tempo, si potrebbe concludere, e questo il suo abito. In perfetto stile neo-Biedermeier o, se si preferisce, neo-Luigi Filippo. Poiché, fatte le indispensabili tare, le restaurazioni sono sempre le stesse. Stessa faccia e, più o meno, medesima divisa. Con un pubblico conformismo popolato di beccamorti, come precisa ancora Baudelaire citato da Walter Benjamin: "Un’immensa sfilata di beccamorti". E, al contrario, un ’privato’ (Dio ci liberi da quello attuale: cappellucci, sportswear e pulloverino di triplo cachemire sulle spalle o, peggio, sulla giacca!) a quel tempo fatto di vestaglie cinesi e ridicoli zucchetti. Classicamente, per un’élite di squali senza scrupoli - presuntuosi, vanitosi, ma, va da sé, proprio come quel caro ’probo-Meier’, tenaci custodi dei più caldi valori della famiglia - che, nell’irrigidimento della foggia, trovano il giusto imbozzolamento (in-gessato appunto) alla propria inconsistenza. Ogni qual volta, naturalmente, tutto l’ideale del vecchio ciclo formale sia naufragato o misinterpretato; e l’astuzia sembri l’unica garanzia contro patetismi ideologici illanguiditi e irrisi. Dunque, cosa meglio di un buon abito scuro e gessato? Bizzarro e malfamato. Ma anche questa aggettivazione è classica del tempo. E per nulla disincentivante. Poiché ogni società tende voracemente al proprio conformismo. A quello che merita. Ed evidentemente, di volta in volta, anche questo è comunque soggetto a una sua scala di valore e di attendibilità. Proprio come la modernità che nelle élite appunto, unificando, riveste. proprio infatti della Moda, fingendo di ricoprire senza pregiudizi, dare sempre al contrario un abito che, nel favorire una certa predisposizione, ha già comunque indelebilmente impresso, proprio in quella funzionalissima attitudine stilistica, il suo inappellabile giudizio. Uniformi funzionali, dunque, eppure spietatamente rivelatrici. Come notava Gustav von Aschenbach, in ’La morte a Venezia’. Quando, sceso per il pranzo nel salone dell’albergo al Lido dove si era appena sistemato - solo poche pagine prima di aver udito unicamente come suono ’Adgiu’ o ’Adgio’, quel nome che qualche pagina appresso si sarebbe poi precisato nella fatale configurazione di ’Tadzio’ - osservava come "l’internazionale abito da sera, uniforme della civiltà, raccoglieva in un solo galateo i vari tipi umani". Americani, russi, inglesi, tedeschi, francesi e slavi. Nel 1912 infatti, ma ancora per quasi tutti gli anni Cinquanta, questa era la regola. Il conforto cioè, allora, di una divisa internazionale che, assieme a una buona conversazione in francese, unificasse le più lontane origini in una ideale compagine unitaria di modi e sostanza. Una civiltà. Dentro la quale indossando, come in quel caso, lo stesso abito per il pranzo, tutti sapevano cosa si volesse intendere con ciò; oltre l’uso occasionale che se ne faceva. Ovunque e come segnale di appartenenza. Che, dentro quella società di eguali, consentiva, garantiti, più o meno senza rischi, di intessere relazioni, consonanze ma anche commerci. Di ogni genere. Con chiunque. In un identico abito - quasi una parola secretata - inconfondibile. Allora, come del resto ancora oggi, la sola foggia maschile era sufficiente a garantire e a garantirsi. Le fredde e compassate signore, coperte di gioielli ’inestimabili’, come in quel romanzo breve, sarebbero rimaste a lungo prevalentemente decorative. Attorno e accanto a un marito in frac. Adorne di "quella semplicità" (costosissima) "che sempre determina il gusto in coloro che considerano la religiosità una componente della distinzione". Parole sante! E chi era fuori da quel conformismo ne era anche bandito. Chi cercava di entrarvi senza averne diritto ne era rifiutato. Poiché quel tipo di società, come questa, poneva attorno a sé recinzioni e paletti formali insormontabili. Evidentemente per potersene proteggere essendovi dentro, ma soprattutto per evitare che vi si entrasse, indebitamente. Dunque, un abito visibile e riconoscibile come una segnaletica intimidatoria o una livrea etologica. Infatti ci si ’riveste’ per riconoscersi, distinguersi unificandosi, qualificandosi; e, allora come ora, l’extraterritorialità era mal tollerata. Pertanto, dai più impervi luoghi di origine - che fossero il marciapiede o il malaffare - ci si tuffava in quel formalismo-divisa (frac o gessato, purché scuro) per divenire visibili nell’invisibilità dell’omogeneo, o distinti nell’indistinguibile uniformità di abiti identici. Che comunque già il democratico Friedrich Theodor Vischer in una critica della Moda attorno al 1861 caricaturizzava. Poiché, in quel caso, scriveva: "Non si tratta più di braccia, bensì di rudimenti di ali, di alucce di pinguino, di pinne, e il movimento di questi informi moncherini durante il moto assomiglia a uno sciocco, insulso sbracciarsi, spingere, saltellare, remare". Nonostante, in uno slancio di sincera commiserazione ma anche di lucida interpretazione del segno, Baudelaire concludesse: "E tu, Fontanarès che non hai osato confessare al pubblico i tuoi dolori sotto il frac funebre e spiegazzato che tutti indossiamo". Un abito essenzialmente luttuoso, quindi, ma anche a lutto. "Tutti noi celebriamo un qualche funerale. Una livrea uniforme di desolazione è il segno dell’uguaglianza. Non è l’abito ineluttabile della nostra epoca" - quanto mai vero! - "un’epoca sofferente che porta anche sulle spalle magre e nere il simbolo di un lutto senza fine? Beccamorti politici, beccamorti innamorati, beccamorti borghesi". sempre Baudelaire a dirlo. Ma per tornare al tema che qui più ci appassiona, e a quel terribile, cupo gessato che sul perverso e vistoso duca di Windsor, con mille altre sue trovatine, diveniva la giocosa messa in scena di un’ulteriore clownerie, quella tragica, allora, di una sospetta spia al soldo del Führer, bisognerà pure che prima o poi qualcuno trovi il coraggio di dirla, la verità. Che precedentemente cioè, essendo già stato la classica disegnatura del più popolare abito della Rivoluzione in Francia (come nel ritratto dell’attore Chenard, di Louis-Léopold Boilly); poi, dalla fine del XVIII secolo, del tipico abito da lavoro; quindi, di passaggio in passaggio, l’eletta bardatura ottocentesca della malavita inglese; quindi, nel Novecento, di quella americana, dei faccendieri nostrani e d’importazione; divenuto in seguito, per quel piacere tutto britannico di costruire cortocircuiti stilistici, ripulito, l’abito in gramaglie della City, in una precedente, rimossa vita formale questo medesimo gessato non era che, in varianti di righe via via stilizzate, il classico traliccio segnato e barrato, e pertanto individuabile e riconoscibile, di ogni condannato ai lavori forzati. In qualunque, remoto bagno penale. Detto questo, perché tutti - più o meno - nell’attuale contesto, aspirino all’abito delinquenziale dell’impunito e del farabutto è comprensibile. Si comprende meno perché vi aneli con tanta determinazione il sottile Piero Fassino. Suvvia, per pietà, anche lei: desista. Indossando non dico qualcosa di eversivo come uno spiazzante Prada, ma almeno di sinistra! O di meno sinistro. Quirino Conti