Massimo Livi Bacci, la Repubblica 6/2/2007, 6 febbraio 2007
MASSIMO LIVI BACCI
Manca qualcosa nel dibattito intorno alla legge sulle coppie di fatto. Gli aspetti giuridici ed etici sono stati approfonditi ed esplorati, ma quelli sociali sono largamente ignorati. questa una debolezza della cultura politica incline ad anteporre gli aspetti teorici alla ricognizione empirica: si pensi all´approvazione dell´indulto che è avvenuta nell´incertezza circa il numero ed il profilo dei beneficiari.
Ma torniamo alle "coppie di fatto", ovvero a quelle unioni affettive (etero ed omo) tra persone che vivono sotto lo stesso tetto; che quasi sempre condividono reddito e consumi; che prendono decisioni e assumono obblighi condivisi; che costituiscono un patrimonio comune, ancorché modesto. Che però non hanno sottoscritto – né davanti al sindaco né davanti al sacerdote – nessun patto formale; qualche volta per ragioni obbiettive (uno dei partner non è "libero"; la coppia è omosessuale), altre volte per le circostanze; altre ancora per scelta. Ebbene, quante sono queste coppie? Qual è l´universo delle coppie candidate ad avvalersi di un patto civile di convivenza? Quali sono le tendenze del fenomeno?
In Europa il matrimonio è da tempo in crisi. Nell´Europa settentrionale ed occidentale, si stima che tra il 30 ed il 40 per cento delle donne nate intorno al 1970 arriverà alla conclusione del periodo riproduttivo senza essersi sposata (questa proporzione era appena del 10 per cento nella generazione delle loro madri). In Spagna e in Italia questa proporzione sarà più bassa, attorno al 25 per cento. La disaffezione al matrimonio ha quattro aspetti: un´età media alla prima unione (legale o di fatto) ovunque in aumento; tra le nuove unioni la forma "coabitazione" è in forte crescita (ed in molti paesi è oramai la modalità più frequente); una proporzione sempre minore delle coabitazioni si trasforma in matrimonio; tra i matrimoni cresce la frequenza dei divorzi (con scioglimenti vicini al 50 per cento dei matrimoni nel nord Europa, in Germania, Francia, Inghilterra). Un fenomeno – quello della debolezza del matrimonio – che non ha alcuna relazione con la bassa natalità; anzi, questa è più alta dove il matrimonio è più debole (e dove la metà o più delle nascite è di genitori non sposati). Ovunque, a questa debolezza si è risposto con l´introduzione di varie tipologie di riconoscimento legale delle coabitazioni: Italia, Austria, Grecia, Irlanda, Polonia e Romania fanno eccezione.
In Italia la crisi del matrimonio prende aspetti particolari: le unioni iniziano in gran maggioranza col matrimonio (due terzi con rito religioso, un terzo con rito civile), ma ci si sposa poco e tardi e poiché anche le unioni di fatto sono poche, la conseguenza è che una bassa proporzione di giovani (a 25, 30 o 35 anni) coabitano (legalmente o de facto) e sono quindi in grado di fare scelte riproduttive. Tuttavia anche da noi le coppie di fatto sono in aumento: nel 1983 l´Istat ne censiva 192.000, cifra triplicata vent´anni più tardi (555.000 nel 2003), quasi il 6 per cento delle coppie nel centro-nord, meno del 2 per cento nel sud. L´aumento è forte nelle generazioni più giovani, nelle grandi città e nel centro-nord: indicatori classici di un fenomeno in diffusione. Circa tre coppie su dieci dichiarano di volersi sposare (ma erano quattro su dieci cinque anni prima).
Il successo di una nuova normativa in materia di coppie di fatto dipende da molti fattori, in primo luogo dalle prerogative riconosciute e dai vincoli imposti. Saranno molte le coppie invogliate se le prime saranno molte e i secondi pochi, saranno poche in caso contrario. Ma "molte" o "poche" in rapporto a cosa? Soprattutto in rapporto al numero delle coppie di fatto esistenti: per esempio, in Francia, queste sono circa 2,5 milioni, più del quadruplo che in Italia. In Francia i Pacs hanno avuto un notevole successo, e sono passati da 22000 nel primo anno di piena applicazione (il 2000) a 57000 nei primi 9 mesi del 2006. pensabile che in Italia – con una legislazione analoga alla francese – il numero dei "patti" sarebbe proporzionalmente minore che in Francia (azzardo: attorno ai 15000 all´anno).
Le gerarchie e una parte del mondo cattolico si oppongono al riconoscimento delle unioni di fatto che considerano un´insidia ed uno screditamento dell´istituto familiare basato sul matrimonio. Ma sbarrare il cammino ai patti di convivenza appare un tentativo ben debole di salvare l´istituto familiare tradizionale, così come il divieto di propagandare i contraccettivi non arrestò il controllo delle nascite o il fatto che l´aborto fosse reato non impedì il moltiplicarsi delle interruzioni di gravidanza clandestine. Anzi, in un mondo poco credente e ancor meno praticante, dare qualche regola e ordine al disordine della convivenza rappresenta quel "male minore" che la Chiesa spesso è incline ad accettare. Si discute poi sulla questione di lana caprina se i "patti" riconoscano i diritti di un´unione (la Conferenza dei Vescovi non vuole sentirne parlare) o si limitino a riconoscere diritti "individuali" dei contraenti. Ma in filo di logica, se questi diritti (sociali, patrimoniali ecc) hanno origine dal vivere insieme, allora non si vede bene in cosa consista la differenza, che appare nominalistica e non sostanziale. Ancor più incomprensibile è la diatriba circa le modalità di pubblicizzazione: registro apposito od iscrizione all´anagrafe. Il primo sarebbe una "capitolazione" per i cattolici, il secondo salverebbe le apparenze: una casistica degna di altre epoche. Chiederei piuttosto: quale forma è più efficiente e meno costosa per l´amministrazione e per i cittadini?
Infine un´osservazione a margine. Una ragione della disaffezione dal matrimonio sta anche nella sua "mercificazione" e quindi nel costo crescente della cerimonia. Una crociata vigorosa delle gerarchie e dei parroci che separasse nettamente la celebrazione del sacramento dalle coreografie e dai festeggiamenti profani riporterebbe al matrimonio più coppie di quante i patti non ne possano allontanare.