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 2007  febbraio 06 Martedì calendario

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

NEW YORK – «Esistono persone sbagliate che, in tempi eccezionali, perdono tutti i loro difetti». Così Ed Koch, ex sindaco di New York, scrive di Rudolph Giuliani nel suo libro. «Giuliani: Nasty Man», Giuliani, l’uomo malvagio. Ma se quell’assioma ha funzionato una volta – la tragedia dell’11 settembre l’ha trasformato da paria in eroe nazionale nel giro di una notte ”, il 62enne Giuliani è convinto di poter fare il bis nella corsa per la Casa Bianca del 2008. «Sono l’uomo di cui l’America ha bisogno in questo momento», ripete come un mantra l’italo-americano più famoso nel mondo, il nipote di poveri emigrati di Montecatini, che ieri ha depositato il cosiddetto « statement of candidacy
» alla Federal Election Commission, che gestisce il complesso sistema di finanziamento della campagna presidenziale. Un passo formale che lo trasforma in un candidato a tutti gli effetti.
«Sono convinto di poter vincere», dichiara lui, commentando l’ultimo sondaggio Gallup. Dove il 74% dei repubblicani lo considera «più affidabile» di McCain, fermo al 21%, mentre il 68% lo reputa «più capace di affrontare una crisi» ed il 59% «un leader più determinato». Ma se da una parte il suo annuncio ufficiale pone fine al febbrile chiacchiericcio web sulla candidatura, dall’altra inaugura la caccia grossa dei blogger, già pronti a riesumare scheletri vecchi e nuovi dal suo armadio. Il suo tallone d’Achille? Non solo le sue posizioni sulle questioni sociali – è favorevole all’aborto e alle nozze gay – indigeste per la base conservatrice ed evangelica del partito. Che non approva la sua passione per i travestimenti eccentrici (da Marilyn Monroe a John Travolta), la sua partecipazione al Gay Pride e tantomeno l’essere andato a vivere con una coppia di amici gay, dopo il divorzio dalla seconda delle tre mogli e la relazione adultera con la sua assistente Crystine Lategano.
A gettare ombra sulle sue ambizioni presidenziali sono anche alcune imperdonabili gaffe private. Come l’aver scelto una conferenza stampa per annunciare alla moglie Donna Hanover di volersi separare per un’altra. Uno sgarbo che le femministe potrebbero usare come arma per bloccare una scalata, impossibile senza il voto femminile (e il gradimento di Giuliani tra le donne è ancora più basso di quello di McCain). Contro di lui potrebbero schierarsi anche i neri, che durante il suo mandato accusarono la polizia di New York di avere il grilletto facile soprattutto contro gli afroamericani e gli ispanici. E i liberal, infine, non gli hanno mai perdonato l’inflessibilità con gli homeless e gli sbandati di New York, strappati di forza dalle strade ai tempi della «tolleranza zero». La sua filosofia di non accettare la benché minima infrazione, per evitare reati più gravi, «perché – sosteneva Giuliani – la criminalità nasce dalla tolleranza dei peccati veniali, che in breve si trasformano in mortali».
Eppure l’ex sindaco di ferro conta di vincere proprio rivendicando il suo passato di procuratore di ferro di New York. Una nomina voluta dall’allora presidente Ronald Reagan, che gli è servita per sconfiggere la mafia e gli speculatori di Wall Street, con la stessa determinazione con cui ha saputo battere il cancro. Dimezzando gli omicidi, tagliando al 30% i principali reati e facendo scendere New York al trentaduesimo posto nella classifica delle città più violente d’America.
Nel suo curriculum vitae brilla poi quell’incoronazione a «Uomo dell’anno», decretata nel 2001 dal prestigioso settimanale Time, unico sindaco della storia a meritarsi tale onore. «Perché nelle ore cruciali all’indomani dell’attacco, ha saputo farsi carico della situazione, anche dal punto di vista emotivo, in maniera straordinaria», scrisse allora Time.
«Guidando la città con le emozioni, non solo con le parole e le azioni».
«Non sono sempre d’accordo su tutto con me stesso – ha cercato di minimizzare lui, intervenendo ad una riunione del partito in New Hampshire, uno dei primi Stati dove si terranno le primarie – . Ma ci sono dei principi di base che mi muovono, come la necessità di un esercito forte e di una politica conservatrice in materia fiscale». «Il sindaco di New York è il secondo incarico più difficile del Paese, dopo la presidenza», ha replicato poi a chi l’accusava di insufficiente esperienza per il ruolo di uomo più potente del pianeta.