Il Giornale 04/02/2007, pag.16 Massimo Veronese, 4 febbraio 2007
Vacanze al male, ovvero divertirsi facendo finta di essere detenuti
Vacanze al male. Numerose possibilità di svago per il tempo libero con ristoranti, cinema, discoteche, locali e negozi di ogni genere. Volendo anche un’escursione nel deserto in motocicletta, con un occhio solo come il mullah Omar, località Tora Bora. Leggere bene. Non Bora Bora, Polinesia francese, paradiso di mare. Tora Bora, Kandahar afghano, inferno di montagna. Nella tana di Bin Laden. «Ma state tranquilli, il posto ormai è sicuro al cento per cento - garantisce il capo villaggio Gul Agha Sherazi, ex signore della guerra, ora imprenditore edile e governatore della provincia di Nangahar -. Questo poi era luogo di scampagnate molto prima che diventasse il rifugio di Bin Laden». Della caccia al signore del terrore sono rimasti i crateri delle bombe e le rovine di qualche casetta in mattoni di fango. Presto ci sarà un resort turistico da 8 milioni di euro, alberghi e ristoranti di lusso al posto di tunnel e caverne. E sarà difficile trovare un buco. Preferite qualcosa di più duro? Vorkuta, Siberia, il posticino che fa per voi. Qui è rimasto tutto incontaminato, le baracche di legno, le torretteperle mitragliatrici, le ciotole con la sbobba. Gli animatori sono a vostra disposizione: sveglia alle cinque,ma solo se la temperatura non scende sotto i 50 sotto zero e tutti in marcia. Vi aspettano dieci indimenticabili ore di lavoro, in tunnel orizzontali dove si cammina carponi con i piedi dentro l’acqua. Il vitto è ottimo: cavoli, qualche raro pesciolino, tanta acqua e 300 grammi di pane nero. Per una settimana potrai vivere da zek, abbreviativo di zakluchonnij, detenuto. Ne sono spariti milioni in questo gulag sovietico. Avrebbero dato qualunque cosa per uscire di lì, ora fanno la fila per entrarci. La nuova frontiera del turismo passa di qui. I luoghi della morte dove si sono consumate le grandi tragedie dell’umanità stanno diventando occasioni di svago per chi cerca emozioni forti. Dalle vacanze al mare alle vacanze al male. Ad andare forte sono soprattutto le carceri. Alcatraz, l’isoletta che ospitò Al Capone, Lucky Luciano e i coniugi Rosenberg è diventata un museo, mentre San Quintino, che ospita ancora 6mila detenuti, 641 dei quali nel braccio della morte, si prepara a diventare un centro turistico, balneare e commerciale con grattacieli, impianti sportivi, boutique, parchi e case da 900mila dollari in su. All’Ucciardone per ora hanno trasformato in bar del carcere solo la cella dove Gaspare Pisciotta fu ucciso con un caffè alla stricnina. Preferiscono il low profile. Per chi vuol giocare al detenuto politico non c’è che l’imbarazzo della scelta. Nell’ex Germania Est puoi trovare a destra il castello di Colditz, supercarcere nazista sulle colline vicino a Lipsia, grand hotel a cinque stelle con 500 letti, cucina con chef francese, personale attento e vigilante e uno slogan che cattura: « Una volta visitato non lo lasciate più...». E a sinistra la fortezza di Schloss-Hoheneck, supercarcere comunista dove venivano torturate le prigioniere politiche, dove è stato inaugurato un albergo che ti riporta indietro nel tempo: con 100 euro puoi dormire su una panca di legno e svegliarti la mattina a nerbate sui malleoli nei sotterranei più bui. Vuoi qualcosa di più antico? Lo Spielberg, la fortezza asburgica della Moravia che Silvio Pellico raccontò nelle Mie Prigioni. «L’orrido antro, il nudo pancone datomi per letto...» è oggi hotel di lusso con ristorantino alla moda. Il campo di concentramento di Froslev, costruito nel 1944 dai nazisti in Danimarca, è diventato invece bed and breakfast da 140 posti per pochi dollari. Sul depliant: «Fate un’esperienza che vi cambierà la vita». Le offerte si stano moltiplicando in tutto il mondo, isole comprese. Se preferisci il freddo a 160 chilometri dal circolo polare artico, nell’arcipelago delle isole Solovki, quello che che Alexander Solgenitsin nel suo Arcipelago Gulag ribattezzò «l’Auschwitz polare » è ora un museo. Tanto per dire l’ambientino: qui incarceravano i potenziali nemici del regime, i più restavano appollaiati diciotto ore di seguito sulle pertiche nella speranza di essere risparmiati, picchiati selvaggiamente se cadevano, fucilati comunque. Se preferisci il caldo c’è un angolo di Amazzonia che fa per te, foresta impenetrabile, serpenti velenosissimi, giganteschi anaconda, ragni grandi come una mano e mare infestato dagli squali. la famigerata Cayenna, da cui fuggì Papillon, dove c’è un alberghetto, piccolo ma per nulla confortevole. Ti aspettano a ogni ora, solo se riesci ad arrivarci. Se punti a qualcosa di più economico c’è l’Isola Calva, sulla costa croata, roba da mettersi le mani nei capelli. Quattromila oppositori di Tito morirono qui per stentietorture, 30mila furono costretti ai lavori forzati. Il pacchetto vacanze, ideato dall’ottantenne Vladimir Bobinacche qui ci ha passato due anni, prevede la possibilità di scegliere tra vari programmi di prigionia: nel più estremo ti ammazzi di lavoro tutto il giorno e la notte stai in isolamento. Alla fine ti danno il diploma. O te lo appiccicano sulla lapide. Per chiudere alla grande c’è l’Intercontinental Resort Hotel, sulle Alpi bavaresi: bar con 400 whisky, parquet di quercia, arredi high-tech, bagni turchi aromatici e 138 camere. Era la baita bunker che regalarono a Hitler per il 50esimo compleanno. Solo la doppia costa 280 euro. La chiamano ancora il Nido dell’Aquila. Ma ti spennano come un pollo... ******** E il covo dell’orrore diventò un nido d’amore. La dimora più famosa è quella di Adolf Hitler: quindici stanze più servizi, seppelliti sotto il giardino della Cancelleria di Berlino a dodici metri di profondità. Duecento metri quadrati, arredamento un po’ spartano con armadietti di lamiera e letti da campo. C’erano luci basse, aria umida e atmosfera cupa. Il Führer si suicidò in salotto. La tv non c’era ancora. Il rifugio più ecologico invece lo ha abitato Pol Pot: due milioni di metri quadrati di giungla cambogiana, provincia settentrionale di Preah Vihear. Vegetazione prepotente, seminata di trappole e templi di pietra dappertutto. Si nascondeva in una grotta simile a quella del colonnello Kurtz, il Marlon Brando di Apocalypse Now, il posto era lo stesso, la grotta pure. Nella casa del «Grande Fratello», traduzione di Pol Pot, a eliminarlo a tradimento fu una delle guardie ingaggiate per difenderlo dai nemici: la malaria. L’alloggio più ricco è stato quello che favoleggiavano custodisse Saddam Hussein: nome in codice 305, sulla riva sinistra del Tigri. Grande come un campo di calcio su due piani, 534 posti letto, centro di teletrasmissioni, area di decontaminazione, sala operatoria. Un tetto di cinque metri così solido da resistere a una temperatura di 300 gradi, farci rimbalzare un Cruise e trasformare la bomba di Hiroshima in una leggera vibrazione appena percepibile. Ma si sa poi come vanno a finire le cose con le case. Visti i prezzi che corrono alla fine ti accontenti del primo buco che trovi: quello dove hanno trovato il raìs era un lavandino abitabile, che i genieri della Quarta Divisione di Fanteria americana hanno sigillato con due spalate. Il timore era che il «il buco del ragno» potesse diventare un monumento. Ma forse l’hanno fatta più grande di quella che è. L’ultimo domicilio dei macellai della storia non ha bisogno di Tore Bore per diventare grottesco. Ogni dittatore ha avuto il suo, possibilmente lontano dalla realtà, quasi sempre sospeso nel tempo, un vano riparo due volte su tre. E ognuno lo ha personalizzato a modo suo. Mobutu aveva un debole per i marmi rosa, Saddam per le poltrone rosse, Ceausescu per i rubinetti dorati. Pol Pot invece era ossessionato dall’arredo delle pareti che voleva tappezzate di foto delle sue vittime scattate subito dopo l’esecuzione. Gli piacevano i posti con vista mozzafiato. Per costruire questi castelli sotterranei non si è mai badato a spese. Milosevic attrezzò il suo con ascensori superveloci e linea metropolitana privata, Siad Barre ci parcheggiò il jet privato che sbucava all’improvviso dal nulla, tra le colline che circondano l’aeroporto di Mogadiscio. In tutto questo spreco l’unico materiale di scarto è sempre stato l’uomo. Ceausescu fece costruire la ragnatela di cunicoli che collegavano i suoi palazzi da centinaia di prigionieri politici. Poi per conservare segrete le mappe li faceva eliminare, uno per uno, e seppellire direttamente sul posto. Nel bunker di Gamsakhurdia, i ribelli georgiani liberarono una quarantina di ostaggi, tra cui il vice ministro della Difesa. Erano stati tutti torturati, tra la veranda e l’angolo cottura. C’erano manette appese ai tubi dell’acqua, cavi per l’elettroshock nascosti dentro il comò. E decine di scheletri, soprattutto negli armadi. Tra le rovine di Villa Somalia, ultima trincea di Siad Barre, c’erano invece centinaia di suppliche, invocazioni di grazia, richieste di pietà rimaste senza risposta «A Sua Eccellenza Siad Barre, chiedo la libertà per il poeta Abdullah Rage Traweh, imprigionato senza accuse da cinque anni...». «A Sua Eccellenza Siad Barre chiedo grazia per...». Una casa vuota, ma piena di ombre. Il più megalomane di tutti però è stato Enver Hoxha. Prima cercò di diventare più stalinista persino di Stalin, poi trasformò l’Albania tutta in un bunker personale da dove, in quarant’anni di potere, non uscì mai né per una parata, né per un viaggio all’estero. Molti dei 700mila bunker costruiti per difendersi da un invasore mai sbarcato, (monoposto, familiari, con fortino incorporato, spuntoni di vetro e cannoncini regolabili) sono stati riconvertiti. I contadini ci hanno infilato pecore e galline, quelli sulla spiaggia sono diventati «chiringuito» e cabine per i bagnanti, le coppiette hanno riciclato le claustrofobiche tane della paura in tempi dell’amore libero. La fine, in fondo, che si meritavano. Nei bunker si sono consumati progetti grandiosi e visionari, ma quasi sempre senza porte d’uscita. E anche se si tratta di vivere, come dire, al di sotto delle proprie possibilità, nessun dittatore vuole rinunciarci. Perché resta l’ultimo segreto, privatissimo, posto al mondo dove nascondere qualcosa di cui vergognarsi. Se stessi, per esempio. Massimo Veronese