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 2007  febbraio 05 Lunedì calendario

Eugenia Tognotti La comparsa del temibile virus H5N1 a Lowesoft, nel Suffolk (Inghilterra orientale), in uno degli allevamenti di tacchini più grandi d’Europa, ha prodotto l’effetto di riportare in primo piano l’influenza aviaria, dopo mesi di oscuramento

Eugenia Tognotti La comparsa del temibile virus H5N1 a Lowesoft, nel Suffolk (Inghilterra orientale), in uno degli allevamenti di tacchini più grandi d’Europa, ha prodotto l’effetto di riportare in primo piano l’influenza aviaria, dopo mesi di oscuramento. E, naturalmente, sono subito arrivate, insieme con le notizie sul numero degli animali soppressi e sulle strategie adottate, le dichiarazioni di autorità sanitarie ed esponenti di istituzioni sanitarie internazionali che oscillano tra l’allarmistico e il rassicurante. Il portavoce dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), Gregory Hartl ha dichiarato che l’Europa - come altri paesi - non può considerarsi al riparo dal rischio di un’epidemia legata alla mutazione del «virus dei polli». Mentre il nostro sottosegretario alla Salute, Gian Paolo Patta, ha definito un atto da irresponsabili quello «di adombrare la pandemia», dato che nessun allevamento italiano è stato colpito finora dalla mortale influenza. Verissimo. Una epidemia di congetture L’Italia però non è isolata dal resto d’Europa e del mondo. E di certo non potrebbe considerarsi al sicuro se la temuta mutazione del virus avvenisse, cioè se sviluppasse le caratteristiche genetiche necessarie per innescare una pandemia, sostenuta da un virus che per la specie umana sarebbe nuovo, cosa che la renderebbe clinicamente molto severa. Ma quella dell’influenza aviaria, un fantasma che si aggira per il pianeta da ben dieci anni, è una minaccia reale per l’umanità o - come sostengono molti osservatori da una parte all’altra dell’Atlantico - è una paura «costruita», capace di circolare più velocemente dello stesso virus, provocando una pandemia di congetture? Non c’è dubbio che l’H5N1, altamente patogeno, rappresenta un pericolo. Se riuscisse ad «umanizzarsi», acquisendo geni da quello influenzale umano, guadagnerebbe la capacità - che, finora, è fortunatamente mancata - di essere trasmesso da uomo a uomo. Secondo gli ultimi studi, le tre grandi pandemie influenzali del XX secolo, compresa la Spagnola, acquisirono alcuni tratti genetici dall’influenza aviaria. Il rischio c’è, dunque, e non è un’invenzione: il ceppo sta cambiando, sta conoscendo una diffusione geografica sempre più vasta, con la conquista di nuove aree (Europa e Africa). L’effetto al lupo al lupo Sono aumentati i focolai e i «serbatoi silenziosi», oche e anatre asintomatiche. Cosa che, naturalmente, avvicina il rischio che il virus diventi il «grilletto» della prima pandemia influenzale del XXI secolo. Questa realtà - che ha consigliato la preparazione di grandiosi piani antipandemici a livello nazionale e internazionale - non ha però prodotto nessun avanzamento nelle tecniche di comunicazione rispetto al passato, quando annunciare l’emergenza, come ben sapevano i magistrati di Sanità, era uno dei compiti più ardui in tempo di epidemia, come racconta bene Manzoni a proposito della vicenda di Lodovico Settala nelle peste di Milano. Dal 2003 ad oggi - nell’era della comunicazione - i troppi annunci sono riusciti a produrre l’effetto «al lupo al lupo», mancando all’obiettivo di informare sui possibili sviluppi legati all’evoluzione del virus, per ottenere, in prospettiva, la collaborazione dei cittadini. Cosa fondamentale nelle emergenze, sostiene Beverley Raphael, professore di salute mentale della popolazione e disastri dell’Università di Sydney. Per evitare il panico in caso di emergenza, i messaggi dovrebbero essere chiari e precisi e provenire da una sola fonte fidata come l’Organizzazione mondiale della Sanità. Stampa Articolo