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 2007  febbraio 05 Lunedì calendario

GINEVRA


Nel luglio del 2006 la «Consulta dei senatori del regno», l’organismo che tramanda le tradizioni del Senato del Regno, esclude Vittorio Emanuele e suo figlio Emanuele Filiberto da qualsiasi ruolo dinastico. A reggere le sorti di casa Savoia al loro posto viene incaricato il poco amato cugino Amedeo d’Aosta
Pochi giorni dopo Amedeo d’Aosta incarica il figlio, il principe Ajmone, di tenere i rapporti con il mondo della politica e dell’economia. A Maria Gabriella viene assegnato il mondo della cultura e dell’arte
Il 13 dicembre 2006 Vittorio Emanuele cancella dai ruoli dell’Ordine e dagli altri Ordini dinastici il Principe Amedeo Duca d’Aosta «per comportamenti gravemente lesivi, calunnie e falsità verbali e scritte dell’onore e dignità della nostra Real Persona»Ci risiamo. Vittorio Emanuele di Savoia, principe di Napoli, ha denunciato Amedeo di Savoia e suo figlio Ajmone al tribunale di Arezzo per aver usurpato il nome Savoia e lo stemma di capofamiglia. Il processo è atteso a marzo. Ancora un gesto di ribellione contro il volere paterno. A dicembre, il principe aveva cancellato dai ruoli dell’Ordine e dagli altri Ordini dinastici il Principe Amedeo Duca d’Aosta «per comportamenti gravemente lesivi dell’onore della nostra Real Persona». Poi, insieme al figlio Emanuele Filiberto, ha depositato ad Alicante, capitale dei brevetti Ue, lo stemma di capofamiglia Savoia per uso commerciale.
La rappresentanza dinastica è una questione giuridica e non una mera querelle di famiglia, come potrebbe sembrare. Lo spiega la principessa Maria Gabriella di Savoia, dal salotto biblioteca della sua casa di Ginevra, dove ogni cosa è Savoia: «Il re mio padre poteva dare dei titoli nobiliari, ma mio fratello non è mai stato re e non ne ha il potere né il diritto».
Una soap opera blasonata
La storia inizia nel 1960 quando Vittorio s’innamora di Dominique Claudel. Il padre re Umberto II gli scrive per spiegare che la legge Salica autorizza solo le nozze tra famiglie di sovrani: «Tale legge, io 44esimo Capo Famiglia, non intendo né posso mutare, nonostante l’affetto per te. Il matrimonio ti causerebbe la decadenza da qualsiasi diritto di successione come capo della Casa di Savoia e di pretensione al trono d’Italia, perdendo titoli e rango e riducendoti a privato cittadino. Tutti i diritti passerebbero a mio nipote Amedeo, Duca d’Aosta». Vittorio Emanuele risponde per sé stesso: «Per quanto riguarda la successione al Trono, la cosa ha perso per lui ogni valore e prega S. Maestà di disporre dei suoi diritti come meglio crede». La Claudel viene archiviata e compare Marina Doria.
Il re ricorda al figlio le regole: c’è una fitta corrispondenza a testimoniare quanto Umberto si opponga all’unione. Il 29 aprile ”67 Vittorio replica: «Carissimo Papà, da tempo tutti mi consigliano quello che dovrei o non dovrei fare richiamandomi ai miei doveri di principe ereditario. Mi si chiede di lasciare Marina Doria, alla quale sono legato da affetto profondo. Sono entrato nella determinazione di interrompere la relazione e trovare una moglie di vostro gradimento nella speranza che serva a rialzare il prestigio della famiglia. Ti chiedo di ricevere direttamente da te ordini e direttive».
Padri e figli
Il consenso alle nozze non passa da padre in figlio, ma dal re al suo successore, secondo la normativa dinastica. Vittorio non lascia Marina e il re sospende l’appannaggio mensile che gli versava da quando era maggiorenne. Vittorio non intende rinunciare al potere regale e alla vigilia del viaggio a Las Vegas, dove nel ”69 sposa una prima volta Marina Doria, deposita due documenti presso un notaio di Ginevra. Nel primo destituisce Umberto II e si autoproclama Re Vittorio Emanuele IV e nel secondo dichiara: «Noi, Vittorio Emanuele IV, Re d’Italia, conferiamo a Marina Doria il titolo di duchessa di S. Anna di Valdieri». Una manovra nel caso il padre avesse passato la successione ad Amedeo di Savoia. Maria Gabriella ricorda che «davanti al re, Vittorio era sussiegoso e dietro organizzava il golpe. Mio padre non ha mai accettato la Doria. Nell’82 mammà e Vittorio andarono a Cascais per chiedere di riconoscere a Vittorio il titolo di Principe di Piemonte. Giunsero senza preavviso e papà, che stava male, non li ricevette. Vittorio andò a trovarlo spesso anche in ospedale a Londra, qualche mese prima che papà fosse trasferito a Ginevra dov’è morto nell’83. Voleva il titolo, ma fallì. Papà aveva deciso dopo l’incidente di Cavallo, ne aveva sofferto. Il dolore gli ha accorciato la vita». Vittorio doveva essere processato, Amedeo non aveva ancora l’annullamento religioso dalle nozze con Claudia di Francia, c’era in ballo l’esilio: bisognava attendere. Ricorda Ella: «Alla nascita di Emanuele Filiberto il re non gli diede un titolo di famiglia, lo nominò Principe di Venezia. Mammà disse che era bello, faceva gondoliere».
«La dinastia è morta con il re»
Il testamento di Umberto II ricalca le lettere al figlio: «Se ti sposi non avrai i gioielli come previsto nel caso di matrimonio con una donna non del tuo rango». Vittorio ha avuto solo la sua quarta parte divisa con le sorelle. Risultato della precisa volontà paterna, nota Maria Gabriella: «Papà chiese di essere sepolto con il sigillo reale davanti a Carlo Felice, ultimo re del ramo principale, come ultimo re del ramo Carignano. Chiariva così che con lui finiva la dinastia diretta. Mia madre l’aveva capito, ma voleva aiutare Vittorio e lo ha protetto fino al processo, nel 1991».
Perché Amedeo di Savoia non è diventato capofamiglia prima? «Papà non voleva pregiudicare l’esito del processo di Cavallo. E dopo mia madre chiese ad Amedeo di star buono perché Vittorio stava tentando di tornare in Italia. E’ morta prima del suo rientro». Amedeo ha lasciato che la storia facesse il suo corso, Vittorio e suo figlio Emanuele Filiberto sono tornati in Italia. L’esilio era l’ultimo ostacolo alla questione dinastica.