Francesco Grignetti, La Stampa 5/2/2007, 5 febbraio 2007
FRANCESCO GRIGNETTI
Non era un segreto di Stato, ma quasi. E ora il ministero della Difesa, per la prima volta, conferma l’esistenza di un titanico oleodotto militare, costruito in piena guerra fredda dalla Nato, che attraversa sei regioni italiane e collega diversi aeroporti militari del Nord-Est. Una eredità della guerra fredda degna di un film. Si chiama Nato-Pol (acronimo che sta per Petroleum Oil Lubricant) ed è un sistema completo di stoccaggi e oleodotti che va dal mare fino al cuore dell’Europa. Peraltro l’oleodotto Nato-Pol non è soltanto italiano. L’oledotto attraversa i confini. Un braccio arriva fino in Germania, passando per l’Austria. Ma un capo si trova a Lisbona, nel porto della capitale portoghese, dove c’è un molo dedicato al sistema Nato-Pol. Altri depositi sono in Gran Bretagna. Ma anche nei porti militari italiani: Augusta, Taranto e La Spezia. C’è da sospettare insomma che l’oleodotto militare costruito dagli ingegneri della Nato sia una sorta di ragnatela che attraversa tutta l’Europa occidentale.
Dell’esistenza del Nato-Pol ha cominciato a parlare qualche giorno fa il primo cittadino di Susegana, un piccolo Comune in provincia di Treviso. «L’ho scoperto casualmente - ha detto il sindaco Gianni Montesel - seguendo i lavori di sminamento di un vecchio ordigno bellico lungo il Piave». Montesel, che di mestiere fa l’architetto, ipotizzava che si trattasse di una condotta sotterranea e segreta degli americani per congiungere le tre basi aeree di Aviano, Istrana e Vicenza. L’hanno trovato otto metri sotto il livello del suolo. E subito è partito il tam-tam che gli americani, zitti zitti, lo stavano allargando perché gli serviva per la nuova base di Vicenza.
Ahi, Vicenza. Al solo parlare di basi militari americane, da quelle parti, si accendono nuove tensioni. S’è incuriosito immediatamente Severino Galante, senatore dei Comunisti Italiani, che ha immaginato subito il peggio e denunciato «lavori per l’ampliamento di questo oleodotto, che sembrano sottoposti al segreto militare», ovviamente «autorizzati alla Nato» e realizzati «per trasportare il cherosene additivato finora usato per far decollare gli aerei dall’avamposto friulano, Aviano, a Vicenza». E’ partita l’interrogazione parlamentare. Ma il mondo pacifista ha drizzato le orecchie soprattutto alle ultime righe dell’interrogazione del senatore Galante: «Sarebbe un’inequivocabile conferma dell’intenzione statunitense di utilizzare l’aeroporto "Dal Molin" come avamposto logistico da cui far decollare aerei militari verso obiettivi strategici per l’amministrazione Bush in Medio Oriente». D’altra parte Galante, che si sta battendo come un leone contro la base americana, è arciconvinto che ai marines di Vicenza servirà molto cherosene prossimamente. «Non ci si racconti - sostiene - la favola della "non invasività" dei voli dalla nuova base militare: cosa crede che se ne faccia l’amministrazione statunitense di una base dalla quale non far partire o non guidare caccia bombardieri verso obiettivi strategici per gli interessi degli Stati Uniti?».
E infatti il ministero della Difesa s’è affrettato a precisare: «No, Vicenza non c’entra». Con il che, però, il ministro Parisi è stato costretto a scoprire le carte. E ha rivelato che la pipe-line serve molti altri aeroporti militari concentrati nel Nord-Est. L’oleodotto della Nato attraversa infatti sei regioni, taglia i territori di 17 province, lambisce 136 Comuni. Serve ad alimentare di carburante le basi di Ghedi (Brescia), Villafranca (Verona), Istrana (Treviso), Aviano (Pordenone), Rivolto (Udine) e Cervia (Ravenna), più diverse altre basi minori. Evidente la logica dell’oleodotto sotto i prati: aerei e carri armati, in caso di guerra contro i sovietici, non potevano mica essere alimentati con le autobotti su strada. Sarebbero state troppe e troppo esposte. Si rischiava di fare la fine di Rommel che dovette fermarsi nel deserto perché non aveva più benzina. Di qui l’idea di un sistema nascosto. Al sicuro dai bombardamenti. Ma è da ritenere che ci siano nelle profondità della terra anche enormi depositi di carburante. Con tante bocche per l’alimentazione nei porti italiani.
Un’infrastruttura segreta, ma all’italiana. Per evitare domande indiscrete, ma allo stesso tempo non potendo negare l’evidenza, e per rispetto delle normative che impongono di segnalare l’esistenza di una condotta sotterranea, l’intera rete della pipe-line militare era stata punteggiata ogni 200 metri con un paletto e un cartello. «Amministrazione dello Stato», la dicitura. Abbastanza anodina per dire tutto e niente. E comunque il ministero conferma che dal punto di vista legale l’opera Nato-Pol «non riveste carattere di segretezza».
Per manutenzione e «responsabilità di gestione della rete» la Nato e la Difesa da sempre si affidano a ditte civili specializzate. Le quali ditte «provvedono anche a presidiare il sistema con le proprie maestranze». Una specie di «Gladio» dei carburanti. Civili affidabili al punto giusto, se in tanti anni non se n’è mai saputo nulla.
Uno strumento della guerra fredda, dunque. Che come quasi tutti i segreti di quella stagione non era passato indenne all’attenzione dell’avversario. Manco a dirlo, infatti, i sovietici sapevano tutto di Nato-Pol. Quanto conoscessero bene l’infrastruttura che in teoria era nata per metterli in ginocchio, s’è scoperto grazie al famoso colonnello Mitrokhin. Tra i suoi mille foglietti, con cui ha divulgato i segreti del Kgb, c’era anche l’operazione speciale «Zveno» per sabotare l’oleodotto dell’Alleanza atlantica. A leggere le schede preparate dal Kgb è evidente che a Mosca sapevano già tutto. Linea Italia-Germania, lunghezza 650 chilometri. Portata, dieci milioni di tonnellate di carburanti all’anno. Punto debole, il passaggio attraverso il canale Nuovo Reno, nell’Austria settentrionale. Nel 1968, «per distrarre l’opinione pubblica da ciò che accadeva in Cecoslovacchia», i vertici del Kgb decisero che il sabotaggio previsto in caso di guerra (e già erano stati predisposti due depositi con gli esplosivi lungo la linea) si sarebbe anticipato. «L’operazione avrebbe causato inquinamento da petrolio nel Bodensee (il lago di Costanza, ndr), e questa era la sola fonte di acqua potabile sulla frontiera austro-tedesca». Una catastrofe ecologica da addebitare a presunti estremisti italiani di destra, ma in ultima analisi addebitabile agli americani, per distrarre l’opinione pubblica dall’invasione di Praga: il piano era machiavellico. Per fortuna non se ne fece niente.
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