Giulia Zonca, La Stampa 5/2/2007, 5 febbraio 2007
Capire cosa vuoi essere mentre incassi pugni, la nebbia in testa e il suono della campana in lontananza, una folgorazione
Capire cosa vuoi essere mentre incassi pugni, la nebbia in testa e il suono della campana in lontananza, una folgorazione. Brian Anderson ha visto chiaro mentre era stordito: è sceso dal ring ed è entrato in carcere, dove era già stato da ragazzo, dalla parte sbagliata: dietro le sbarre. Quale sia la parte giusta c’è chi non lo capisce in un’esistenza intera, ma Anderson lo ha scoperto a 26 anni quando era campione di boxe e girava il mondo con i guantoni. Peso medio e medio livello, titolo nazionale da difendere e soldi facili a cui ha rinunciato per rimettersi a studiare. Oggi, vent’anni dopo, è il primo nero a dirigere un carcere inglese. E non ha smesso di credere che il pugilato possa salvare la vita. Gestisce Doncaster Prison, uno dei tre penitenziari privati del Regno Unito, un insieme di costruzioni basse abbandonate sopra Marsh Gate l’isolotto naturale sbucato tra le anse del Don, alla periferia di Doncaster, sud Yorkshire. Dietro decine di doppie cancellate blu, chiuse a quadrupla mandata, c’è il suo ufficio: la stanza dei memorabilia che sembra un rifugio impermeabile al continuo clang clang dei chiavistelli. Quadri di Ali in stile pop art e ricordi di una carriera finita in 21 incontri. C’è il manifesto del match vinto contro Tony Burke all’Ulster Hall, nel 1986, c’è la foto vicino al sacco, con Brendan Ingle, il tecnico irlandese che allena talenti in una vecchia palestra di Sheffield e c’è uno scatto autografato del principe Naseem Hamed coperto di cinture. Come ci è passato dal quadrato alla scrivania? stato teppista, pugile e ora dirige un carcere. Non è un percorso strano? «Per me è stato lineare, sembrano mondi lontani, ma è una storia più che razionale. Ero un adolescente sbandato, sono finito in riformatorio e un assistente sociale mi ha fatto tirare di boxe. Ho scoperto che esisteva altro e in palestra ho imparato più di quanto servisse sul ring. Dopo mi è sembrato logico usarlo, restituire. Ho iniziato a lavorare in un programma di reinserimento per gli ex detenuti tornati in libertà. Ha funzionato, ero bravo, ma quando ho chiesto che si poteva fare per passare al livello dirigenziale, mi hanno risposto: impossibile». Sfiducia per la giovane età, per la pelle nera o per il passato sportivo? «Non credo fossero prevenuti, anzi. Hanno elogiato il mio lavoro, però mi hanno spiegato che ci sarebbero voluti 10 o 15 anni di studi e pratica solo per accedere al primo livello. Ho fatto un concorso nazionale per accelerare: ci provano 6 o 7 mila persone, io l’ho superato. Ho fatto il controllore, mi sono occupato di un carcere femminile in Scozia e lo scorso aprile sono tornato qui, da direttore. Un ritorno a casa. La chiusura del cerchio. La prima volta che sono entrato in questa stanza ero eccitatissimo. Tutto aveva un senso». Perché è finito in carcere da ragazzo? «Ero arrabbiato. Facevo parte della prima generazione di figli di immigrati, un bambino nero a zonzo per le strade, senza sapere che fare del mio tempo. Mi sentivo attaccato da tutti, una furia neanche mia, forse ereditata da chi si era inserito a fatica. Rubacchiavo, bighellonavo, mi stordivo, ero un potenziale delinquente e sono finito dentro: tutti mi dicevano starai in carcere a vita. Buffo, non si erano poi sbagliati». Come ha fatto la boxe a cambiarle la testa? «Nella palestra di Brendan Ingle ho trovato un’identità. C’erano bianchi, neri, arabi, respiravamo multiculturalismo molto prima che questa parola diventasse politica. Non importava se eri un campione o no, ma come sapevi tirare cazzotti. Ho trovato una direzione anche se all’inizio l’ho seguita a casaccio. A 14 anni il primo combattimento, ricordo tutto. Ero a Manchester, ho vinto e mi sono fatto squalificare per aver sputato sul secondo del mio avversario. Avrei guadagnato 150 sterline, la multa era di 50. Ho iniziato a pensare di più». Perché ha appeso i guantoni così presto? «Ho perso un incontro importante, contro Tony Sibson, alla Royal Albert Hall, nel 1987 ed è il ricordo più bello e più brutto della mia carriera. Mai stato così deluso, abbattuto, ma anche così convinto che quello era il momento della svolta. Per imparare un mestiere, prendere una laurea, sfruttare quanto avevo imparato, dovevo smettere lì. Forse avrei potuto continuare per anni, c’erano margini di miglioramento. Il mio entourage mi disse che avrei anche potuto guadagnare molto. Non ho nessun rimpianto». E ora invita pugili a parlare nel suo carcere, suggerisce ai detenuti di tirare al sacco, usa vecchi racconti di fasciature e sparring partner per illuminare i più riottosi. Che cosa ha di salvifico la boxe? « dura, più di qualsiasi altro sport, ti insegna, la disciplina, il tempismo, a dosare la forza, ad usare la forza, a stare dritto. Sono convinto che i cattivi veri, gli irrecuperabili, siano il 10 per cento di quelli che entrano qui. Gli altri sono cresciuti da feccia e seguono un percorso obbligato, bisogna almeno mostrargli che esiste un’altra strada. I racconti dei pugili servono. C’è qualcuno famoso che dice: ehi, ero niente come te». Come può servire la sua vecchia esperienza nel lavoro di oggi? «Chi sconta la pena del primo reato è disorientato, per lo più sono questioni di droga, furti e loro fanno i duri convinti che quello sia un sistema di sopravvivenza e la giustizia un intruso. Lì si può intervenire. Io sono un ottimo interlocutore perché ho passato quella fase, sono cambiato e non facendo il bravo bambino, ma stendendo avversari. In qualche strano modo potrei dire che mi riconosco il diritto di intromettermi negli affari loro. La boxe è sempre vista come un affare da furbi». Allora come mai tanti pugili importanti si mettono nei guai, da Tyson in giù? «Quella è un’altra storia. Non hanno un centro, molti hanno usato il pugilato per fare quattrini, per scappare dalla miseria, anche dalla strada, però bisogna evolvere. Se resta solo un milione di dollari per una notte a Las Vegas, ti perdi. Io ho avuto fortuna, a 27 anni stavo all’università: ero in forma, sapevo difendermi, ero rapido e imparavo a usare il cervello. Se non lo fai mai i pugni ti mollano». Come è successo a Naseem Hamed, il campione che un tempo si allenava con lei. Incarcerato a Doncaster Prison quando lei era appena diventato direttore. «Non potevo tenerlo qui, è rimasto qualche notte poi ho organizzato il trasferimento. I giornali già dicevano che avrebbe avuto un trattamento di favore, c’è la sua foto appesa nel mio ufficio. E io non la volevo togliere. Purtroppo non ero stupito che fosse nei guai, ma era parte del mio passato, c’era un rapporto troppo confidenziale. Non potevo aiutarlo. Ora è fuori e abbiamo parlato, ma non della sua detenzione, di incontri visti in tv». Sicuro che per aiutare chi è qui basti la filosofia del pugilato? «Sono sicuro che spieghi bene la parola possibilità. E chi è mio ospite ne ha bisogno». Come vuole cambiare la prigione di Doncaster? «Voglio enfatizzare il rispetto e quindi anche le pretese. Se dai puoi chiedere. In passato diversi carcerati sono usciti e rientrati. Così l’opinione pubblica, i cittadini pensano che questo isolotto debba diventare un ghetto. Un posto per far sparire i violenti, invece deve essere il posto che cambia i violenti». Che effetto le fa essere il primo nero ad avere questo ruolo in Gran Bretagna? «Era solo quello che volevo diventare, ho lavorato duro per arrivarci, non è che lo viva come un primato. Se può servire ad aprire delle strade ne sarò fiero, ma non ci vedo meriti. Con tutti i problemi che ci sono qui non credo che il colore della pelle conti. Qui non ci sono i bianchi e i neri, ci sono i buoni e i cattivi».