Dino Messina, Corriere della Sera 5/2/2007, 5 febbraio 2007
«Abbiamo perduto un altro amico. Pare un destino che costringe giovani come Majorana e Manià a queste supreme risoluzioni»
«Abbiamo perduto un altro amico. Pare un destino che costringe giovani come Majorana e Manià a queste supreme risoluzioni». Il primo ottobre 1939 Giovannino Gentile, fisico da poco in cattedra e figlio del filosofo Giovanni, scriveva così a Delio Cantimori, brillante talento della storiografia con cui aveva stretto un sodalizio sin dai tempi dell’università, alla Normale di Pisa. Ettore Majorana, genio indiscusso della fisica italiana, era ormai scomparso nella notte tra il 25 e il 26 marzo del 1938 e per oltre un anno gli amici e i famigliari avevano sperato che, rispetto a quella del suicidio, trovasse conferma la tesi della «volontaria sparizione». Per questo il senatore Gentile in persona, in aprile, aveva scritto al capo della polizia Arturo Bocchini, raccomandandogli di ricevere il fratello di Ettore, Salvatore, che sembrava poter fornire notizie utili per suffragare la teoria della scomparsa. Ma un anno di ricerche non aveva portato a nulla. Perché parlare ancora oggi della Scomparsa di Majorana, titolo di un fortunato saggio uscito nel 1975 da Einaudi, dopo la pubblicazione a puntate sulla «Stampa», in cui Leonardo Sciascia non solo ripescava ancora la tesi della sparizione rispetto a quella del suicidio, ma soprattutto metteva sotto accusa il mondo accademico fascista, reo di aver emarginato il giovane genio e averlo quindi indotto indirettamente a una decisione disperata? Perché Ettore Majorana è il coprotagonista di un saggio biografico molto originale dello storico Paolo Simoncelli dedicato al figlio di Giovanni Gentile, Giovannino, Tra scienza e lettere, in uscita in questi giorni presso l’editore Le Lettere (pagine 180, e 16,50). Basato su documenti inediti, come le lettere appena citate e come, per esempio, un profilo mai uscito di Ettore Majorana che Giovanni Gentile chiese al figlio Giovannino per l’Enciclopedia italiana, il saggio di Simoncelli, studioso noto anche per un profilo intellettuale di Renzo De Felice e per i suoi studi sulla Normale di Pisa durante il fascismo, è tutto teso a rivalutare la figura di un personaggio a lungo sottovalutato, quel Giovannino Gentile, nato il 6 agosto 1906, il giorno dopo della nascita di Ettore Majorana, e morto, pure lui prematuramente, nel marzo 1942, per le conseguenze di un banale ascesso dentario che gli aveva provocato una setticemia, incurabile per la mancanza di penicillina. Una vita breve, tutta tesa allo studio e al raggiungimento di risultati brillanti, anche per compiacere il padre, dalla laurea in fisica a Pisa ai viaggi in Germania presso i maggiori laboratori, dalle letture intense, che andavano ben al di là dell’ambito scientifico, al conseguimento della libera docenza, fino alla vittoria del concorso del 1937, che lo vide titolare di Fisica teorica assieme agli ebrei Giancarlo Wick e Giulio Racah. nel raccontare le vicende di questo concorso che Simoncelli smette i panni dello storico per entrare in quelli del polemista, soprattutto per contestare la tesi di Sciascia che volle vedere in un concorso precostituito, in cui a suo avviso i vincitori erano già designati, uno dei motivi del «suicidio» o della scomparsa, di lì a pochi mesi, di Ettore Majorana. Nel fortunato scritto del 1975, Leonardo Sciascia, oltre a dare credito all’ipotesi che Majorana avesse intuito le conseguenze terribili dei suoi studi sulla struttura dell’atomo, sostenne che il concorso a cattedra del 1937 diede un altro duro colpo alla fragile psicologia del fisico siciliano. Sciascia, basandosi soprattutto sui ricordi di Laura Fermi, Atomi in famiglia, sostenne che il risultato del concorso era predeterminato, Wick, Racah e Gentile jr., ma che la commissione esaminatrice, di cui faceva parte anche Enrico Fermi, venne presa di contropiede quando Majorana decise, senza consultare nessuno, di avanzare la propria candidatura. Di qui l’interruzione dei lavori della commissione esaminatrice e l’escamotage: la nomina per chiara fama di Ettore Majorana, che sarebbe stato catapultato a insegnare, contro la sua volontà, all’Università di Napoli. Il gruppo di via Panisperna, a cominciare da Fermi, sarebbe stato complice, diretto o indiretto, dei maneggi del senatore Gentile e del ministro per l’Educazione Giuseppe Bottai nel favorire l’ascesa della terna predeterminata, tra cui Gentile jr., e l’emarginazione del geniale Ettore. Simoncelli considera la tesi di Sciascia il «frutto di un pregiudizio negativo» non soltanto verso la potente famiglia Gentile, ma anche verso Fermi. E per smontarla fa un lavoro da certosino, mettendo insieme episodi noti e documenti inediti. Tra l’altro, cita una lettera di Majorana a Gentile jr., datata Napoli 2 marzo 1938, poche settimane prima della scomparsa, che smentisce a un tempo sia l’avversione di Majorana per l’insegnamento, sia la sua supposta rivalità con il figlio del potente filosofo: «Sono contento degli studenti, alcuni dei quali sembrano risoluti a prendere la fisica sul serio. Spero che ci rivedremo presto». Ma soprattutto Simoncelli smonta la tesi dell’improvvisa decisione di Majorana di presentarsi al fatidico concorso. Il bando, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 15 marzo 1937, prevedeva che non sarebbero stati ammessi coloro che avessero fatto pervenire la domanda oltre il termine del 15 giugno. Secondo Simoncelli, in realtà Majorana, che non pubblicava nulla dal 1933, fu aiutato a partecipare al concorso da coloro che Sciascia riteneva i suoi nemici: furono proprio Fermi e i vari amici, come ha sostenuto anche Edoardo Amaldi, a convincere Ettore a prendere parte al concorso e a pubblicare di gran fretta, per aumentare i titoli necessari, un saggio sulla rivista scientifica diretta da Enrico Fermi, «Il Nuovo Cimento». Nessuna discriminazione, conclude lo studioso, se discriminazione può essere definita la «nomina per chiara fama», risalente a una legge del 1859 che venne rinverdita dal fascismo nel 1935 per dare la cattedra al premio Nobel Guglielmo Marconi. Nessuna discriminazione, ma solo un pregiudizio di cui fece le spese Giovannino Gentile, nonostante si disperasse con Cantimori per la scomparsa di due fra i suoi più geniali coetanei: il matematico Manià e il fisico Majorana.