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 2007  febbraio 04 Domenica calendario

Ebraismo Nel mondo ci sono 500 rabbine, soprattutto nell’ebraismo progressista anglosassone. Gli ortodossi non le riconoscono, e relegano le donne nel matroneo

Ebraismo Nel mondo ci sono 500 rabbine, soprattutto nell’ebraismo progressista anglosassone. Gli ortodossi non le riconoscono, e relegano le donne nel matroneo. Cristianesimo Essendo i 12 apostoli tutti uomini, nella religione cristiana (cattolica e ortodossa) non esiste il sacerdozio femminile. Da qualche anno però, le suore hanno iniziato a far carriera in Vaticano come sottosegretarie e capuffici. In uno dei suoi primi discorsi Papa Benedetto XVI ha auspicato una maggiore presenza femminile. Nella chiesa anglicana invece c’è l’ordinazione delle donne che dicono messa e possono diventare vescovi. La chiesa valdese è attualmente guidata da una pastora. Islam Il 18 marzo 2005 Amina Wadud ha rotto il tabù guidando la preghiera collettiva in una moschea di New York: la prima vera imam dall’epoca del profeta Mohammad. Per le donne infatti l’islam prevede il ruolo di «murshidat», la guida spirituale che conduce la preghiera ma solo nel settore femminile della moschea (e comunque non tutti i Paesi musulmani ne hanno). Lo scorso dicembre un gruppo pioniere di «murshidat», nominate dal ministero degli Affari Religiosi, ha debuttato in Egitto. In primavera era stata la volta del Marocco. L’assoluta uguaglianza tra i sessi è il tratto fondamentale dell’ebraismo progressivo. pericoloso quando le donne sono soggiogate e non si danno loro gli stessi diritti e le stesse opportunità dei maschi. La tradizione ebraica riveste indubbiamente una grande importanza. Ma se l’ebraismo esiste ancora è perché, nei secoli, siamo riusciti ad adattarlo alla modernità», spiega la rabbina progressiva Barbara Aiello in un italiano incerto perché, nonostante il cognome, la sua lingua madre è l’inglese. Sessant’anni, Barbara Aiello è una delle cinquecento rabbine nel mondo, soprattutto anglosassone, e l’unica in Italia. esponente di punta del movimento ebraico progressivo, fondato in Germania a metà Ottocento e che oggi conta due milioni e mezzo di fedeli nel mondo di cui cinquecento nel nostro Paese. Rabbi Barbara ha guidato, nella sinagoga liberale Lev Chadash, la comunità ebraica progressiva di Milano dal 1999 alla primavera dell’anno scorso. Dopodiché è andata a vivere in Calabria. La Torah a Lamezia Si è trasferita, spiega passando all’inglese e aprendosi in un sorriso, perché «la corrente progressiva non è riconosciuta dalla comunità ebraica italiana e le tasse religiose (zedaka) raccolte vanno solo agli ortodossi. Di conseguenza, la comunità progressiva deve finanziare, in modo autonomo, il salario del rabbino. A Milano avevo un contratto di due anni. Quando era in scadenza mi sono resa conto che per i fedeli sarebbe stato impegnativo pagare un rabbino a tempo pieno». Grazie ai contatti negli Stati Uniti, nel frattempo Rabbi Barbara aveva trovato un finanziamento della fondazione Vuolo-Bernstein per aprire un centro in Calabria dove secoli fa una parte considerevole della popolazione era di fede ebraica: « una storia poco nota ma nel 1492, in seguito alla cacciata degli ebrei dalla Spagna cattolica, furono moltissimi coloro che rifiutarono di convertirsi e scelsero di emigrare. La mia famiglia, per esempio, è originaria di Toledo: scapparono dalla Spagna a Gibilterra e, passando dal Marocco, arrivarono in Sicilia e poi in Calabria dove si rifugiarono sui monti». Una fede flessibile Da quando ha deciso di tornare nella terra degli avi Rabbi Barbara vive a Lamezia Terme. Oggi visiterà la Miniera di Calea di Lessolo, in provincia di Torino. arrivata nel capoluogo piemontese ieri, nonostante il divieto ebraico di spostarsi in auto e in aereo durante lo shabbath, il sabato considerato festivo dalla Tradizione. «Ieri ho letto la Torah, pregato e chiesto al Signore di aiutarmi a portare gioia tra gli ebrei piemontesi», racconta. «Ci sono vari modi di praticare la religione, per me dare la gioia dello shabbath a quante più persone possibili è fondamentale». La flessibilità dei progressivi si estende ad altre questioni rilevanti, come l’inclusione nella comunità ebraica di gay e lesbiche perché «sono stati creati dal Signore. Non esiterei a consumare un pasto in loro compagnia, anche se non fosse kosher, perché la Torah invita a non mettere gli altri in imbarazzo». Insomma, «noi crediamo in una scala di valori: alcuni precetti (mitzvot) sono più importanti di altri. Gli ortodossi, invece, ritengono che tutti abbiano uguale importanza». Nata e cresciuta a Pittsburgh da padre calabrese e madre siciliana, Rabbi Barbara non passa inosservata poiché porta la kippah, indumento maschile indossato in sinagoga, per libera scelta, anche da alcune donne progressive. «Se incontro degli ultraortodossi, spesso girano la testa dall’altra parte per non salutarmi. E molti non esitano a sputare per terra, in segno di disprezzo». Fanatici, taglia corto: «Gli ultraortodossi, come tutti gli estremisti, sono pericolosi». Lo scontro tra Rabbi Barbara e l’ortodossia è iniziato tanti anni fa: «Quando andavo in sinagoga, da bambina, venivo mandata nel matroneo ma sognavo di stare là in basso e leggere la Torah davanti a tutti. Ho realizzato questo sogno solo nove anni fa e ora combatto affinché nessuna ragazzina si senta esclusa». Dell’eguaglianza tra uomo e donna nel tempio Rabbi Barbara ha fatto il suo cavallo di battaglia. Perché, sostiene, «leggendo la Torah è evidente come, storicamente, le ebree fossero esonerate da alcune attività ma non escluse». Quindi, in virtù di questa lettura delle Sacre Scritture, anche le donne possono essere rabbine. «Non dobbiamo isolarci» Un altro aspetto fondamentale dell’ebraismo progressivo, rispetto a quello ortodosso, è che riconosce agli uomini il diritto a trasmettere l’identità ebraica ai figli. Un nodo centrale, dice, «soprattutto oggi, con i matrimoni misti così frequenti. Gli ortodossi tendono a vivere separati, ma quando gli ebrei si definiscono popolo eletto occorre spiegare che siamo stati scelti per portare la gioia della Torah a tutto il mondo e non per vivere isolati». Dopotutto, conclude Rabbi Barbara, «quella ebraica non è una razza e la fede si trasmette attraverso la formazione dei giovani». E sono quindi le opportunità educative e l’ambiente familiare a condizionare i ragazzi. L’istruzione è fondamentale e la religione va trasmessa di generazione in generazione: «Mio padre amava ripetere che le tradizioni ebraiche sono un tappeto bellissimo di cui lui, purtroppo, poteva tramandarmi solo alcuni orditi. Io ero solo una bambina ma già consapevole che quello della tradizione è un filo prezioso». Stampa Articolo