Mattia Feltri, La Stampa 4/2/2007, 4 febbraio 2007
Ieri mattina, su un muro vicino allo stadio «Garilli» di Piacenza, qualcuno ha scritto: «Catania
Ieri mattina, su un muro vicino allo stadio «Garilli» di Piacenza, qualcuno ha scritto: «Catania... meno uno». Uno sbirro in meno, intendeva. E poi: «Onore ai diffidati». I diffidati sono i tifosi picchiatori - o presunti tali dalla polizia - cui è impedito di entrare in curva. Il 23 giugno del 2005, ad alcuni di quei tifosi cui è impedito di entrare in curva fu concesso di entrare a Montecitorio. Si riunirono con deputati di destra e sinistra per concordare una riconversione più garantista delle norme anti violenza. In politica, si chiama concertazione con le parti sociali. Al temine della concertazione, Andrea Ronchi, deputato di Alleanza nazionale, disse: «Un’iniziativa lodevole. Ha il merito di riunire finalmente i gruppi delle curve e i politici attorno a un tavolo. Ma mentre da un lato non bisogna abbassare la guardia sul fronte della sicurezza, dall’altra dobbiamo ridiscutere il merito delle diffide». L’ideatore della lodevole inziativa era Paolo Cento, un anno e mezzo fa deputato dei Verdi, oggi sottosegretario all’Economia. Illustrando l’iniziativa, Cento disse: «C’è bisogno di politiche di prevenzione capaci di coinvolgere anche le tifoserie delle curve evitando gli effetti giustizialisti che hanno aumentato le tensioni, come l’uso sproporzionato delle diffide». Non si saprà mai se è stata la mano di un diffidato - sempre ieri - a imprimere su un muro di Livorno le tre seguenti riflessioni: «Un altro Filippo Raciti», «Morte allo sbirro» e «2-2-07, vendetta per Carlo Giuliani». Il punto di contatto con Genova pare molto in voga. Quel 23 giugno 2005, dopo la tavola rotonda con i capi ultras, ancora Cento propose il suo punto di vista: «No alle curve come palestra e sperimentazione di ordine pubblico. Sappiamo bene come molte cose del G8 di Genova siano state sperimentate proprio negli scontri di curva». L’ammazzamento di venerdì sera non ha distolto Cento - che si fregia del titolo di presidente del «Roma club Montecitorio» - dalle sue persuasioni: «Quei fatti evidenziano il fallimento del decreto Pisanu sulla violenza negli stadi, decreto inutilmente repressivo». Ogni volta che esce qualche idea, Cento trova ragione per opporsi. Nell’autunno del 2001, un decreto legge stabilì l’arresto in «flagranza differita». Significava che il concetto di «flagranza di reato» veniva esteso alle quarantotto ore successive al compimento del fatto per i supporter individuati dalle telecamere in attività guerresche. «Un provvedimento che ha come obiettivo quello di blindare le curve e criminalizzare le tifoserie organizzate», disse Cento. Poco più di anno più tardi, quando un decreto simile fu riproposto, Cento lo giudicò «incostituzionale» e definì i tifosi «oggetto di discriminazioni inaccettabili». Il compimento del percorso teorico di Cento si ebbe, naturalmente, il 23 giugno 2005: «E’ una battaglia che si gioca sulla pelle delle curve. Ora abbiamo aperto una finestra in un palazzo blindato. Dai celerini». In effetti sì, forse c’è una battaglia che si gioca in curva, e ha tutta l’aria di essere una battaglia politica. Nella capitale sono spuntate le liste «Forza Roma» e «Avanti Lazio» che, per esempio, alle ultime regionali reggevano la canditatura dell’ulivista Piero Marrazzo. Già cinque anni fa un capo ultras del Verona fu candidato alle Politiche dal movimento neofascista «Forza Nuova». Esattamente un anno fa, febbraio 2006, i tifosi organizzati del Livorno, dichiaratamente di estrema sinistra, impedirono con l’intimidazione vigorosa un comizio del leghista Mario Borghezio; il sindaco di Livorno, il diessino Alessandro Cosimi, commentò: «Il mio giudizio su Borghezio è sovrapponibile a quello di coloro che lo contestano». Gli stessi tifosi con cui Cosimi solidarizzava, nel novembre del 2003, dopo l’ecatombe di Nassiriya, avevano intonato cori di morte contro i carabinieri. I deputati di An ebbero spunto per un’interrogazione parlamentare. Nella circostanza non valevano i dubbi espressi, in altre occasioni, da uno come Teodoro Buontempo: «La flagranza differita rischia di mettere sullo stesso piano un ragazzo che lancia un sasso con quello che dice slogan». Dipende dagli slogan. «Non vogliamo che partendo dagli stadi si introducano leggi repressive nella società», disse una volta Alberto Arrighi, parlamentare di An. E’ un gioco scoperto. L’ex campione della Lazio, Paolo Di Canio, omaggia la sua curva col braccio teso, e l’attuale campione del Livorno, Cristiano Lucarelli, omaggia la sua col pugno chiuso. Di Canio commuove Alessandra Mussolini («Che bello quel saluto romano, mi ha affascinato tanto») e favorisce le escursioni storiche di Ronchi («Un giocatore è libero di salutare i propri tifosi come vuole, quando altri giocatori salutano con il pugno chiuso, dietro il quale si nascondono lutto e sangue»). E se Lucarelli porta il football sul terreno della lotta di classe, c’è Pino Sgobio, dei Comunisti italiani, a farsene carico nelle istituzioni: «Alle denunce di Lucarelli, idolo della tifoseria amaranto, secondo cui ”vogliono mandare il Livorno in serie B per questioni politiche”, dovrebbero rispondere la Federcalcio e gli arbitri». Sgobio dettagliò: «Livorno è una città schierata a sinistra e allo stadio non passa domenica che questa identità non venga sottolineata, ancor più in un pianeta, quello degli ultras calcistici, dove domina l’estrema destra razzista». Compagni (o camerati) che sbagliano, nell’ipotesi peggiore. Anche oggi. Cento: «Le immagini degli scontri di piazza sembravano più legate a una rivolta giovanile contro le forze di polizia, espressione di un disagio sociale». Franco Giordano, segretario di Rifondazione comunista: «Dobbiamo interrogarci sullo sfaldamento dei legami sociali e comunitari». Salvatore Cannavò, del Prc: «Sarebbe sbagliato criminalizzare l’intera tifoseria, quando è evidente che i fatti criminali riguardano porzioni ben definite, spesso infiltrate da gruppi neofascisti».