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 2007  febbraio 04 Domenica calendario

LEONETTA BENTIVOGLIO

Roma
Il più bel sogno di Piera Degli Esposti è un´immagine ritagliata dall´infanzia: «Sto in braccio a mio padre e il dondolio mi dà piacere. Lui è forte, caldo. Io indico col dito la luna e chiedo: "La luna mi segue? Cammina dietro di me?". "Certo", mi rassicura papà. E gli astri sono i miei amici». Così parla Piera. Immagini fulminee. Memorie fluttuanti. Voci dal fondo di sé che ascolta con cura, «perché ho un telefono diretto, anche se un po´ barocco, con l´interno». Le labbra si arricciano, la testa si piega con dolcezza. Quando la conversazione si fa buffa batte le mani di gioia come una bambina. Non è ridicola, mai un luogo comune. Piuttosto è astratta e spericolata. Descrive il modo in cui fantastica, da sempre, percorrendo le sue giornate: «Andando per la strada non so fare passi e basta. C´è un fiume di visioni, senza sosta. Per fortuna in teatro ho avuto momenti in cui la grandiosità ha vinto gli eccessi dell´immaginario. Ho una vitalità che deborda, rischia di far male».
Fece male a sua madre Antonia, la "moraccia", come la soprannominavano a Bologna, città natale di Piera e di quella sua strana famiglia sconquassata e densa di passioni che riversò in un libro scandaloso, Storia di Piera, scritto negli anni Ottanta insieme a Dacia Maraini, e divenuto un film di Marco Ferreri con Marcello Mastroianni. Vi raccontava di quando la madre la coinvolgeva nelle proprie scorribande erotiche, per poi andare in ospedale, con la figlia per mano, a scontare i suoi peccati con gli elettroshock: «Lei mi diceva: "Sono state le immagini a portarmi qui dentro". Quando uscì il film era ricoverata. Le infermiere le chiedevano: davvero da giovane eri tanto birichina? Volle vederlo anche lei quel film, e il suo unico commento fu che Hanna Schygulla, che la interpretava sullo schermo, sapeva andare bene in bicicletta». Anche Piera pensò di diventare pazza: «Sentii dire che avrei potuto ereditare quel suo eccitamento maniacale. Ho lottato per tenere l´equilibrio. Scansando tutto: alcol, spinelli. Facendo a lungo analisi: mi ha dato la concretezza di me che cammino. E soprattutto lavorando in teatro. Per impegnare il surplus di energia. Per dare forma alle immagini».
Attrice creativa nel suo antinaturalismo, icona pluriennale delle avanguardie, musa di cineasti e scrittori, Piera parla di sé accomodata sul divano bianco della sua casa di Roma, circondata dalle cupole barocche del centro storico. Il salotto è lucente, riverberato dai riflessi dei colori esterni. «Merito dei miei due ultimi compagni, i fidanzati piccoli»: li chiama così. «Massimo, che aveva 18 anni meno di me, mi ha fatto quella parete di specchi, che mi permette di vedere il cielo da ogni punto della stanza. Siamo stati insieme 8 anni. Alberto mi è stato accanto per 12 o 14 anni. Ora non c´è più, un incidente l´ha portato via. Aveva 28 anni meno di me. stato lui a farmi costruire l´ascensore a vetri, trasparente. Se c´è un assassino che mi aspetta sulla porta lo vedo subito. Sono ossessionata dai delitti. Mi fisso nel pensare al modo in cui all´improvviso una persona travalica una certa linea e diventa un omicida. L´idea di quel travalicare mi cattura».
Qualche anno fa, ricorda, perse nello stesso periodo l´amatissima sorella Carla e il compagno Alberto: «Ho cercato di non annegare con loro. Sono riuscita a galleggiare sull´acqua. In un mare profondo rimango sopra col torace, respiro, guardo la porzione di tramonto. Sono stata aiutata dalla mia curiosità per la natura, dalla voglia di osservare. Ora Alberto affiora dall´ombra, Carla mi guarda dalla porta. Presenze che si affacciano nella vita quotidiana». Quando se ne andò Alberto, dice, trascorse mesi d´irrealtà: «Un lutto bianco. Erano spariti i rosa, i rossi. Cielo, volumi, panorami, tutto vitreo. Poi qualcosa ha ripreso a muoversi. Un´aria di botteghe, di tavole di ristorante, di ombrelloni. Il lutto può far diventare sordi, e quando se ne esce si ricomincia a sentire il brusio della vita. Roma aiuta, perché ne è piena».
Spesso Piera gesticola e fa smorfie, senza studio né artificio. Gli occhi, bellissimi, si spalancano di sorpresa. In lei lo stupore è perenne e genuino. In qualche modo corrisponde all´estasi. Tutto la incuriosisce: fatti, persone, oggetti, storie altrui. Uno scambio vivido, una voglia d´incontro, che da sempre fa parte del suo essere attrice. All´inizio, da ragazza, non l´ammisero all´Accademia d´arte drammatica, «forse a causa del mio modo aereoplanistico di muovere il corpo e le braccia, come per prolungare la parola». Eppure nessuno riuscì mai a farla dubitare del suo talento, «che sento costantemente qui con me, come un amico, sulla schiena. Sono un frutto. Magari non piace, ma devo esserlo fortemente. Essere al massimo quell´arancia, mela, pera. Questo conta, senza sciocchezze o dimensioni estetizzanti».
A credere in se stessa l´aiutò l´ammirazione che le tributava l´adorato padre, sindacalista a Bologna, dove vive ancora il fratello Franco, al quale è legatissima: «Per mio padre io ero speciale. Più che speciale. Una bella idea. Lo zio Oliviero, che viveva in Francia, mi chiamava proprio così: "La bella idea". E diede questo nome al suo villino in Normandia». Avrebbe voluto sposarlo, quel padre: «Lo dissi pure in classe, alle elementari: "Peccato, non sono il suo tipo". Figuriamoci la maestra: "Che c´entra il tipo?", mi domandò stravolta. A casa mia davo il tormento a tutti con la storia di Limone, un paese del Garda. Avevo letto che lì si erano sposati tra congiunti. Perché non farlo anche noi? "Ma basta con questo Limone del Garda!", protestava papà». La famiglia era il suo pubblico: «"Senti la Piera che fa un´altra voce", diceva estasiato il babbo, e mi commuoveva. Leggevo Leopardi e piangevo sulla nostra sorte, non sopportavo l´idea di morire. E lui m´incitava a non pensarmi mortale». Incalza sull´immortalità, uno tra i suoi temi preferiti: «Meglio se obliando vivi da immortale. La psicoanalisi, l´ho detto, mi permise di camminare. Ma l´analista non mi ha guarita dall´onnipotenza. Chiaro che so che si muore, però mica tanto. Non sono del tutto certa di morire, il che mi rende contenta».
Dopo i no che la respingono all´inizio, la giovane Piera è premiata da qualche decisivo sì. Lavora a Roma, al Teatro dei 101 di Calenda, con Gigi Proietti, poi a L´Aquila con Aldo Trionfo e allo Stabile di Firenze con Tino Schirinzi. Diventa Madre Coraggio e la Madonna della Passione per Calenda, La folle de Chaillot e Cleopatra per Cobelli. Affronta Medea e La figlia di Jorio. una Madonna dei bassifondi per Chérif. Molly nello scabroso monologo dall´Ulisse di Joyce, Molly cara, con la regia di Ida Bassignano, che la rivela al grande pubblico. Quando Eduardo la vede bofonchia: «Sei o´ verbo nuovo». Quel ruolo, spiega, «segnò la possibilità di essere me stessa in scena. Da allora non sono stata più un´attrice che lasciava la sua vita in camerino. La mia diversità coincide con l´impudicizia nel mostrare il mio indagarmi». Il suo asimmetrico e fantasioso talento significa anche ripercorrere le proprie strade: «L´ho scritto spesso sui copioni, di lato. Accanto a Cleopatra mettevo: voce di mamma. Sotto Medea appuntavo: signora Elide, il nome di un´amica dei miei genitori. Sentivo suoni nei personaggi e ci andavo dentro».
Si sente tragica, «perché mi piace il mito: grazie al teatro ho scoperto che nella mia famiglia era di casa. Mi piace la passione, la gente che ne è preda, che compie imprese e porta a termine vendette. Sono felice di avere avuto un´infanzia teatralizzata». Però è anche comica, conosce il gusto del paradosso, la trasgressione surreale, le sfumature dell´ironia. Lo dimostra in Un´indimenticabile serata - Gli asparagi e l´immortalità dell´anima", spettacolo con regia di Calenda che riprende con successo da qualche anno e col quale ora è in giro per l´Italia, con approdo al Valle di Roma dal 6 all´11 febbraio. «Sono sempre stata in contropiede. Quando mi si voleva vedere bloccata nei ruoli drammatici, ecco arrivare Campanile. La sua comicità mi piace e mi assomiglia. Trovo anche politicamente importante che si rida in modo intelligente, fuori dalla volgarità di bassa lega».
Accanto al teatro c´è stato tanto cinema: «Dai più giovani come Moretti, Grimaldi e la Torrini fino ai Taviani, a Pasolini, alla Wertmüller, a Mingozzi e a Bellocchio. Pasolini disse: "Mi piace la tua faccia perché non è da attrice". Mi disperai, invece era un complimento». Il cinema continua a starle dietro. Alla Festa del Cinema di Roma era l´attrice più presente sugli schermi. Di recente ha fatto tre film, uno dietro l´altro: La sconosciuta con Tornatore, dove ha il ruolo fortissimo di una candida governante massacrata dagli eventi; Lettere dalla Sicilia di Manuel Giliberti, che uscirà il 23 di questo mese, dov´è una lady inglese ottocentesca accanto ad Andrea Giordana; e Tre donne morali di Marcello Garofalo, che uscirà in marzo, dove ha il ruolo di una ex suora che gestisce una sala un tempo a luci rosse, divenuta luogo di culto per cinéphiles.
Nel film di Tornatore si è imbruttita senza vergogna, «e d´altra parte la mia è sempre stata una faccia di sentieri e segni non finti, come quella di Lee Marvin o Charles Bronson». Non teme l´età, o almeno sa accettarla: «Viviamo in un mondo che frena per non andare avanti, che usa i lifting, che sente gli anni come una colpa. Non credo che avrei potuto mostrarmi, come nel film di Tornatore, senza trucco e con i capelli unti se non avessi avuto l´obiettivo di far parlare il mio talento. Abbiamo dei binari da superare. A venti o trent´anni ero bella, mi elessero persino "Miss Perla dell´Adriatico". Tutti mi corteggiavano e a me piaceva. Sono sempre stata un tiratore al bersaglio, volevo conquistare. Poi, verso i quaranta o i cinquanta, l´anima viene in faccia. In seguito c´è dell´altro. C´è il cercare la pienezza della vita nei dettagli, riempirsi di continuo. C´è il sentire i passaggi come novità, sperimentare la ricchezza di ogni esperienza. Certo, prima giochi a tennis, poi giochi di più col muro, poi cominci ad aver paura dell´ultimo muro. Ma io godo i vari binari senza farmi deprimere». Dice che esiste un tempo dolce e uno cattivo, e il secondo è oggi il più diffuso: «Se si vuole essere protagonisti della giornata in tutti i suoi momenti scatta un´ansia, un affanno, che io chiamo tempo cattivo. Io invece cerco il tempo dolce».