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 2007  febbraio 04 Domenica calendario

Benché sia di sinistra, il sociologo Luca Ricolfi, docente di Analisi dei dati all’Università di Torino, è stato a volte citato con soddisfazione dalla stampa di centrodestra, mentre ha raccolto critiche piuttosto aspre in campo progressista

Benché sia di sinistra, il sociologo Luca Ricolfi, docente di Analisi dei dati all’Università di Torino, è stato a volte citato con soddisfazione dalla stampa di centrodestra, mentre ha raccolto critiche piuttosto aspre in campo progressista. Due i suoi «peccati» agli occhi, per esempio, di Eugenio Scalfari. Il primo è aver preso sul serio il «contratto con gli italiani» siglato da Silvio Berlusconi nel 2001, pur concludendo, nel volume Tempo scaduto (Il Mulino), che era rimasto in larga misura inadempiuto. Il secondo è aver posto in risalto e fustigato la presunzione di molta sinistra, in un libro significativamente intitolato Perché siamo antipatici? (Longanesi). Nel suo nuovo lavoro, Ricolfi conferma, con una vasta messe di dati e grafici, un giudizio già espresso nel saggio Dossier Italia (Il Mulino): le scelte governative non variano tanto a seconda del colore politico delle diverse maggioranze, quanto in funzione della congiuntura economica, dei vincoli europei, delle scadenze elettorali. A tal proposito lo studioso distingue le fasi di Sparta e quelle di Bengodi: nelle prime prevale il rigore e si cerca di far tornare i conti spremendo i cittadini; nelle seconde la pressione fiscale non sale, o si attenua leggermente, e il deficit riprende quota. La costante, nota Ricolfi, «è che la spesa aumenta quasi sempre e le tasse non diminuiscono quasi mai». Per esempio la Finanziaria appena varata è in continuità con la correzione dei conti operata nel 2005 da Giulio Tremonti e si colloca dunque nel solco di una fase «spartana». Mentre le scelte lassiste compiute da Berlusconi per gran parte della scorsa legislatura appartenevano a un periodo di Bengodi già inaugurato dal centrosinistra, con il governo Amato, nell’ultimo scorcio di quella precedente. Solo che questo andazzo oscillante, ammonisce Ricolfi, non è più sostenibile, perché a pagarne le spese è sempre la «seconda società», cioè le categorie esposte alla sferza del mercato. Ma Romano Prodi non pare curarsene: «L’asse privilegiato che il governo ha stabilito con i sindacati dei pensionati e dei dipendenti pubblici, ossia con i più garantiti fra i garantiti della prima società, non fa che rinforzare la solitudine politica dei membri della seconda società. Se a questo si aggiunge che il grosso dei ceti produttivi sta nel Nord, e il grosso dell’economia illegale, dell’evasione fiscale, della dissipazione di risorse pubbliche è dislocato al Sud, non è difficile capire perché il Paese rischia di esplodere». Nelle conclusioni, Ricolfi è spietato come il Clint Eastwood cui lo paragona Ostellino: la politica deve smettere di soffocare l’economia, perché «la barca è inclinata» e rischia il naufragio. Ma per ora «il timoniere pensa soprattutto a restare sulla tolda, con la sua ciurma di marinai e di galeotti». Se continua così, scatterà presto l’ora del «si salvi chi può».