Simona Ravizza, Corriere della Sera 4/2/2007, 4 febbraio 2007
MILANO
«Dire che è probabile una pandemia non vuol dire che lo scenario sia quello dei milioni di morti della spagnola del 1918». Fabrizio Pregliasco, virologo del Dipartimento di sanità pubblica dell’università di Milano, conferma le previsioni pandemiche ma condanna gli allarmismi.
L’anno scorso, quindi, ci sarebbe stato eccesso di comunicazione?
«E’ stato troppo attualizzato l’aspetto temporale dell’arrivo di una pandemia e con lo scenario peggiore, addirittura paventando il rischio (inesistente) del contagio animale-uomo».
Va bene, ma la popolazione oggi pensa che l’allerta dell’anno scorso sia stata una «bufala» colossale.
«Comprensibile. In realtà il rischio permane. Anzi spaventa ancor di più oggi perché la diffusione del ceppo H5N1 tra gli animali è drammatica, in tutti i continenti. Diffusione che va a macchia d’olio e non si capisce quale ruolo giochi la migrazione e quale il commercio illegale di volatili. E aumenta la probabilità che il virus viri verso l’uomo: più casi tra gli animali più rischio che sia l’H5N1 quello della pandemia».
Perché? Ci sono altri virus animali candidati?
«Sì, ci sono l’H9N2 e l’H7N1. Sono sempre ceppi di influenza dei volatili».
E, allora, quando arriverà la pandemia?
«Entro il 2017. Le pandemie da virus animali virati verso l’uomo hanno intervalli cha vanno da 9 a 40 anni. Le abbiamo studiate dal 1.500 ad oggi. L’ultima è stata nel 1977, la "russa" che derivava da un virus di origine suina. Poco virulenta. Prima nel 1968, la "Honk Kong" (una aviaria). Più forte l’asiatica del ’57. La pandemia è un’epidemia pesante e largamente espansa a livello geografico. Una rete di controllo è sempre attiva. Insomma un evento come la spagnola del 1918 non dovrebbe più verificarsi per intensità e numero di morti».