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 2007  febbraio 04 Domenica calendario

DAL NOSTRO INVIATO

CHIARANO (Treviso) – A fare le ronde non c’è verso di pagare un caffè. Tutto gratis, e corretto grappa. Ci sono due bar aperti la notte, e sono le uniche certezze in questo lento pellegrinaggio notturno fatto di strade vuote e case sperdute nei campi, dove non si incontra mai nessuno, tantomeno un delinquente. Ogni mezz’ora passata a pattugliare in auto ad andatura lenta, i tre volontari della Protezione civile si fermano per il necessario rifornimento di caffeina. Iniziano a girare intorno a Chiarano alle 21.30, alle due si va a nanna, in genere senza aver visto null’altro che nebbia.
E’ cominciato tutto qui, a Chiarano. In questo paese di agricoltori incastrato tra il Piave e il Livenza, 3.500 abitanti ai bordi del Friuli. Dalla prima casa all’ultima sono sette chilometri di distanza. Il ratto della pecorella di polistirolo che faceva parte del presepe costruito sulla rotonda della strada per Cessalto è stato il punto di non ritorno. L’avevano costruita i bambini della scuola. «Se si fregano anche quella – racconta il sindaco Gianpaolo Vallardi, Lega Nord – significa che nessuno è al sicuro». Era sabato due dicembre, e al mattino dopo il sindaco si presentò in caserma. Il maresciallo allargò le braccia. C’erano stati cinque furti, tre auto e due case «visitate», come dicono qui. La domenica pomeriggio alla Gelateria del Molinetto venne siglato il patto delle ronde. Ci avrebbero pensato i volontari della Protezione civile. La gente è con loro. I commercianti offrono libagioni, una azienda sponsorizza con un primo contributo di mille euro.
Dalla pecorella in polistirolo di Chiarano, le ronde si sono moltiplicate, a cerchi concentrici. Prima i paesi limitrofi, come Gorgo al Monticiano, poi Conegliano, ma solo una volta alla settimana con orari da definirsi, poi i friulani di Oderzo, fino a quando si è risvegliata anche Treviso e si è arrivati a Padova. Nel giro di un mese, ronde per tutti, ventuno comuni amministrati dalla Lega e sparpagliati in due province, che ieri si sono uniti sotto la bandiera della neonata associazione «Veneto sicuro». Come se fossero in attesa di un segnale per partire. Il via lo ha dato Chiarano, e il suo sindaco presiederà la confederazione delle ronde. «Non è vero che la Lega ha messo il cappello su questa iniziativa – sostiene Vallardi ”. Diciamo che la Lega è l’unica ad interpretare il disagio di questa gente. Noi siamo quel che sono i nostri cittadini. Che non ne possono più di chiudersi in casa per paura. Di notte, in giro si vede ogni razza, tranne la nostra». Alla prima uscita, la questura li ha rispediti a casa. C’era da capire se era possibile girare con auto e uniformi della Protezione civile. Hanno usato macchine private, e sono stati scambiati per ladri. Il bilancio di due mesi di ronde a Chiarano, al netto dei litri di caffè con grappa, non è esaltante. Due segnalazioni ai carabinieri, che hanno preso nota, una telefonata da una coppia di anziani: «Sa come sono i vecchi, chiamano chi conoscono». Non era niente, solo un falso allarme. A Treviso è andata peggio, le ronde sono finite in un vicolo cieco ostacolando una ambulanza che trasportava un malato. Il questore li marca a uomo («Non si azzardino a chiedere i documenti a qualcuno»), l’odiata Roma li critica, i pochi dell’estrema sinistra organizzano ronde contro le ronde, e per loro queste sortite sono linfa vitale. «Mettiamola così – dice Luca Zaia, vicepresidente regionale e boss leghista ”; qui i cittadini lavorano come bestie, e quindi pretendono la perfezione. E’ un loro diritto». Bolla come «fantasie romane» la tesi secondo la quale queste pattuglie sono il filo che ricucirà una Lega veneta che sembra la ex Jugoslavia in quanto a conflitti interni. «Sono un modo per dimostrare che siamo gli unici sui quali i cittadini possono contare».
I pattuglianti di questa notte sono tre, e nessuno ha il profilo dello sceriffo fanatico. Tutti padri di famiglia – sette figli in totale ”, gran lavoratori. Danilo Catto, il presidente della Protezione civile di Chiarano, è il più anziano con i suoi 49 anni, fa il camionista, ha solide idee leghiste e non si fa sfiorare dal dubbio che le ronde anti-criminalità esulino dai ruoli dell’istituzione alla quale appartiene. «Lo dice la parola stessa: proteggiamo i cittadini». Ivano Biasotto è un piccolo imprenditore, gestisce una fonderia, ed è l’unico della pattuglia con tessera del partito di Bossi in tasca. «Non facciamo nulla di male, siamo armati solo di auto e telefonino». Il terzo si chiama Alessandro Barattin e fa l’agricoltore. Capelli bianchi e volto mite, presenta una curiosa caratteristica. E’ l’unico di sinistra tra i 45 volontari che a seconda della disponibilità si alternano nelle ronde notturne. «Di questa storia – dice – viene data una lettura politica. Io credo che ci sia dell’altro».
Davanti ad una villetta bianca al termine di una strada sterrata: «Ecco, quella è la casa degli sposini rapinati due volte». Quando si entra nella piccola zona industriale di Chiarano, ad ogni edificio corrisponde il racconto di un furto. Due auto a notte su un territorio piuttosto esteso sono una goccia nel mare, ma guai a dirlo. «Da quando ci siamo noi – tuona Catto – i crimini sono scesi, altro che balle». Qui tutti conoscono qualcuno che ha subìto un furto. Al bar Centrale i pattuglianti chiedono al gestore di raccontare la sua saga familiare, le due rapine in un mese toccate in sorte alla figlia. Quello esegue, e gli astanti aggiungono altri episodi. Al proprietario dell’enoteca Peccati di gola sono andati dentro casa; d’estate gli anziani sono costretti a vivere con l’aria condizionata e le tapparelle abbassate; quasi tutti, in ogni stagione, vanno a dormire inserendo l’antifurto, e quando si alzano per i bisogni notturni succede spesso che si sveglia tutto il paese. C’è un clima di assedio, dietro queste ronde, la percezione dell’insicurezza è altissima, una sfiducia verso lo Stato (i carabinieri che «non ci sono mai») unita ad una paura ancestrale alimentata da questi episodi magari vecchi di anni ma sempre nuovi nel racconto che se ne fa.
«Questa non è una provincia qualsiasi – spiega il colonnello Paolo Nardone ”. Tutti vorrebbero i carabinieri sotto casa, e questo non è possibile. Ma è l’unica differenza con il resto d’Italia». I numeri dei carabinieri di Treviso parlano di crimini in netto calo. Se nel 2004 c’erano stati 28.432 «eventi delittuosi di vario genere», nel 2006 la cifra è scesa a 24.220; e il numero delle rapine, il reato più sentito da queste parti, è crollato, passando in due anni da 285 a 170, settantaquattro delle quali finite con l’arresto degli autori. Taglia corto il camionista Catto: «Dei numeri non mi importa nulla. Io qui ci vivo, e so come stanno le cose».
La ronda è un rito monotono e sonnolento, 140 chilometri a notte sempre in seconda. Qualcosa che sicuramente dà sicurezza a chi la fa. «Ci sentiamo utili» dice Biasotto. Sono le due, tra poche ore sarà di nuovo in piedi, diretto alla sua fonderia. Ultima sosta al Centrale, e arrivano i carabinieri. «Ecco la concorrenza», ride Catto. «Quanti cattivi avete arrestato?» chiede il maresciallo. L’ultimo giro lo offre lui, e la notte finisce con Stato e Antistato che chiacchierano al bancone del bar.