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 2007  febbraio 04 Domenica calendario

Claudio Vincenzo Spagnolo detto "Spagna”, tifoso del Genoa, accoltellato a vent’anni, prima di una partita di calcio, da un Simone Barbaglia milanista

Claudio Vincenzo Spagnolo detto "Spagna”, tifoso del Genoa, accoltellato a vent’anni, prima di una partita di calcio, da un Simone Barbaglia milanista. Era il 29 gennaio 1995. Barbaglia il giorno dopo fu arrestato, in primo grado fu condannato a 16 anni, in appello diventarono 14 e otto mesi. Dopo due anni di carcerazione preventiva tornò in libertà per decorrenza dei termini di custodia cautelare. Nel 2001 la sentenza diventò definitiva ma grazie all’indulto, alla buona condotta eccetera, l’assassino è uscito di galera il 14 dicembre scorso. Affidato ai servizi sociali fino al 28 febbraio, ha lavorato al comune di Giaveno, una trentina di chilometri da Torino, ai servizi giardini e foreste. Bruno Gallardi, il dirigente al quale era affidato: «Un ragazzo tranquillo, di quello che è successo non abbiamo mai parlato. Potavamo le piante, tutto qui». Ad aspettarlo a casa c’è la madre Manuela Mariani che vive a Milano in zona Primaticcio, palazzi tutti uguali e viali con molte macchine e pochi alberi: «Ho visto quello che è successo a Catania. E per me è ricominciato un incubo». Intanto nel 2002 Cosimo Spagnolo, padre del ragazzo morto, iniziava la causa civile. Nel 2005 la sentenza di primo grado condannò Barbaglia a un risarcimento di 260.000 euro non eseguibile perché il condannato risultava nullatenente. Spagnolo: «Io non lo faccio per i soldi, se le mie figlie non ne avranno bisogno darò tutto in beneficenza all’ospedale Gaslini di Genova. Lo faccio solo perché è una vergogna. E’ una vergogna che l’assassino di un ragazzo di vent’anni resti in carcere meno di nove anni. Barbaglia dovrà pagare, la legge dice che quando avrà un lavoro gli dovranno prelevare ogni mese un quinto dello stipendio, fino al raggiungimento della cifra stabilita. Sarò un pazzo, ma io ci credo. Così tutti i mesi si ricorderà di aver ucciso un ragazzo, almeno questo credo di poterlo pretendere. Io allo stadio non vado più, se non per il Trofeo Spagnolo, la partita organizzata al Ferraris per ricordare Claudio. Non vado più, perché sono passati 12 anni, ma nessuno ha voluto affrontare il problema. C’era la possibilità di indagare davvero in quei piccoli gruppi di potere che cercano di manipolare e condizionare tutta una tifoseria. C’era la possibilità di rompere i rapporti che esistevano, ed esistono, tra questi gruppi di delinquenti e alcune società di calcio. Volevo solo giustizia e niente sconti. Mio figlio è morto a vent’anni. Chi lo ha ucciso è già libero: ha 30 anni e tutta una vita davanti».