Lucia Annunziata, 1977. L’ultimo ritratto di una generazione Einaudi 2007, 4 febbraio 2007
«Un altro giornalista ha vita dura a Roma nel 77. Paolo Mieli, poi direttore del "Corriere della Sera", già allora con le stimmate del predestinato al grande ruolo
«Un altro giornalista ha vita dura a Roma nel 77. Paolo Mieli, poi direttore del "Corriere della Sera", già allora con le stimmate del predestinato al grande ruolo. Mieli era com’è oggi: figura borghese, incline a vestire ordinati pulloverini, calvizie e una leggera pinguedine. Intelligente, carismatico. Scrives ull’"Espresso", ma è già a quell’incrocio che lo caratterizzerà tutta la vita, fra molte sensibilità e carriere: è parte del brillante gruppo di storici cresciuto intorno a Renzo De Felice, è amico di Colletti, professore che il movimento attacca, ma anche grande intellettuale della sinistra, conosce bene la politica extraparlamentare per un distante interessamento a Potere operaio. Tutto nella sua formazione lo porta a scontrarsi col Pci, di cui non ama l’autoritarismo, e di cui denuncia soprattutto lo spirito di setta, il richiamo del Gulag. Un imprinting ideologico che lui vede ben rappresentato nel segretario della Fgci, Massimo D’Alema [...] Mieli è contro il Pci, conosce bene il mondo extraparlamentare, conosce Roma e la politica come il palmo della sua mano, è pienamente dentro la movida del movimento che tiene la città impegnata fra riunioni, comizi e sabati sera in pizzeria. Cosa non va in lui? Nemmeno Mieli viene infatti risparmiato dal processo popolare: durante un’assemblea agitata di quella primavera, è arrivato come al solito a vedere di persona e siede nell’ultima fila in alto dell’emiciclo. Qualcuno da quella ressa in basso lo riconosce e comincia ad urlare "Mieli, spia, spia". Tutti gli sguardi si rivolgono verso di lui, e l’urlo diventa un coro: "Spia, spia". Mieli si alza in piedi, con il suo mezzo sigaro in mano, e rimane a prendersi gli insulti, fermo, con un mezzo sorriso stampato sul viso. Che cosa dunque non andava bene in lui? Era contro il Pci, è vero. Ma le sue amicizie con gli intellettuali dell’Università non erano giuste: e poi nei suoi articoli parlava troppo di prevaricazioni, e non si capiva con chi cavolo fosse schierato».