Davide Frattini, Corriere della Sera 31/1/2007, 31 gennaio 2007
GERUSALEMME
«In Medio Oriente sta sorgendo una mezzaluna sciita». L’influenza iraniana sugli Stati che circondano il suo regno (e oltre) preoccupava Abdallah di Giordania già nel 2004. Un paio d’anni e una guerra dopo – quella di quest’estate tra Israele e l’Hezbollah – i leader sunniti temono che la Luna possa diventare piena.
«Due blocchi si contrappongono: da una parte, l’Egitto, l’Arabia Saudita, la Giordania. Dall’altra, Teheran che cerca di infilarsi ovunque ci sia spazio: tra i palestinesi, in Libano, in Siria. La stessa strategia che avevano i sovietici». Zvi Barel, docente al dipartimento di studi mediorientali dell’università Ben Gurion e commentatore del quotidiano israeliano Haaretz, usa l’esempio della Guerra Fredda perché considera il confronto soprattuto politico («gli iraniani non sono neppure arabi»). Altri analisti parlano invece di una «nuova guerra dei trent’anni», una contrapposizione religiosa come quella tra i protestanti e i cattolici che ha insanguinato l’Europa del 1600. Tutti sono d’accordo che l’invasione americana contro Saddam Hussein abbia riacceso la voglia di potere degli sciiti: dove sono maggioranza (in Iraq o in Bahrain) e dove sono minoranza.
«Gli sciiti rappresentano il 10-15% della comunità islamica globale – scrive lo studioso Vali Nasr – ma nell’area che va dal Libano al Pakistan sono la metà della popolazione, circa 150 milioni». Nasr, che da professore universitario introduce alle complessità del Medio Oriente gli ufficiali della Marina americana, ha dedicato un libro a quella che chiama «la rinascita sciita» ( The Shia Revival). Il sottotitolo – «come un conflitto all’interno dell’islam plasmerà il futuro» – è la domanda che si pongono anche le intelligence occidentali. Aharon Zeevi-Farkash, ex capo dei servizi segreti militari israeliani, è convinto che lo scontro diventerà aperto e coinvolgerà Iraq, Libano, territori palestinesi. Uno scenario che fa dire allo scrittore Sami Michael, israeliano di origine irachena: «Il conflitto tra musulmani ed ebrei è una piccola cosa rispetto a quello tra sciiti e sunniti. Rischiamo di diventare un danno collaterale».
Una decina di giorni fa, i leader religiosi delle due principali correnti dell’islam si sono trovati in Qatar per cercare di trasmettere ai fedeli quella concordia che non trovano da 1.400 anni. La discussione teologica non ha potuto distaccarsi delle violenze quotidiane in Iraq. Yussef Al Qaradavi, potente sceicco sunnita, ha attaccato Teheran perché non interviene a impedire la carneficina. Mohammed Ali Taskjiree, la sua controparte iraniana, ha accusato i sunniti di trattare gli sciiti come degli eretici.
«Le divisioni sono profondamente radicate nei pregiudizi popolari – scrive Nasr – e la religione ha definito i confini delle due comunità». Così in Arabia Saudita si dice che gli sciiti sputino nel cibo (una calunnia per evitare tavolate in comune), i pakistani li chiamano «zanzare» e in Libano sono considerati volgari e provinciali.
«La sensazione è che in mezzo a questa rivalità millenaria – commenta sul New York Times l’intellettuale musulmana Irshad Manji – l’America si trasformi da superpotenza in superpedina. Qualunque sarà il capitolo finale del dramma, non sarà Washington a scriverlo. Saranno i musulmani».