Sergio Romano, Corriere della Sera 31/1/2007, 31 gennaio 2007
Giuseppe Garibaldi, circa dieci anni dopo l’epica spedizione nel Regno delle due Sicilie, scrisse un’opera autobiografica: «Garibaldi e i Mille», pubblicata solo in poche copie e poi non più ristampata fino al 1933
Giuseppe Garibaldi, circa dieci anni dopo l’epica spedizione nel Regno delle due Sicilie, scrisse un’opera autobiografica: «Garibaldi e i Mille», pubblicata solo in poche copie e poi non più ristampata fino al 1933. Sembra sia uno scritto polemico e anticlericale, quindi censurato perché non consono con la linea politica dei tempi. Oggi forse meriterebbe un’analitica e critica rilettura. Del resto l’impresa dei Mille, anche se sapientemente spacciata come sommossa popolare, era in fondo l’impresa di un manipolo elitario di patrioti, molti dei quali intellettuali (oltre ad Abba si contavano 150 avvocati, 100 medici, 50 ingegneri, ecc.), provenienti sostanzialmente solo dalle Regioni Lombardia, Liguria e Veneto, zone che oggi, ironia della sorte, sono tra le più critiche verso l’Unità d’Italia.Caro Romano, che ne pensa? La storia dovrebbe essere parzialmente riscritta? Mauro Lupoli mauro50@libero.it Caro Lupoli, non credo che la storia della spedizione dei Mille debba essere riscritta e non credo che sia stata «spacciata» come una sommossa popolare. Fu una bella pagina di storia risorgimentale e divenne il modello di molte imprese nazionali in altri continenti nelle generazioni seguenti. Gli italiani che non sono afflitti da patologie autolesioniste dovrebbero esserne orgogliosi, quale che sia la loro origine regionale. certamente vero, tuttavia, che le province maggiormente rappresentate nella spedizione furono quelle settentrionali. Secondo le accurate ricerche di George Macaulay Trevelyan, il grande storico inglese che dedicò a Garibaldi quattro volumi, la ripartizione per luogo d’origine e professioni è, con qualche lacuna, questa. I Mille furono in realtà 1089. Vi erano 33 «non italiani» (fra cui 4 ungheresi), ma erano in gran parte trentini, veneti o nizzardi. I bergamaschi erano 160, i genovesi 156, i milanesi 72, i bresciani 59, i pavesi 58, i toscani 78, i napoletani 46 della parte continentale del Regno borbonico, i siciliani più o meno altrettanti. Le professioni sono generalmente quelle che i membri della spedizione abbracciarono più tardi, nel corso della loro vita: 150 avvocati, 100 medici, 100 commercianti, 50 ingegneri, 20 farmacisti. Vi furono anche 30 capitani di nave, 10 pittori o scultori, tre preti spretati, una donna (Rosalia Montmasson, la prima moglie di Francesco Crispi) e un numero imprecisato di funzionari pubblici, scrittori, professori, giornalisti, barbieri e calzolai. Ma almeno metà della spedizione, secondo Trevelyan, era composta da operai. Questo elenco, naturalmente, non comprende tutti coloro, italiani e stranieri, che si unirono alla spedizione più tardi, in Sicilia e nel continente. Vi fu anche una Legione britannica composta da volontari reclutati con un curioso annuncio apparso nel Times di Londra che mi è stato segnalato qualche tempo fa da Francesco Paolo Fulci, ex ambasciatore d’Italia all’Onu. Era indirizzato con un punta di ironia agli «escursionisti inglesi» che desideravano visitare l’Italia meridionale: «Poiché la regione è piuttosto instabile, agli escursionisti verranno distribuiti mezzi di difesa e, per facilitare il loro reciproco riconoscimento, un costume pittoresco. Il generale Garibaldi ha generosamente garantito agli escursionisti un viaggio gratuito». Sulle Memorie di Garibaldi, caro Lupoli, non esiste alcun mistero. Furono pubblicate dall’editore Barbera a cura di Adriano Lemmi, Gran Maestro della Massoneria. Ma il curatore, come scrisse più tardi Ernesto Nathan, aveva corretto errori, «emendata la punteggiatura, raddrizzata la frase, steso un velo sulle mende di forma che troppo sfacciatamente si facevano innanzi». La prima edizione fedele e completa fu quella pubblicata dallo stesso Nathan nel 1907, vale a dire nell’anno in cui il seguace di Mazzini divenne sindaco di Roma, e venne realizzata sul manoscritto originale: «673 pagine coperte colla nitida e caratteristica calligrafia del Generale». L’editore fu la Società Tipografico-Editrice Nazionale, già Rioux e Viarengo, di Torino. Ne furono stampate quattrocento copie fuori commercio. L’edizione nazionale venne più tardi, fra il 1932 e il 1933.