Javier Cercas, La Stampa 1/2/2007, 1 febbraio 2007
[FIRMA]JAVIER CERCAS
La sentivo arrivare. Sono appena stato contagiato dall’unico vizio che ancora non avevo contratto: la bibliofilia. Il fatto, che ha effetti catastrofici (il principale: l’accumulo cancerogeno di libri, molti dei quali, forse, non leggerò mai) ha anche qualche vantaggio, il principale dei quali è che, adesso, leggerò libri che, altrimenti, non avrei mai letto. Qualche settimana fa, in un negozio di libri usati, mi sono imbattuto in un opuscolo pubblicato a Tolosa nel 1946 dal Fronte Iberico delle Gioventù Libertarie; s’intitolava Arte di scrivere senz’arte ed era firmato da Felipe Alaiz. Il nome, vagamente, mi diceva qualcosa, il titolo era irresistibile, il libricino era magnifico; l’ho acquistato, l’ho letto, mi ha estasiato.
Da allora ho scoperto alcune cose su Felipe Alaiz. Perso nell’oscurità senza scampo della storia dell’anarchia, il suo nome è quello di uno degli scrittori più eminenti del movimento libertario; e anche quello di un giornalista che, nei due decenni radiosi che precedettero lo scoppio della Guerra civile, ha goduto dell’apprezzamento di molti lettori. Nato nel 1887 a Belver de Cinca, provincia di Huesca, quest’individualista feroce, repubblicano e aragonesista, ha incominciato a scrivere su El Sol, ma poco dopo ha aderito all’anarchia e, da allora, si è trasformato in uno scrittore insaziabile e in un veemente propugnatore degli ideali libertari: ha pubblicato innumerevoli articoli, diretto alcuni dei più importanti quotidiani e settimanali anarchici - tra questi, Terra e libertà e Solidarietà operaia - messo la sua penna al servizio dei «Solidali» - il gruppo di pistoleri libertari più agguerrito dell’epoca, capeggiato da Durruti - passato vari periodi in prigione, scritto romanzi e tradotto Upton Sinclair, Dos Passos, Wells.
Considerato ribelle e indisciplinato persino dai suoi ribelli e indisciplinati correligionari, pensava che l’anarchia non fosse un’aspirazione politica o una forma di lotta sindacale, ma «una condotta da seguire sotto qualsiasi regime» o un’opzione ideologica ed etica; di conseguenza, durante la Guerra civile si è opposto alla partecipazione della Cnt (Confederazione nazionale dei lavoratori, ndr) al governo della Repubblica. sopravvissuto a fatica alla vittoria di Franco ed è morto nel 1959, relegato in un alberghetto di Montmartre dove l’avevano confinato la fame, la sconfitta e l’esilio.
L’Arte di scrivere senz’arte è interessante come la sua vita. Si tratta di un piccolo saggio sullo stile condito, com’è prevedibile, di buone intenzioni e di ingenuità, ma anche, com’è meno prevedibile, di geniali stravaganze (Alaiz detesta il diminutivo: secondo lui gli psichiatri lo identificano «con certe anomalie sessuali, in particolare quando il diminutivo è utilizzato da persone che pesano parecchi chili»). Comunque, a me sembra fondamentalmente esatta la sua concezione di stile che, tra noi, continua a essere essenzialmente decorativa. Il lettore, incapace di avere fiducia in se stesso, spesso non si fida del proprio gusto, ma di quello che gli assicurano gli debba piacere, e ciò non è quasi mai l’efficacia o l’emozione, ma esclusivamente l’apparenza o l’ornamento: l’aggettivo desueto, l’acrobazia sintattica, la metafora vanitosa. Questo lettore trova degno di merito che lo scrittore scriva «destriero» invece di «cavallo», «cilestrino» invece di «azzurro», quasi cercasse indizi che gli chiariscano se ciò che legge abbia o no il diritto di piacergli. Questo lettore dimentica che la frase «i consueti accadimenti che si verificano nella via» non è letteratura, mentre lo è la frase «quel che succede in strada»; dimentica che il fine della letteratura non è la bellezza, ma la verità, supponendo che le due cose non siano la stessa; dimentica che quello che sembra letteratura non è mai letteratura, perché scrivere bene è l’opposto di scrivere belle frasi e perché la vera arte è quella che nasconde il trucco (o, come recita il precetto latino: «Ars est celare artem»); dimentica, infine, che bisogna incominciare a darsela a gambe quando uno scrittore viene definito «uno stilista», termine che quasi sempre è sinonimo di inutilità o di verbosità (o delle due cose insieme), perché lo stile vero rasenta quasi sempre l’assenza di stile. Poche persone l’avrebbero detto meglio di Hannah Arendt quando, parlando dello scrittore meno imprescindibile del XX secolo, afferma: «L’unica cosa che attrae e seduce il lettore nell’opera di Kafka è la verità» alla quale egli arriva «con la sua perfezione senza stile», visto che «qualsiasi stile distoglie dalla verità, bella per se stessa».
Questa è l’idea centrale del libricino di Alaiz, che si rifà a Buffon il quale afferma che lo stile è l’uomo, e a Flaubert che sostiene che la forma sta alla profondità quanto il calore sta al fuoco, per poi lanciarsi in un’arringa rabbiosa contro lo stile ornamentale di quelle opere «rese stucchevoli dai preziosismi» schierandosi a favore di un’arte libera da impostazioni, obliqua o ellittica manifestazione della personalità di chi la crea.
superfluo notare che quanto detto sopra vale, proprio come per lo scrittore, anche per il giornalista o il redattore di lettere commerciali. «Non è l’uomo che deve parlare come un libro aperto - dice Alaiz - ma il libro aperto che deve parlare come un uomo». Alaiz non è citato nelle storie della letteratura solo perché non ha detto che non c’è arte più difficile che l’arte di scrivere senz’arte. La Stampa 1/2/7