Lucia Annunziata, La Stampa 3/2/2007 (Lettere), 3 febbraio 2007
Avrei voluto essere anch’io a Palermo, qualche sera fa, ad applaudire Il re muore di Ionesco. Fortunatamente ho avuto modo di apprezzare quest’opera lo scorso anno a Torino al Teatro Valdocco, recitata da una validissima compagnia e di trovarla eccezionale
Avrei voluto essere anch’io a Palermo, qualche sera fa, ad applaudire Il re muore di Ionesco. Fortunatamente ho avuto modo di apprezzare quest’opera lo scorso anno a Torino al Teatro Valdocco, recitata da una validissima compagnia e di trovarla eccezionale. Sono così tornata sulle orme di Eugène Ionesco, un artista complesso e affascinante di cui ho riletto L’assurdo e la speranza. Lo stupore è uno dei suoi temi preferiti ed è proprio nell’opera Il re muore che la vita stessa appare come un miracolo che ogni giorno si ripete a partire dal sole che sorge e tramonta tutti i giorni fino alla forza delle emozioni e dei pensieri. Ma spesso è solo quando la si sta per perdere che ci si accorge di quanto essa sia stupefacente e misteriosa. Bellissime sono queste parole dette da Ionesco in una delle sue ultime interviste: «Malgrado la malattia, mi prende una specie di folle gioia. Un po’, ancora. Non so da dove venga, non so dire se arrivi dal Cielo apposta per me...». VALERIA MASSA Torino «Ciascuno è sempre il primo a morire», dice re Berenger, uomo morto che cammina, in cerca di una spiegazione della dissoluzione del suo potere davanti alla morte. Fa piacere che arrivi una segnalazione su questo autore e questo suo lavoro del 1962, che, effettivamente, oggi risuona come una potente riflessione sul potere e la sua temporaneità. Quale illusione maggiore infatti di quella dell’uomo che si sente padrone dell’universo? il potere che l’uomo accarezza oggi più che mai, con le sue illusioni sulla scienza, sul controllo della natura. Su questa illusione la Chiesa è forse l’unica oggi a tenere alta l’attenzione. interessante anche vedere come cambi con il tempo nel pubblico la percezione dei temi e degli autori. Lei che ama Ionesco ricorderà bene le polemiche che lo hanno investito negli anni Sessanta, quando venne accusato da un gruppo di intellettuali francesi della sinistra, tra cui erano Roland Barthes, Bernard Dort e altri, di essere poco attento nei confronti delle questioni sociali e politiche. Dort pubblicò un articolo in cui dichiarava Ionesco e Artaud colpevoli di far accedere il piccolo borghese «all’eternità degli archetipi» e di proporre un teatro che non era né educativo né politico. Ionesco si difese molto bene, attaccando il conformismo di sinistra in nome dell’autonomia dell’arte, che non ha nulla a che spartire con le dottrine. Altro grande tema, molto attuale. Stampa Articolo