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 2007  febbraio 03 Sabato calendario

Da ragazzo leggevo spesso e volentieri gli articoli che scriveva un certo Augusto Guerriero che si firmava Ricciardetto

Da ragazzo leggevo spesso e volentieri gli articoli che scriveva un certo Augusto Guerriero che si firmava Ricciardetto. Erano articoli pubblicati su Epoca (poi parzialmente pubblicati in una raccolta chiamata «Tempo perduto»), prevalentemente di politica estera, in genere taglienti, a volte caustici come nei riguardi di Nasser e di Nehru. Lei ha mai avuto occasione di conoscerlo? Ne ricorda qualcosa come uomo ed articolista? Roberto Zorzi rzorzi@libero.it Caro Zorzi, non ho mai conosciuto Augusto Guerriero, ma anch’io ho avuto occasione di leggerlo e, più recentemente, di rileggerlo. Mi è accaduto quando ho cercato di raccontare agli ascoltatori del terzo canale della Rai i due grandi avvenimenti del 1956 (la rivoluzione ungherese e la fallita spedizione anglo-francese a Suez) leggendo le prime pagine dei giornali dell’epoca. Guerriero commentò le due vicende per il Corriere con il suo stile abituale. Era informato e preciso, scriveva con un certa sobria eleganza, era capace di descrivere con distacco gli avvenimenti internazionali. Ma sotto sotto lasciava intravedere forti preferenze, simpatie e antipatie, qualche scatto di umore. Il suo maggiore pregio fu quello di essere, nel panorama del giornalismo italiano dell’anteguerra e del dopoguerra, un «outsider». I commentatori di politica estera erano rari o fortemente segnati dalla loro appartenenza ideologica, mentre gli inviati speciali erano soprattutto narratori di storie e pittori di affreschi, con una certa, confessata o inconfessata, vocazione letteraria. Guerriero, invece, veniva dalla magistratura amministrativa (la Corte dei Conti), era stato per parecchi anni al servizio dello Stato, aveva portato con sé nel giornalismo il gusto e lo scrupolo di chi aveva passato una buona metà della sua vita scrivendo pareri e sentenze. Come molti personaggi dell’Italia borghese e provinciale in quegli anni (era nato ad Avellino nel 1893) aveva viaggiato poco e conosceva i salotti, i circoli, i caffé, le redazioni più di quanto conoscesse l’Europa. Ma leggeva bene tre lingue (francese, inglese, tedesco), seguiva attentamente la stampa internazionale ed era stato affascinato dallo stile di alcuni commentatori di politica estera inglesi e americani, fra cui in particolare Walter Lippmann. Un grande impresario culturale, Leo Longanesi, lesse i suoi articoli, intuì il suo talento, gli assegnò l’incarico di commentare per il settimanale Omnibus i fatti internazionali e modellò, al modo di Pigmalione, il personaggio di Ricciardetto. La creatura di Longanesi ebbe molto successo, creò uno stile stimato e apprezzato, fece una brillante carriera giornalistica. Scrisse per il Corriere fino al 1972, e negli anni seguenti, quando fu colpito da una dura sordità e da una dolorosa artrosi, tenne soprattutto un rubrica per il settimanale Epoca. Morì a Roma nel dicembre 1981. Questa, caro Zorzi, è la vita di Augusto Guerriero, detto anche Ricciardetto. Di lui esistono oggi due ritratti morali. Il primo è quello di Indro Montanelli, autore tra l’altro della voce che lo concerne nel Dizionario Biografico degli Italiani. Per Montanelli, Guerriero fu un liberale conservatore che, all’epoca del fascismo, andava d’accordo col regime in alcune cose, «ma ne rifiutava il conformismo, la retorica nazional-populista, e, in politica estera, l’avventurismo». Dopo la fine della guerra, non cambiò «nemmeno una virgola né del suo stile né del suo pensiero. Irriducibilmente anticomunista e criticamente filoamericano era sempre stato, e lo restò». Esiste poi il ritratto di Sandro Gerbi che ha scavato negli archivi e ha pubblicato il risultato delle sue ricerche nella rivista Belfagor del 30 novembre 1999. Gerbi ha trovato alcuni articoli antisemiti di Guerriero apparsi nel Corriere all’inizio degli anni Quaranta, e la corrispondenza con il direttore Aldo Borelli, che ne spiega l’origine. Sembra di comprendere che qualche censore del regime considerasse con sospetto lo stile apparentemente neutrale di Ricciardetto e che Giovanni Preziosi, irriducibile antisemita, gli rimproverasse soprattutto di non avere denunciato l’egemonia ebraica sulla vita politica e culturale degli Stati Uniti. Per opportunismo e quieto vivere Ricciardetto, come scrisse a Borelli, si «mise a posto» con un articolo intitolato «L’ebraismo e la guerra». Non fu una bella pagina della vita di Guerriero. Ma coloro che leggeranno il libro di Pierluigi Battista apparso in questi giorni presso Rizzoli sugli intellettuali italiani tra fascismo e antifascismo («Cancellare le tracce») troveranno ben più spericolate acrobazie. E manderanno assolto Augusto Guerriero con un semplice Atto di dolore.