Massimo Gaggi, Corriere della Sera 3/2/2007, 3 febbraio 2007
DAL NOSTRO INVIATO
NEW YORK – Mentre a Parigi viene presentato il rapporto dell’Onu sul cambiamento climatico, a Washington l’American Enterprise Institute (Aei) – la culla del movimento «neocon», un centro studi molto vicino a Bush e ai gruppi industriali dell’«establishment» conservatore – offre 10 mila dollari agli esperti disposti a scrivere articoli o saggi miranti a «smontare» le tesi contenute in quel documento. Mandata a molti scienziati americani e britannici, la lettera invita ad attaccare le conclusioni del «panel» delle Nazioni Unite, anch’esse redatte da un esercito di scienziati che hanno cercato per giorni di mettersi d’accordo su un testo finale.
La denuncia è del quotidiano londinese
Guardian che ieri accusava la Exxon – la società petrolifera che finanzia l’Aei con oltre un milione e mezzo di dollari l’anno – di essere tra gli ispiratori dell’iniziativa. Lee Raymond, l’uomo che per 15 anni ha guidato la più grande società energetica del mondo moltiplicando i profitti e trattando gli ambientalisti come mosche fastidiose, è oggi vicepresidente dell’Aei.
All’Istituto di Washington si mostrano offesi per le insinuazioni del Guardian,
dicono genericamente che il quotidiano ha scritto falsità, ma per una vera smentita rinviano a un comunicato che ieri a tarda sera non aveva ancora visto la luce.
L’accusa mossa alla Exxon è probabilmente esagerata anche perché Raymond, soprannominato dagli ecologisti il Darth Vader dell’«effetto serra» (il riferimento è al supercattivo della saga di «Guerre Stellari»), si è ritirato a fine 2005. Il suo successore, Rex Tillerson, ha cercato fin dall’inizio il dialogo con gli scienziati e le forze politiche preoccupate per gli effetti del «global warming». Ma, mentre negli ultimi mesi, con il tam-tam sui disastrosi effetti dell’effetto serra che si è fatto assordante, molte grandi imprese americane hanno cominciato a sostenere apertamente la necessità di un cambio di rotta per ridurre il consumo di combustibili fossili e rallentare i mutamenti climatici, la Exxon ha continuato a mostrarsi scettica su tutta la materia.
E due giorni fa, quando la società texana ha reso noto di aver ottenuto nel 2006 i profitti più elevati mai realizzati da una corporation in tutta la storia del capitalismo (39,5 miliardi di dollari, pari a oltre 30 miliardi di euro) i democratici che ora controllano il Congresso di Washington hanno definito «irragionevole» questo livello di utili. Hillary Clinton ne ha approfittato per chiedere il taglio dei sostegni all’industria petrolifera: «Invece di riempire le tasche di "big oil", dobbiamo pretendere una svolta della politica energetica che riduca la nostra dipendenza dal petrolio d’importazione».
Il più arrabbiato è Ben Stewart di Greenpeace: accusa l’American Enterprise Institute di essere una specie di «Cosa Nostra di intellettuali al servizio dell’Amministrazione Bush», mentre l’Unione degli scienziati allarmati (Union of Concerned Scientists), una attivissima lobby ambientalista, paragona la politica della Exxon a quella seguita per decenni dalle industrie del tabacco e accusa il gigante petrolifero di aver speso 16 milioni di dollari in dieci anni per finanziare organizzazioni che negano ogni rilevanza al problema del cambiamento climatico.
La Exxon respinge le accuse e fa sapere di aver tagliato i contributi agli organismi più controversi, ma non dice quali. L’unica vicenda nota è quella del Competitive Enterprise Institute, un «think tank» che ha cercato di dimostrare con alcuni spot televisivi che il CO2, il principale gas-serra, in realtà aiuta l’atmosfera: la Exxon l’ha finanziato fino al 2005, ma lo scorso anno gli ha negato ulteriori fondi.
Alla Exxon affermano di essersi ormai convinti che l’accumulazione di gas nell’atmosfera comporta rischi rilevanti, ma aggiungono anche di restare radicalmente contrari alla logica del protocollo di Kyoto.
Il fronte industriale è ormai zeppo di gruppi convertiti all’ambientalismo: dal gigante della distribuzione commerciale Wal Mart, la «bestia nera» dei sindacati Usa, al gruppo chimico DuPont che sostiene che la riduzione del 70% delle sue emissioni di gas-serra gli ha fatto risparmiare costi energetici per ben 3 miliardi di dollari, fino alla banca d’affari Lehman Brothers e ad alcuni grandi istituti assicurativi. In questo panorama in grande movimento le società petrolifere rimangono le più scettiche sui temi del degrado ambientale. Gli ecologisti le demonizzano anche perché sono convinti che il «global warming» darà loro grossi vantaggi economici: se, infatti, i ghiacci dell’Artico si scioglieranno, «big oil» potrà finalmente esplorare i fondali della calotta polare sotto la quale si ritiene che si trovino quasi la metà dei giacimenti di greggio non ancora scoperti.
Le compagnie, per ora, tacciono. L’unica che ha rotto il fronte affermando di voler abbracciare la causa «verde» – la BP, che un paio d’anni fa usò le lettere del suo logo per lanciare la campagna «Beyond Petroleum» (oltre il petrolio) – è alle prese con i problemi ambientali provocati da suoi impianti in Alaska e Texas.
Invece la Shell, pur evitando di esporsi come la Exxon, sembra dare man forte al fronte degli scettici. La società anglo- olandese ha appena annunciato utili record, non troppo lontani da quelli della Exxon ed ha puntualmente subito le scudisciate degli «Amici della Terra» secondo i quali ci sono almeno 150 Paesi del mondo che producono una quantità di gas-serra inferiore a quelli emessi dalla sola Shell; la società è stata così invitata a utilizzare i profitti per ripulire l’inquinamento generato col petrolio.
Sul banco degli accusati sono poi finite le grandi «utility» elettriche che parlano della necessità di sviluppare fonti energetiche alternative, ma intanto continuano a costruire impianti che bruciano carbone, spesso senza alcun accorgimento per ridurre l’impatto ambientale. In assenza di incentivi pubblici specifici, infatti, l’utilizzo di tecnologie come la desolforazione, la gassificazione del minerale o lo stoccaggio sotterraneo dell’anidride carbonica, viene giudicato troppo costoso.
Massimo Gaggi