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 2007  febbraio 03 Sabato calendario

I ripetuti allarmi di ambientalisti, fisici e meteorologi sui pericoli del controverso «effetto serra», dovuti all’iperconsumo dei combustibili fossili, venivano accolti fino a tempi recenti come sensazionalismi o catastrofismi

I ripetuti allarmi di ambientalisti, fisici e meteorologi sui pericoli del controverso «effetto serra», dovuti all’iperconsumo dei combustibili fossili, venivano accolti fino a tempi recenti come sensazionalismi o catastrofismi. Poi, fra sconvolgimenti e disastri climatici, s’è visto quanto l’ottimistico fatalismo fosse arbitrario, come documenta ora l’ultimo rapporto dell’Onu. Pochi giorni fa le prospettive hanno suscitato allarme anche al World economic forum di Davos, come questioni urgenti a breve termine, oltreché davvero catastrofiche secondo le previsioni per i prossimi decenni. Eppure già nel ’97 i protocolli di Kyoto, segnalando il global warming e la sua minaccia incombente sul clima planetario, impegnavano le maggiori società industrializzate a una riduzione dei gas da «effetto serra», sia pure modesta, per avviare il processo: meno 5,2 per cento entro il 2012. Ma non se n’è fatto niente o quasi, per disparati motivi.  mancata la ratifica degli Stati Uniti, anche se con il 4 per cento della popolazione mondiale diffondono il 25 per cento dei gas. Washington obiettava che i protocolli non avevano coinvolto le nazioni a «sviluppo industriale ritardato», tendenti a bruciare sempre più combustibili fossili con il massimo inquinamento. Anzi, veniva previsto che l’inquinamento imputabile agli Stati Uniti e all’Europa sarebbe stato inferiore già nel 2010 a quello provocato solo da Cina, India, Indonesia. I governi di quelle nazioni rispondevano che i loro consumi di carbone, petrolio e metano erano «di sopravvivenza», non «di lusso energivoro». Fino a quando? Adesso George Bush, nel discorso sullo «stato dell’Unione», benché senza ricordare i non ratificati protocolli di Kyoto ha esortato i connazionali a ridurre il consumo dei carburanti tradizionali del 20 per cento nei prossimi 10 anni. Come? Ha sollecitato il ricorso al bioetanolo e la produzione di automezzi meno inquinanti, auspicando altresì più sperimentazione sulle fonti energetiche rinnovabili e nuove. Quali? Non è certo nuovo il nucleare, che a differenza del petrolio e del carbone genera energia «pulita». Ma nell’immaginario collettivo di numerose nazioni, inclusi gli Stati Uniti, rimane diffuso l’incubo di Cernobyl, anche se quell’impianto era usurato e se oggi vengono costruiti reattori sempre più sicuri. insuperato, però, l’allarme che persiste non senza motivo sulla destinazione delle scorie radioattive. Le fonti di energia solare, o eolica, promettono solo risultati marginali. Fra l’altro, l’elettricità solare producibile con il sistema fotovoltaico richiede per una centrale da mille megawatt l’installazione di pannelli su 80 chilometri quadrati. Più economico e agevole potrà forse risultare, dopo le sperimentazioni annunciate ora, il sistema chiamato «solare termodinamico». Tra i fattori che ostacolano la riduzione dei gas, gli esperti deprecano poi che siano scarsi tuttora i finanziamenti necessari, «economie di scala» sufficienti a limitare i costi nella sostituzione della benzina con la fuel cell per la trazione all’idrogeno. Affrontare gli alti oneri privati e pubblici per ogni conversione dall’economia tradizionale a quella ecologica sarà inevitabile nei prossimi tempi, eppure costerà meno dei disastri annunciati fra ghiacciai che si sciolgono e oceani che investono isole, arcipelaghi, pianure costiere. Ma infine, come sul New York Times reclamava Paul Krugman, «è anche l’ora che la tecnologia si dia un poco più da fare». Se non è già tardi.