Mattia Feltri, La Stampa 1/2/2007, pagina 1, 1 febbraio 2007
La Stampa, giovedì 1 febbraio Alle ore 19,01 di martedì 19 dicembre, il vicepresidente del Senato, Mario Baccini, rivolse «ai senatori e al personale gli auguri per le festività natalizie»
La Stampa, giovedì 1 febbraio Alle ore 19,01 di martedì 19 dicembre, il vicepresidente del Senato, Mario Baccini, rivolse «ai senatori e al personale gli auguri per le festività natalizie». Il resoconto stenografico della seduta registra gli applausi dell’aula. Poi, Baccini comunicò l’ordine del giorno della seduta successiva, programmata per martedì 23 gennaio, cinque settimane più tardi. Alle 19,02 la seduta fu tolta. Cinque settimane di ferie pare siano lo stretto necessario perché i senatori affrontassero ritemprati i cinque giorni lavorativi di gennaio, e rifiatassero dopo i cinque giorni lavorativi di dicembre. Martedì 23, data del rientro, la seduta è stata aperta alle 17,02 dal vicepresidente Roberto Calderoli. Il senatore Francesco D’Onofrio ha preso la parola per richiamare l’attenzione sul caso del senatore Michele Forte, dell’Udc, il cui procedimento giudiziario si è concluso dopo tredici anni «perché il fatto non sussiste». Applausi dai gruppi Udc e Forza Italia. Calderoli si è rallegrato. Si è passati alla discussione di alcune interrogazioni parlamentari a proposito dell’arresto del sindaco di Montesilvano, provincia di Pescara, a proposito della «tragica vicenda dei caduti di Cefalonia» (urgenza del senatore Claudio Grassi di Rifondazione comunista) e a proposito delle procedure di nomina dei dirigenti pubblici. Alle 18,34, al termine di una sfacchinata di un’ora e trentadue minuti, Calderoli ha sciolto l’assemblea. Mercoledì 24, il presidente Franco Marini ha aperto i lavori alle 9,30. L’argomento del giorno: due mozioni sui rapporti fra Italia e Libia. Lo stringente tema ha impegnato, fra gli altri, i senatori Rocco Buttiglione («Dai primi del Novecento...») e Lamberto Dini («... il dominio coloniale italiano...»). Il serrato dibattito - allegramente interrotto dall’ingresso in tribuna degli studenti della scuola «Salvo D’Acquisto» di Cerveteri - ha trovato conclusione alle 10,50. Quella di mercoledì 24, però, è stata una giornata di straordinari. Tutti riconvocati per le 16. Alle 16,02, Marini ha dato la parola al guardasigilli Clemente Mastella che ha tenuto una relazione sull’«amministrazione della giustizia». Il successivo dibattito ha costretto i senatori in aula fino alle 21,04. Giovedì 25, poi, Palazzo Madama si è ripopolato presto, alle 9,30. Presidenza affidata a un altro vice, il diessino Gavino Angius. Il senatore Enrico Pianetta, di Forza Italia, ha rammentato che il successivo 27 gennaio sarebbe ricorsa «la Giornata della Memoria», e cioè «un momento importante per ricordare». Il vicepresidente Angius, fra battimani scroscianti, si è associato alle parole del collega Pianetta. Subito dopo l’attualità è tornata a farla da padrone. Un progetto di riorganizzazione degli uffici postali in Toscana, una nuova terapia per una malattia rara, le forniture di supporti informatici e soprattutto l’incresciosa vicenda di una commissione di studio istituita «presso l’Asl di Mantova» che ha favorito lo scatto d’orgoglio del senatore dell’Ulivo, l’ex magistrato Felice Casson: «Rimane tuttora incomprensibile la sostituzione dei prestigiosi esperti della commissione istituita dalla Asl di Mantova». Con questo drammatico «j’accuse», la sessione, sessanta minuti netti di apnea, è finita. Ed è stata aggiornata a martedì 30, cioè all’altroieri, quando i senatori hanno dichiarato l’insindacabilità di Lino Iannuzzi (Forza Italia) e di due suoi articoli (uno sull’ex procuratore di Palermo, Giancarlo Caselli) sui quali pendevano altrettante querele. Ieri, quinto giorno di lavoro di gennaio, era in programma la discussione sulle dimissioni rassegnate da Francesco Cossiga il 27 novembre, oltre due mesi fa. L’aspetto paradossale della vicenda di Cossiga merita ragguagli. Cossiga aveva annunciato l’abbandono poiché le sue interrogazioni e le sue interpellanze - l’ultima al ministro dell’Interno, Giuliano Amato, sull’attività del capo della polizia, Gianni De Gennaro - restavano regolarmente senza risposta. Implicitamente, Cossiga sosteneva: me ne vado perché noialtri senatori non contiamo più nulla. E’ su questa base - oltre che sulla consuetudine di respingere preventivamente le dimissioni - che ieri Palazzo Madama ha invitato Cossiga a desistere, e lo ha confermato all’unanimità. Assecondarlo, significava ammettere che il Senato è ormai ornamentale. A dicembre, l’assemblea ha sgobbato martedì 12, mercoledì 13, giovedì 14, venerdì 15 e martedì 19. Stop. Il Senato era rimasto chiuso da giovedì 23 novembre, mese in cui i giorni di corvée sono stati addirittura nove. Ben dodici a ottobre. Sette a settembre. Due ad agosto. Quaranta giorni in sei mesi. Facendo i conti della beghina, a circa tredicimila euro al mese (a tanto ammonta la mesata di un senatore) significa quasi duemila euro al giorno, compresi quelli da un’ora di lavoro. L’ultimo anno della scorsa legislatura, fra dicembre e gennaio ci fu seduta ventuno giorni, più del doppio di stavolta, e ci si ritrovò pure il 23 dicembre e successivamente il 4 gennaio. E quasi sempre mattina e pomeriggio, per cui le sedute furono trentatré; stavolta, compresa quella di ieri, quattordici. E’ anche vero che l’impegno di un senatore non si esaurisce in aula. Ci sono le missioni, volgarmente chiamate viaggi. Ci sono le commissioni e le conferenze dei capigruppo. L’unica conferenza dei capigruppo di gennaio risale a una settimana fa e si è incentrata sul disdicevole protrarsi delle ristrutturazioni dei bagni senatoriali. Quelli maschili staranno chiusi tre mesi. «La situazione è grave», ha detto il senatore leghista Calderoli. Ma, insomma, non è tutta burla. Il capogruppo della Lega, l’ex guardasigilli Roberto Castelli, ora accusa il governo: «Non vuol far lavorare il Senato. Qui non abbiamo alcunché di cui discutere. A parte il decreto abrogativo sulla Corte dei Conti, dopo Natale non abbiamo votato più niente». Il senatore Iannuzzi è dell’idea che la questione sia tutta politica: «Da quando quel De Gregorio (Sergio, ex dipietrista, ora al gruppo misto) ha lasciato il centrosinistra, la maggioranza, se escludiamo i senatori a vita, è pressoché inesistente e a rischio formidabile». Dice che di leggi da votare non ne arrivano più, che le minoranze non ne propongono perché «anche fra di noi c’è confusione», e se invece ne propongono «vengono rinviate, o più di frequente muoiono nelle commissioni». «E’ uno scandalo», aggiunge Francesco Storace (An), persuaso che a sinistra abbiano paura e adottino la tecnica «della riduzione del danno. E poi certo, è colpa anche nostra. L’opposizione non sempre c’è». Forse qualcuno, dice Storace, «pensa a non dar noia in vista delle grandi intese». Un senatore della Margherita, il quale pretende l’anonimato («ho già abbastanza guai per procurarmene altri»), ammette che l’analisi di Iannuzzi è corretta. «Questo vuoto non si riempie di azioni legislative nostre perché le commissioni sono lente». Dice che si va avanti a decreti legge: «Le liberalizzazioni, per esempio, sono state affrontate soltanto dal Consiglio dei ministri. E poi si fa un largo uso delle leggi delega», cioè quelle con cui il Parlamento gira i suoi compiti, in teoria eccezionalmente, all’esecutivo. Rina Gagliardi (senatrice di Rifondazione) prova ad annacquare gli addebiti: «A dicembre siamo stati poco sulla Finanziaria perché è stata posta la fiducia; a gennaio, per tradizione, il Parlamento non ha molto materiale su cui esercitarsi. Non c’è il boicottaggio di cui parlano a destra». Ma l’anonimo senatore della Margherita si domanda se «non sia il caso di ridimensionare il Senato, per numero di componenti e di competenze». Forse sì. Ma per fortuna da oggi si ricomincia a vivere: arriva la disputa sulla base Nato di Vicenza. Mattia Feltri