Varie, 2 febbraio 2007
WINEHOUSE Amy
WINEHOUSE Amy Enfield (Gran Bretagna) 14 settembre 1983, Londra (Gran Bretagna) 23 luglio 2011 (overdose). Cantante • [...] Fin troppo brava, fin troppo autentica, tanto da mandare in malora un successo clamoroso che l’aveva portata in cima al mondo, senza che lei muovesse un solo dito per mantenerlo, per curarlo, per preservare l’incredibile prestigio che aveva guadagnato con due soli dischi, “Frank”, del 2003, e “Back to black” del 2006, quello in cui, nella famosa “Rehab”, a ogni ipotesi di recupero, “rehab” per l’appunto, lei rispondeva con ironica e perentoria malizia: “no, no, no!”. [...] Era già stata lì lì per morire, salvata in extremis dall’ex marito Blake Fielder-Civil, era stata vista spesso con strane cicatrici, arrestata per possesso di droghe, beccata in un video a fumare crack, molte volte appariva in stato confusionale, si era dichiarata maniaco-depressiva, alcolista, anoressica, bulimica, a seconda dei casi e delle circostanze. Cantava come poteva e quando poteva, ma ogni volta, se appena era in grado di gestire il minimo della decenza per stare sul palco, succedeva qualcosa di speciale. Metteva i brividi, semplicemente, squarciava la platea con affilate lame di emozioni. Come nessun altro. Aveva un potere di fascinazione che trascendeva il genere musicale, una miscela non nuovissima di soul, jazz e rock, ma che lei accendeva come un fuoco dell’anima. [...] Non era facile trovare un talento come il suo. [...] Sembrava venire da un mondo alieno dove non c’era l’industria della musica, dove non c’era la spasmodica ricerca del successo, dove quello che contava era solo e unicamente cantare, senza filtri, senza effetti, direttamente dalle viscere, dal profondo. Ma questo comportava una debolezza congenita, l’incapacità di fermarsi [...]» (Gino Castaldo, “la Repubblica” 24/7/2011) • «[...] ha la grinta di Erykah Badu e Macy Gray, ma il suo stile è più articolato, più sofisticato e complesso. Naturalmente i giornali inglesi esagerarono, quando all’indomani dell’uscita di Frank, il suo album d’esordio (250mila copie vendute), si affrettarono a etichettarla come la nuova Billie Holiday. La Winehouse [...] non ha nulla della preziosa fragilità di Lady Day, se non l’inclinazione verso qualche spinello e un bicchierino di sambuca di troppo (“Mi fa perdere la cognizione della mia sessualità”, confessa). La Winehouse ha nella vita la stessa prepotenza che sfodera davanti al microfono. “Non ho niente da nascondere”, borbotta imbronciata “Dico tutto quello che penso e tutto quello che faccio. Non ho nient’altro da cantare se non le mie emozioni. Back to black, ad esempio, è stato ispirato dalla fine della storia d’amore con il mio precedente boyfriend. L’ho amato alla follia, ho sbagliato, l’ho perso. E per questo ho sofferto atrocemente”. I tabloid inglesi ci hanno speculato, rivelando i dettagli dei tradimenti (sempre perpetrati da lei): ”Non me ne frega niente, lo scrivano pure. Preferisco lasciar correre, anzi precederli, come quando ho raccontato di quando mio padre mi ha portato in un centro di riabilitazione per alcolisti, dove ho solo perso tempo, perché lì ci vanno quelli che vogliono smettere di bere”. Quanto alla musica, cita solo grandi cantanti di jazz. Sinatra (al quale ha dedicato il primo album) e Tony Bennett sono quelli più ricorrenti. “Devo assolutamente incidere un duetto con Tony”, dice convinta. “Ho incontrato suo figlio, gli ho detto: ‘Ogni volta che sento la voce di tuo padre mi vengono le lacrime agli occhi’”. [...] La nonna, che negli anni Quaranta ebbe una relazione con Ronnie Scott, proprietario del più famoso jazz club londinese, ci è rimasta male. “‘Ma davvero fai sesso promiscuo?”, mi ha chiesto. E io: ‘Beh, sì, che c’è di male?’”» (g.v., “la Repubblica” 2/2/2007).